Disoccupazione giovanile, lo spauracchio
La politica italiana da troppo tempo affronta l’argomento della disoccupazione giovanile con ipocrisia, come se fosse il frutto di una “discriminazione anagrafica” da contrastare con misure ad hoc che inducano le imprese ad assumere i più giovani. Essa è invece la conseguenza inevitabile di un problema più generale, che ha dunque bisogno di soluzioni strutturali. Nessuno è disoccupato perché è giovane: piuttosto, i giovani sono disoccupati perché non c’è lavoro. E’ una differenza enorme che in troppi, persino dalle parti di Palazzo Chigi, fanno finta di non vedere.

La politica italiana da troppo tempo affronta l’argomento della disoccupazione giovanile con ipocrisia, come se fosse il frutto di una “discriminazione anagrafica” da contrastare con misure ad hoc che inducano le imprese ad assumere i più giovani. Essa è invece la conseguenza inevitabile di un problema più generale, che ha dunque bisogno di soluzioni strutturali. Nessuno è disoccupato perché è giovane: piuttosto, i giovani sono disoccupati perché non c’è lavoro. E’ una differenza enorme che in troppi, persino dalle parti di Palazzo Chigi, fanno finta di non vedere.
L’ipocrisia nasce dal tentativo di eludere i nodi strutturali (per timore degli interessi sindacal-corporativi) e limitarsi ad adottare interventi marginali, se non retorici, “per i giovani”. Con la stessa logica si è operato per anni, anche prima della crisi iniziata nel 2008, finendo in questo modo per creare un mercato del lavoro di serie B (quello dei contratti atipici e precari), che non ha retto alla prova della crisi e del quale ventenni e trentenni sono stati le maggiori vittime. Ad anomalia si è risposto con anomalia, a distorsione con distorsione.
Per generare nuova occupazione – sicura (non garantita) e ben pagata – occorre invece dare risposte di ampio respiro e non semplici incentivetti e sussidiucci. Con il miliardo di euro che il presidente del Consiglio Enrico Letta intende trasferire dai fondi strutturali all’occupazione giovanile, si può forse creare qualche decina di migliaia di posti di lavoro, ma la piaga della disoccupazione si calcola in milioni di unità e avrebbe bisogno di un taglio della tassazione sul lavoro da decine di miliardi (in un impeto di liberismo, ieri Francesco Giavazzi e Alberto Alesina sul Corriere della Sera indicavano addirittura quota 50 miliardi). E ciò vuol dire disboscare la selva della spesa pubblica, a danno di chi oggi più o meno lecitamente ne gode. Non bastano i “giri di cacciavite” alla riforma Fornero, ma occorre una liberalizzazione radicale del mercato del lavoro subordinato. Toccando anche la flessibilità in uscita, cioè introducendo la libertà di licenziare. C’è da modernizzare il sistema del credito e disboscare la nostra legislazione dalla normativa corporativa e anticoncorrenziale che tanto danneggia chi prova a mettersi in proprio o a sfidare le professioni regolamentate. In poche parole, una politica dal lato dell’offerta: così come sono i giovani a pagare il prezzo della disoccupazione, così sarebbero loro a beneficiare dell’abbattimento delle garanzie e dei privilegi goduti dagli insider. Peccato che, anche tra gli outsider, siano in pochi a capirlo davvero.