Un voto dell'altro mondo

Negli ultimi 5 anni il pil di Canberra è cresciuto del 12 per cento. In Germania solo del 2. Il debito è al 27 per cento del pil. Allarma però un modello di sviluppo troppo legato all’esportazione di materie prime verso la Cina (che rallenta)
6 SET 13
Ultimo aggiornamento: 08:34 | 19 AGO 20
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C’è un solo paese sviluppato, del “primo mondo” si sarebbe detto una volta, tra quelli riuniti fino a ieri al G20 di San Pietroburgo, che dal 2007 a oggi non ha provato sulla propria pelle l’esperienza della recessione: l’Australia. La crisi, nell’isola-continente che separa l’oceano Indiano da quello Pacifico, non s’è vista, eppure sarà soprattutto l’economia a decidere l’esito delle elezioni nazionali in corso in queste ore. Il premier uscente, il laburista Kevin Rudd, è tornato a guidare il partito a giugno, dopo aver scalzato rocambolescamente l’ex premier Julia Gillard (che a sua volta nel 2010 aveva scalzato Rudd dalla guida del partito e del paese, diventando la prima donna della storia a capo del governo), e da allora non smette di ricordare una cosa ai suoi concittadini: l’eccezionalismo economico australiano è dovuto anche al buon governo praticato negli ultimi sei anni dal Labor (senza “u”, per non confondersi con gli antenati britannici). L’opinione pubblica, però, non sembra disposta a dare troppo credito ai laburisti che hanno guidato il paese nelle acque agitate dal crollo di Lehman Brothers e dagli spasmi dell’Eurozona: per qualche motivo che a noi europei potrebbe sfuggire – impantanati come siamo nella recessione e scontenti a tal punto dei nostri governi da cambiarli e ricambiarli senza sosta da qualche anno, costringendo spesso i partiti a forme di “grande coalizione” per conquistare un po’ di stabilità – tutti i sondaggi, infatti, dicono che il vincitore sarà Tony Abbott, lo sfidante che guida la Coalizione, cioè lo storico tandem tra il Liberal Party e il filoagrario National Party. Un risultato curioso, quello annunciato dai sondaggi: Rudd infatti era tornato in campo a giugno perché sembrava l’uomo giusto per ravvivare l’immagine troppo governativa della sinistra e per battere in volata Abbott, già sconfitto di misura nel 2010 dalla Gillard e da sempre considerato un po’ goffo, al quale ancora si rinfacciano vecchie dichiarazioni poco urbane sulla minoranza aborigena (“Non sarà un grande lavoro per gli aborigeni, ma qualsiasi esso sia, dovranno comunque farlo. E se quel lavoro consiste nel raccogliere l’immondizia nella comunità, anche questo dev’essere fatto”) e sulle donne (“Sarebbe una follia attendersi che le donne possano in futuro superare o anche avvicinarsi a uno stesso livello di rappresentanza degli uomini in diversi campi, semplicemente perché le loro attitudini, capacità e interessi sono diversi per ragioni fisiologiche”). Eppure, nonostante questa settimana l’Istituto statistico nazionale abbia comunicato che il paese è cresciuto dello 0,6 per cento nel secondo trimestre rispetto al primo, e del 2,6 per cento rispetto allo scorso anno, riuscendo così a evitare qualsiasi recessione per 22 anni consecutivi, gli australiani sembrano avere voglia di cambiamento. Gli ultimi sondaggi resi pubblici – quelli dello scorso fine settimana – danno la Coalizione al 46 per cento dei consensi, al 54 per cento se la scelta si restringe ai due principali partiti, e per la prima volta Abbott sarebbe il primo ministro preferito dal 43 per cento degli elettori contro il 41 per cento del più noto e popolare Rudd. Ciò che potrebbe guidare la scelta dell’elettore medio, infatti, oltre che una fisiologica preferenza per l’alternanza che caratterizza tutti i regimi politici bipartitici, non è tanto la crisi economica che non c’è stata, quanto la crisi economica che potrebbe presto arrivare.
