Vietato toccare la Pa, davvero?

Accordo “tecnico-politico” sulla Pubblica amministrazione raggiunto, ma ancora un nulla di fatto: è con queste parole che, in chiusura del Consiglio dei ministri di ieri, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Filippo Patroni Griffi ha dato un colpo al cerchio riformista e uno alla botte conservatrice della Pa. Resta quindi incerto il futuro dei precari che oggi affollano gli uffici pubblici e, più in generale, la prospettiva del pubblico impiego. La via d’uscita è stretta. Per troppi anni il riassetto del settore pubblico è stato eluso, preferendo misure emergenziali (il blocco del turnover) o palliativi (il precariato). Il risultato è, da un lato, una riduzione graduale degli organici (120 mila unità in meno nel 2011-2012).
23 AGO 13
Ultimo aggiornamento: 09:45 | 4 AGO 20
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Accordo “tecnico-politico” sulla Pubblica amministrazione raggiunto, ma ancora un nulla di fatto: è con queste parole che, in chiusura del Consiglio dei ministri di ieri, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Filippo Patroni Griffi ha dato un colpo al cerchio riformista e uno alla botte conservatrice della Pa. Resta quindi incerto il futuro dei precari che oggi affollano gli uffici pubblici e, più in generale, la prospettiva del pubblico impiego. La via d’uscita è stretta. Per troppi anni il riassetto del settore pubblico è stato eluso, preferendo misure emergenziali (il blocco del turnover) o palliativi (il precariato). Il risultato è, da un lato, una riduzione graduale degli organici (120 mila unità in meno nel 2011-2012). Dall’altro lato, però, un aumento dell’età media dei funzionari, ormai prossima ai 48 anni, e il pervasivo utilizzo di contratti atipici, spesso al di fuori di rigorose procedure concorsuali. A peggiorare le cose è il fatto che questa massa di precari ha acquisito peso politico, e oggi preme – trovando non pochi interlocutori – per una sorta di sanatoria. Se ciò avvenisse (anche in forma soft: per esempio delle corsie preferenziali nei concorsi) sarebbe una sconfitta. Infatti, non faremmo altro che rimandare di qualche mese o anno una discussione che già si trascina da troppo tempo. Bisogna, semmai, rovesciare l’approccio: mettendo al centro dell’attenzione non i dipendenti pubblici, bensì i servizi alla cui produzione essi contribuiscono.
Scopriremmo, allora, che se tali servizi eccedono in quantità e scarseggiano di qualità, è perché queste due caratteristiche qualificano gli stessi dipendenti pubblici (in media), con l’aggravante di una cattiva organizzazione del lavoro e mezzi tecnologici obsoleti (a loro volta conseguenza dei tic conservatori della Pa). Bisogna dunque ragionare sui fattori di produzione in funzione del prodotto: quanti e quali dipendenti servono? Quali uffici devono essere integrati, e in che modo le procedure vanno cambiate? Davvero i contratti a tempo indeterminato e le carriere per anzianità sono gli arrangiamenti migliori? Sono domande a cui non si può rispondere sbrigativamente. Tuttavia, rinviare come fatto ieri o prendere scorciatoie nella direzione opposta non ci porterà mai a destinazione.