Con 63 righe di grottesco copia-incolla la Rai si ingoia la par condicio
Tre interrogazioni che toccano il cuore della questione Rai: il pluralismo. Pagine di documentazione. Domande del controllore al controllato (il Parlamento alla Rai). Risposte? 63 righe in tutto. Neanche Tacito sarebbe riuscito a far meglio. Ungaretti si inchinerebbe al genio. Un meraviglioso copia e incolla, senza neanche l’uso della colla e delle forbici. Così sfacciato perché con ogni evidenza la Rai crede che il Parlamento sia una specie di maestro tonto e tontolone che sbraita ma basta fornirgli un pezzetto di carta fotocopiata e si sazia. Ripercorro i termini della questione. di Renato Brunetta

Tre interrogazioni che toccano il cuore della questione Rai: il pluralismo. Pagine di documentazione. Domande del controllore al controllato (il Parlamento alla Rai). Risposte? 63 righe in tutto. Neanche Tacito sarebbe riuscito a far meglio. Ungaretti si inchinerebbe al genio. Un meraviglioso copia e incolla, senza neanche l’uso della colla e delle forbici. Così sfacciato perché con ogni evidenza la Rai crede che il Parlamento sia una specie di maestro tonto e tontolone che sbraita ma basta fornirgli un pezzetto di carta fotocopiata e si sazia. Ripercorro i termini della questione.
Il lettore del Foglio ha forse presenti i miei articoli su alcuni programmi di RaiTre. Non pretendo ricordi i numeri e neanche gli aggettivi. Ma l’odore resta nel naso. E se sono riuscito nell’intento, la memoria olfattiva dovrebbe richiamare quello nauseabondo della faziosità con i soldi degli altri. Quella perpetrata con la scusa del tanto-noi-siamo-bravi-e-non-ci-tocca-nessuno.
Il lettore del Foglio ha forse presenti i miei articoli su alcuni programmi di RaiTre. Non pretendo ricordi i numeri e neanche gli aggettivi. Ma l’odore resta nel naso. E se sono riuscito nell’intento, la memoria olfattiva dovrebbe richiamare quello nauseabondo della faziosità con i soldi degli altri. Quella perpetrata con la scusa del tanto-noi-siamo-bravi-e-non-ci-tocca-nessuno.
Credo di aver dimostrato che la sopracitata caratteristica abbia accomunato i tre principali tamburi della banda di RaiTre: Annunziata, Fazio e Floris. Cifre diverse e stili diseguali. Ma con un dato certo: nella presenza di ospiti e nella rappresentazione della realtà il pluralismo a “In mezz’ora”, “Che tempo che fa” e “Ballarò” è andato a ramengo, e la bilancia della par condicio ha avuto il piatto di sinistra sfondato dalla esagerata prevalenza di Pd, alleati, intellettuali e sindacalisti annessi e connessi, rispetto al resto del mondo. Non è una questione di pignolerie beghine, ma di sostanza della democrazia che dovrebbe esprimersi nel servizio pubblico. Ed esso è regolato da un contratto di servizio, che prevede l’osservanza di leggi, magari noiose, ma la vita sociale esige la condivisione di valori di fondo (diritto di ogni parte culturale e politica a esprimersi) espressi in norme a volte antipatiche. Insomma: il sottoscritto ha impilato una sequenza favolosa di favoritismi ai compagnucci, e ne ha chiesto conto come suo dovere ai capi della Rai, oltre che segnalare le sperticate manchevolezze all’Autorità garante delle comunicazioni. Ecco le risposte.