Tra gli analisti, infatti, serpeggia preoccupazione rispetto a un modello di sviluppo eccessivamente “sbilanciato”, che farebbe troppo affidamento sull’esportazione delle materie prime trascurando tutto il resto. “Siamo lontani dal collasso che molti temevano, ma siamo ancora alla ricerca di qualcosa che rimpiazzi gli investimenti nel settore minerario nel ruolo di volano della crescita”, ha commentato di recente Shane Oliver, capoeconomista di Amp Capital Investors. Allarmismo eccessivo? Nient’affatto, dice al Foglio Fabrizio Galimberti, editorialista del Sole 24 Ore che da anni vive e lavora a Melbourne: “La preoccupazione è fondata, anche se il recente deprezzamento del dollaro australiano – oggi un dollaro locale vale 91,22 centesimi di dollaro statunitense, in calo dal record raggiunto nel 2011 quando un dollaro locale valeva 1,1 dollari Usa, ndr – è volto appunto a far riguadagnare competitività all’esiguo settore manifatturiero. Rimane vero però – continua Galimberti – che il ‘vantaggio comparato’ dell’economia australiana risiede essenzialmente nelle sue dotazioni di materie prime e la performance dell’economia rimarrà legata direttamente alla capacità d’assorbimento di queste ricchezze minerarie e agricole da parte dell’Asia”. Carbone, ferro, oro, rame, petrolio, alluminio, uranio e gas naturale: l’80 per cento delle risorse naturali estratte dalle viscere del paese è destinato all’export. Nel 2012, gli investimenti delle società nel settore delle risorse hanno superato quota 80 miliardi di dollari australiani (oltre 55 miliardi di euro), cioè il 40 per cento di tutti gli investimenti del paese, una cifra pari all’8 per cento del pil quest’anno, in netto aumento dal 2 per cento del 2003.
Per comprendere quanto abbia effettivamente pesato il boom delle risorse naturali sulle sorti del paese, aveva spiegato tempo fa al Foglio l’economista Stephen Grenville, già membro del board della Banca centrale australiana e docente dell’Australian National University, si può “ragionare per vedere come sarebbe andata senza le stesse risorse”: “Si tratta di mostrare cosa sarebbe accaduto se le nostre ragioni di scambio avessero proseguito nel loro andamento storico, che era discendente (ovvero i prezzi dei beni importati crescevano più di quelli esportati, ndr), e cosa effettivamente è accaduto”. Le ragioni di scambio, mai cresciute così vertiginosamente da oltre un secolo, “hanno fatto sì che il nostro reddito nazionale aumentasse del 15 per cento in più rispetto all’ipotesi di partenza. Oltre alla domanda internazionale, infatti, va tenuto conto anche del picco di investimenti interni legati alle risorse. Secondo Pimco, primo investitore mondiale in bond di stato, il comparto legato alle costruzioni e all’ingegneria – da solo – ha fatto crescere il pil del paese dell’1,9 lo scorso anno, mentre il pil complessivamente ha fatto segnare più 3,1 per cento. Ora però, si legge in un rapporto del Grattan Institute, sta volgendo al termine “il più grande boom minerario che si sia visto nella storia australiana dalla corsa all’oro del 1850”. Con annessi effetti di improvviso spopolamento e calo dei valori immobiliari nelle aree legate all’industria delle risorse inconcepibili nella nostra Europa così densamente popolata: nel 2011 un piccolo centro come Moranbah, nel nord-est del paese, aveva visto raddoppiare la sua popolazione in un anno (fino a 33 mila abitanti), adesso invece si sta svuotando, scrive il Financial Times; a Port Hedland, sulla costa occidentale, negli ultimi anni si erano registrati i picchi più elevati per gli affitti degli appartamenti per i single, quelli destinati ai lavoratori “pendolari” delle materie prime, 1.800 dollari australiani a settimana, mentre oggi si scende a 900 dollari a settimana.
