I “falchi umanitari” sussurrano a Obama (e ai giornali) ma il Congresso chiede una strategia
Dal giorno dell’attacco con le armi chimiche a Ghouta, nella mente di Barack Obama e del suo consiglio di guerra l’ipotesi dello strike in Siria ha subìto una rapidissima accelerazione e poi un’improvvisa frenata. Frenata tattica per coordinare l’intervento con l’attività degli ispettori dell’Onu, sondare gli intenti di una coalizione dei volenterosi sempre meno volenterosi e placare un Congresso in subbuglio perché nessuno l’ha informato circa le varie opzioni militari sul tavolo di Obama. Raineri Coalition of the unwilling

Dal giorno dell’attacco con le armi chimiche a Ghouta, nella mente di Barack Obama e del suo consiglio di guerra l’ipotesi dello strike in Siria ha subìto una rapidissima accelerazione e poi un’improvvisa frenata. Frenata tattica per coordinare l’intervento con l’attività degli ispettori dell’Onu, sondare gli intenti di una coalizione dei volenterosi sempre meno volenterosi e placare un Congresso in subbuglio perché nessuno l’ha informato circa le varie opzioni militari sul tavolo di Obama. In un’intervista alla Pbs il presidente ha ripetuto che una punizione per il regime di Bashar el Assad è inevitabile, ma il primo scopo della comparsa era quello di sottolineare che non sarà un altro Iraq, anche a beneficio di un’opinione pubblica americana decisamente contraria all’intervento. Non un dettaglio per un presidente così attento ai sondaggi.
Ieri sera il segretario di stato, John Kerry, e il capo del Pentagono, Chuck Hagel, hanno fatto un briefing ai membri del Congresso, e alla conference call hanno partecipato anche il consigliere per la sicurezza nazionale, Susan Rice e il direttore dell’intelligence, James Clapper. La scelta di informare il Congresso risponde alle richieste dello speaker repubblicano della Camera, John Boehner, che con una lettera alla Casa Bianca ha leggermente placato l’attivismo presidenziale: “Servirà il sostegno pubblico e del Congresso per appoggiare gli sforzi dell’Amministrazione e i nostri soldati meritano di sapere che abbiamo una strategia”. Una strategia, ecco il punto oscuro nelle manovre di Obama. E anche il riflesso di un consiglio di guerra diviso fra interventismo e cautela. Qualche giorno dopo l’attacco con le armi chimiche nella periferia di Damasco, la posizione di Obama si è fatta più decisa, sull’onda delle consultazioni con un gabinetto di guerra affollato di interventisti liberal che hanno costruito la loro credibilità pubblica sull’uso della forza per motivi umanitari. Susan Rice e Samantha Power, ambasciatrice americana all’Onu, hanno cominciato un’operazione di Twitter diplomacy per illustrare le ragioni dell’intervento. Da posizioni diverse avevano sostenuto una battaglia analoga per l’intervento in Libia. Power ha fatto capire chiaramente che nulla di sensato può venire dal Palazzo di vetro: “Il regime siriano deve essere costretto a rispondere, cosa che il Consiglio di sicurezza ha rifiutato di fare per oltre due anni. Gli Stati Uniti considerano una risposta adeguata”. Con prese di posizione decise ha cercato di far dimenticare una falsa partenza nella gestione del dossier siriano: quando i missili con il gas sarin si abbattevano sui civili, lei era in vacanza in Irlanda, e ha mandato il suo vice a protestare. Era il diciannovesimo giorno di lavoro dell’ex attivista per i diritti umani.
Domenica mattina Rice ha mandato una e-mail a Power e ad altri “falchi umanitari”, come li chiamano a Washington, del Consiglio di sicurezza: “L’indagine dell’Onu arriva troppo tardi e ci dirà quello che sappiamo già: sono state usate armi chimiche. Non ci dirà nemmeno da chi, cosa che sappiamo già”, ha scritto Rice. Power ha riportato al pubblico la sentenza: “Il verdetto è chiaro: Assad ha usato armi chimiche contro i civili in violazione del diritto internazionale”. A quel punto l’Amministrazione ha tentato di cancellare la missione degli ispettori Onu, svuotata di significato dalle prove raccolte dagli americani e potenziale impedimento per un’azione unilaterale. I “falchi umanitari” non sono riusciti a far saltare l’operazione e il “momentum” interventista che avevano generato presso Obama – anche grazie all’aiuto di John Kerry, che da oltre due mesi preme per un intervento – si è leggermente sgonfiato.