Ci esprimiamo nel bel linguaggio dei fogli: “Prot. N.97 COM/RAI”. Questo è l’esordio, che forse è la parte più sincera. Dopo di che, a proposito di “In mezz’ora” di Lucia Annunziata, si risponde: “In linea generale i monitoraggi dell’Osservatorio di Pavia evidenziano il rispetto complessivo del pluralismo informativo…”. Che cosa avrà trovato l’Osservatorio di Pavia in “In mezz’ora” che capovolga il mio conteggio di un 90 per cento circa dato a sinistra e il resto a destra? Ci è sfuggito qualcosa? Ma no. Infatti a quei puntini seguono due parolette: “Della Rai”. Come dire: che sarà mai se questo e quello sono faziosi, loro sono fatti così, guardiamo in generale. Ma la responsabilità dinanzi alla legge e alle regole è personale. Questo vale nel nostro caso a proposito delle norme che tutelano il pluralismo nella comunicazione politica del servizio pubblico. Altrimenti non si capirebbe perché l’Agcom rifila una multa al Tg1 e poi un’altra al Tg3. Non è che fa la media e dice va bene così. Ma quali sono i geni che hanno partorito questa risposta? Che scuole hanno frequentato? La par condicio non si pasce di dati complessivi e universali, come dire una mano lava l’altra.
La risposta inciampa comunque in una cifretta che nega il trionfalismo della prima frase. Infatti, dice la risposta alla riga quinta: “Il pluralismo è sostanzialmente rispettato… sul totale delle tre reti generaliste il Pd registra il 33 dello spazio totale e il Pdl il 27 per cento”. Alt! Il periodo è quello da settembre 2012 fino a giugno 2013. Al 23 febbraio, cioè nei primi cinque mesi di conteggio, il centrodestra era maggioranza schiacciante. Subito dopo la porzione di elettori per Pd e Pdl è pressoché identica. E un vantaggio di sei punti nei programmi di informazione è ritenuto corretto? Ma va’ là. Tanto più che in questi dati non sono conteggiati gli orientamenti ideologici di sindacalisti Fiom e di intellettuali organici alla sinistra moderata o più spesso estrema di filosofi, scrittori e giornalisti.
Interrogazione su Fazio. Dinanzi alla spettacolare prevalenza della sinistra, la Rai non sa che dire, se non spiaggiare la balena di “Che tempo che fa” nel campo non della comunicazione politica ma dell’Infotainment. Dunque che ci volete fare. L’Infotainment è tutta una roba diversa, vorrei vedere voi lottare contro questo Infotainment per realizzare la par condicio. Sedici righe di risposta, per dire che il conteggio non si fa: è Infotainement, scrittori e giornalisti non contano. Ah sì? E le presenze molto espressive di Scalfari ed Ezio Mauro una settimana prima del voto sono neutre?
Terza interrogazione su Floris. Qui la Rai tira fuori le unghie: “‘Ballarò’ non può essere etichettato come programma a senso unico”. Ah sì? E i dati? E Crozza che infila le banderillas sul collo dei politici di centrodestra prima che entrino in campo il torero Floris e i suoi prediletti giornalisti Massimo Giannini e Paolo Mieli? La Rai contesta i dati. Poi ammette: non si considerano “come soggetti politici coloro i quali vengono ospitati in virtù della loro professionalità (giornalisti… magistrati…)”, Mamma mia, Ingroia, Grasso, Epifani, Mucchetti, che non erano ancora entrati in lista, sono finiti nel numero degli apolitici…
Interessante constatare, oltre la mitologica laconicità oracolare delle risposte, il metodo del confezionamento. Ebbene ci sono interi periodi riproposti con il copia e incolla in tutti e tre i foglietti. La frase con il magnifico incipit tolstoiano “in linea generale” è appiccicata tre-volte-tre. Non si butta via niente. Il Parlamento che esprime in fondo il popolo sovrano, padrone e pagatore della Rai, ha il compito di far valere il contratto di servizio pubblico che giustifica il canone. I massimi dirigenti della Rai ricevono interrogazioni documentate e piuttosto tragiche sull’inadempienza. Ecco che il direttore generale Gubitosi e la presidente Tarantola chiedono risposta ai grandiosi uffici delle relazioni istituzionali e delle relazioni esterne, all’ufficio legale, i cui cervelli si uniscono e si scontrano in un epocale brainstorming. Risultato della prodigiosa macchina del pensiero? 63 righe di cui la metà si ripete nei tre fogli. La par condicio in Rai forse vuol dire dare risposte uguali a domande diverse.
di Renato Brunetta