Tutto dipende dall’andamento altalenante della domanda esterna. La Cina infatti, al momento, è la destinazione di oltre un terzo delle esportazioni australiane (per un valore di 78 miliardi di dollari l’anno), e ogni segnale di rallentamento dell’economia di Pechino è legittimamente vissuto come un pericolo grave per Canberra. Tra i principali mercati di sbocco dell’economia australiana seguono paesi che per le ragioni più diverse sono pure loro in affanno: il Giappone (18,8 per cento dell’export), la Corea del sud (7,7), l’India (4,6) e gli Stati Uniti (3,6), mentre l’Italia rappresenta lo 0,3 per cento dell’export di Canberra, per un valore di 715,5 milioni di euro. Senza contare, ha scritto il Financial Times, che “le esportazioni statunitensi di carbone, e presto anche di gas naturale, stanno minando le attese di prezzi crescenti di queste materie prime che sarebbero sufficienti per coprire i costi molto alti di progetti come gli impianti per il gas naturale liquefatto sulla costa settentrionale”. La Banca centrale del paese sta facendo la sua parte per sostenere gli imprenditori manifatturieri che esportano, tenendo basso il valore del dollaro: ha portato progressivamente il tasso di riferimento – quello a cui le banche si approvvigionano dalla Banca centrale – al 2,5 per cento dal 4,75 per cento del novembre 2011 (gli Stati Uniti lo stesso tasso l’hanno però portato quasi a zero per alimentare la ripresa, mentre la Banca centrale europea ha raggiunto di recente il suo record minimo a 0,5 per cento).
Gli elettori avranno dunque valutato con attenzione quanto i due principali partiti hanno proposto per schivare gli effetti più negativi di una bolla destinata a sgonfiarsi, seppure non a esplodere. Il Labor guidato da Rudd sostiene di poter gestire il riequilibrio dell’economia nazionale aumentando la produttività, soprattutto attraverso massicci investimenti pubblici nella rete a banda larga e nell’istruzione. Senza scartare sgravi fiscali per le piccole e medie imprese. Il conservatore Abbott da mesi imputa invece ai laburisti di aver “ucciso” il boom minerario, soprattutto attraverso tasse troppo elevate, e di non aver sfruttato l’enorme gettito garantito per tenere i conti davvero in ordine. Nelle ultime settimane, però, anche il Partito liberale ha evitato di sostenere proposte di risanamento dei conti pubblici e di alleggerimento delle imposte troppo oltranziste. Al punto che il quotidiano finanziario Australian Financial review, nel suo endorsement di ieri per il candidato conservatore, si è detto scettico per il fatto che i risparmi di spesa promessi dai Liberali sono superiori di solo 6 miliardi di dollari rispetto a quelli suggeriti dai laburisti. “Tra le due piattaforme economiche non ci sono molte differenze – conferma Galimberti – specie dopo che all’ultimo minuto il candidato dell’opposizione ha accettato il fatto, giustamente a mio modo di vedere, che il deficit pubblico non deve essere ridotto rapidamente”. La possibilità che dal voto di oggi esca un Parlamento “appeso”, considerato che il sistema elettorale rende difficile avere una maggioranza netta al Senato (dove pesano invece i piccoli partiti e gli indipendenti), secondo la lobby degli industriali mette a rischio scelte nette di politica economica, scrive il quotidiano The Australian. D’altronde di drastiche “riforme strutturali” su lavoro e pensioni, quelle che per intenderci ossessionano il dibattito politico occidentale, si è parlato relativamente poco durante la campagna elettorale. I fondamentali dell’economia australiana, infatti, rimangono fenomenali se paragonati ai nostri: negli ultimi 5 anni il paese è cresciuto del 12 per cento, gli Stati Uniti soltanto del 5 per cento e la Germania, cioè la prima della classe in Europa, del 2 per cento. Il rapporto tra debito pubblico e pil di Canberra è al 27 per cento, tra i paesi sviluppati soltanto Nuova Zelanda e Corea del sud fanno un po’ meglio, mentre in Italia lo stesso rapporto debito/pil ha superato quota 125 per cento e nella rigorosissima Germania è sopra l’80 per cento. Per questo il numero uno della banca d’affari americana Goldman Sachs, Lloyd Blankfein, che di recente ha visitato il paese, si è espresso con un pizzico d’ironia sul dibattito economico in corso: “Voi oggi siete ‘affondati’ a un livello cui noi in questo momento speriamo almeno d’arrivare. Vi sono vicino con il cuore”.