“Non è uno slam dunk”
Richieste del Congresso a parte – che Obama non può non collegare alle altre battaglie interne, dal debito pubblico all’applicazione dell’Obamacare – la triade Rice-Power-Kerry che ha convinto il presidente ad accelerare sulla via dell’attacco è ostacolata da Martin Dempsey, il capo delle Forze armate americane. Il Pentagono è scettico sull’opportunità di uno strike in mancanza di un’idea strategica complessiva e teme gli effetti che questo potrà provocare nel lungo periodo. Donald Rumsfeld, segretario della Difesa nell’Amministrazione Bush, ha esplicitato il sentire dei militari parlando di una “mindless strategy”, una strategia che non tiene conto delle conseguenze sull’area, in particolare sul regime iraniano che protegge Assad.
Mentre le ragioni degli interventisti sono filtrate alla stampa attraverso leak tambureggianti – il portavoce della Casa Bianca ieri si è lamentato delle “blind quotes” che abbondano negli articoli di questi giorni – quelle più prudenti dei militari sono passate inizialmente sottotraccia, salvo poi emergere sotto forma di anonimi funzionari secondo cui le prove nelle mani degli americani “non sono uno slam dunk”. Un riferimento all’immagine usata nel 2002 dal direttore della Cia per descrivere le certezze del governo intorno alle armi di distruzione di massa di Saddam Hussein.
Domenica mattina Rice ha mandato una e-mail a Power e ad altri “falchi umanitari”, come li chiamano a Washington, del Consiglio di sicurezza: “L’indagine dell’Onu arriva troppo tardi e ci dirà quello che sappiamo già: sono state usate armi chimiche. Non ci dirà nemmeno da chi, cosa che sappiamo già”, ha scritto Rice. Power ha riportato al pubblico la sentenza: “Il verdetto è chiaro: Assad ha usato armi chimiche contro i civili in violazione del diritto internazionale”. A quel punto l’Amministrazione ha tentato di cancellare la missione degli ispettori Onu, svuotata di significato dalle prove raccolte dagli americani e potenziale impedimento per un’azione unilaterale. I “falchi umanitari” non sono riusciti a far saltare l’operazione e il “momentum” interventista che avevano generato presso Obama – anche grazie all’aiuto di John Kerry, che da oltre due mesi preme per un intervento – si è leggermente sgonfiato.
“Non è uno slam dunk”
Richieste del Congresso a parte – che Obama non può non collegare alle altre battaglie interne, dal debito pubblico all’applicazione dell’Obamacare – la triade Rice-Power-Kerry che ha convinto il presidente ad accelerare sulla via dell’attacco è ostacolata da Martin Dempsey, il capo delle Forze armate americane. Il Pentagono è scettico sull’opportunità di uno strike in mancanza di un’idea strategica complessiva e teme gli effetti che questo potrà provocare nel lungo periodo. Donald Rumsfeld, segretario della Difesa nell’Amministrazione Bush, ha esplicitato il sentire dei militari parlando di una “mindless strategy”, una strategia che non tiene conto delle conseguenze sull’area, in particolare sul regime iraniano che protegge Assad.
Mentre le ragioni degli interventisti sono filtrate alla stampa attraverso leak tambureggianti – il portavoce della Casa Bianca ieri si è lamentato delle “blind quotes” che abbondano negli articoli di questi giorni – quelle più prudenti dei militari sono passate inizialmente sottotraccia, salvo poi emergere sotto forma di anonimi funzionari secondo cui le prove nelle mani degli americani “non sono uno slam dunk”. Un riferimento all’immagine usata nel 2002 dal direttore della Cia per descrivere le certezze del governo intorno alle armi di distruzione di massa di Saddam Hussein.
Raineri Coalition of the unwilling