La crisi che non c’è stata è meno importante della crisi che verrà: questo paradigma ha finito per influenzare pure il modo in cui è stato trattato un altro dei temi dominanti la campagna elettorale, cioè l’immigrazione. “Le politiche dell’immigrazione a dire il vero sono state completamente tagliate fuori dall’agenda elettorale – dice al Foglio Katharine Betts, docente di Sociologia alla Swinburne University of Technology di Melbourne – Si è parlato quasi esclusivamente dei cosiddetti ‘boat people’, cioè degli sbarchi illegali di immigrati che rappresentano una quota compresa tra il 6,5 e il 9,5 per cento del flusso annuale in entrata”. Il paese, la cui popolazione è passata da 7 milioni e 600 mila abitanti nel secondo Dopoguerra agli attuali 22 milioni e 900 mila, è da sempre uno dei più accoglienti dell’area Ocse verso gli stranieri. Dal 2010 a oggi, il governo ha previsto circa 190 mila ingressi permanenti all’anno, con una quota importante di “immigrazione qualificata” per rendere più efficiente il mercato del lavoro. Ora “il Labor ha virato verso politiche restrittive per guadagnare voti”, dice Galimberti, ma limitandosi ancora una volta all’immigrazione illegale. John Howard, primo ministro conservatore in carica dal 1996 al 2007, raccolse consensi per la sua stretta sugli arrivi via mare, riducendo il numero di immigrati provenienti soprattutto dalle coste dell’Indonesia da oltre 5.000 nel 2000 a 1 (uno) nel 2002. Dal 2008-2009 gli sbarchi si sono fatti però più frequenti, arrivando al picco di 25 mila persone nel 2012-’13. L’opinione pubblica – e perfino alcune comunità di immigrati che invece fanno affidamento sul sistema decisamente ordinato del paese per gestire l’afflusso di individui per questioni umanitarie e familiari – non ha gradito. Così anche il laburista Rudd, tornato al governo nel giugno scorso, ha ideato la “Png solution”. Cioè un accordo finanziario con la Papua Nuova Guinea per dirottare tutti gli sbarchi sulla piccola isola-stato, in attesa di un esame attento che certifichi chi davvero possa legittimamente aspirare allo status di rifugiato politico. “Una mossa politica disperata e all’ultimo minuto – chiosa la professoressa Betts – che per un paio di giorni è riuscita per un momento a prendere di sorpresa l’opposizione. E’ arrivata insieme all’impegno a riportare in vita i ‘visti di protezione temporanea’ dell’èra Howard, secondo i quali anche i visti da rifugiati non diventerebbero permanenti nel caso di arrivo via mare, e l’impegno a far invertire la rotta dei navigli intercettati qualora non ci siano problemi di sicurezza”. Il conservatore Abbott a questo punto ha rilanciato il suo approccio securitario, con l’“Operazione confini sovrani” che prevede un maggiore coinvolgimento della flotta militare. Per il 57 per cento degli australiani, si legge in un sondaggio del think tank Lowy Institute di Sydney, i conservatori sono meglio attrezzati per gestire l’emergenza rifugiati. Gli esperti comunque insistono: sono tutte soluzioni che riguardano solo una piccola quota dell’afflusso annuale di cittadini stranieri. Bob Birrell e Ernest Healy, in un recente studio che ha ricevuto molta attenzione mediatica, suggeriscono una stretta anche su altri tipi di visto, come quello della “vacanza lavoro” molto popolare anche tra i giovani europei: “Il visto temporaneo ‘Working holiday maker’ richiede un’attenzione urgente – scrivono i due ricercatori della Monash University – Il numero di visti di questo tipo concessi ogni anno è aumentato da 175.746 nel 2009-’10 a 185.480 nel 2010-’11 e a 214.644 nel 2011-’12. C’è stato un ulteriore incremento nel 2012-’13, fino a 249.231. E’ cambiato anche il paese di origine degli individui con questo tipo di visto, con significativi aumenti da Irlanda, Taiwan e Italia, e numeri sempre alti dalla Corea del sud. Quanti arrivano da questi paesi non sono alla ricerca – come da tradizione – di un modo per coniugare vacanza e lavoro, ma sono piuttosto migranti affamati di lavoro, ansiosi di massimizzare il loro reddito attraverso un posto di lavoro in questo paese. In effetti l’economia australiana sta agendo da valvola di sfogo per i problemi di disoccupazione giovanile di altri paesi, a spese delle prospettive di occupazione dei giovani australiani”. Betts si dice comunque stupita dal “silenzio” che sul tema è piombato “a destra come a sinistra, soprattutto se si considera che nel 2010 questo fu al centro del dibattito. La candidata laburista di allora, Julia Gillard, disse di non credere nella cosiddetta ‘big Australia’, cioè nell’idea dell’allora ex primo ministro Rudd che il paese dovesse arrivare a ospitare 36 milioni di abitanti entro il 2050”. I problemi di sostenibilità ambientale, in un paese enorme ma largamente desertico, e nel quale già oggi è vietato lavare l’automobile con acqua che non sia riciclata, sono al centro della piattaforma programmatica di un partito minore, lo Stable population party, il cui motto è “Better, not bigger”, oltre che di partiti propriamente nazionalisti e più populisti come One nation.
Chiunque sia dichiarato vincitore questa sera, comunque, per la maggior parte degli aspiranti “australiani” in giro per il mondo non dovrebbe cambiare molto. Piuttosto le attese sono crescenti nelle imprese – anche straniere – che operano nel settore delle materie prime: i conservatori infatti hanno sempre avversato la tassazione introdotta dai laburisti sui profitti del settore minerario e la proposta di restrizione sulle emissioni di C02. Sulla politica estera, invece, è noto che Abbott non sia un cultore dell’approccio multilateralista ostentato da Rudd (raffinato esperto di relazioni internazionali e che parla il mandarino con un accento nemmeno così marcato). Negli ultimi giorni il leader conservatore è stato etichettato dall’avversario come “novello John Wayne” per un suo commento favorevole all’astensione da ogni intervento nella guerra civile siriana: “Non è una situazione di ‘buoni contro cattivi’, ma di ‘cattivi contro cattivi’”. L’alleanza con gli Stati Uniti, in ogni caso, sarà rilanciata su base bilaterale. E nonostante su ogni moneta australiana sia ancora impresso il volto della Regina Elisabetta II, regnante anche qui e rappresentata da un Governatore generale locale (una donna anche lei, sua eccellenza Quentin Bryce), nemmeno i conservatori si sognano di invertire la rotta di un’economia e una società sempre più integrate con l’Asia.
Ha scritto Greg Craven, vicepresidente della Australian Catholic University: “A meno che Tony Abbott nelle prossime ore sia scoperto a letto con un ornitorinco (piccolo mammifero semiacquatico tipico della parte orientale del paese, ndr), il risultato di queste elezioni è già scritto”. Probabile, effettivamente. Anche se in Australia – l’unico paese (a memoria d’uomo contemporaneo) a essersi “perso” un primo ministro in carica, Harold Holt, scomparso mentre nuotava in mare nel 1967 – qualche sorpresa rimane pur sempre possibile.