Berlino padrona riluttante

Tesi numero uno: la Germania, come un grande burattinaio, gestisce la crisi dell’Eurozona per annichilire gli altri stati membri e arricchire se stessa. Tesi numero due, opposta alla prima: la Germania si muove da paese leader, sinceramente interessato a raddrizzare le storture delle economie altrui, anche perché sa di non poter guadagnare dalla crisi dei vicini. In fondo entrambe queste argomentazioni innervano il dibattito in corso sull’Eurozona, sia quando si analizzano le schermaglie tedesche per rallentare il processo di unificazione bancaria (vedi Eurogruppo ed Ecofin conclusi ieri) sia quando si discute l’incredibile ricorso anti Banca centrale europea sponsorizzato dalla Bundesbank.
22 GIU 13
Ultimo aggiornamento: 16:45 | 13 AGO 20
Immagine di Berlino padrona riluttante
Tesi numero uno: la Germania, come un grande burattinaio, gestisce la crisi dell’Eurozona per annichilire gli altri stati membri e arricchire se stessa. Tesi numero due, opposta alla prima: la Germania si muove da paese leader, sinceramente interessato a raddrizzare le storture delle economie altrui, anche perché sa di non poter guadagnare dalla crisi dei vicini. In fondo entrambe queste argomentazioni innervano il dibattito in corso sull’Eurozona, sia quando si analizzano le schermaglie tedesche per rallentare il processo di unificazione bancaria (vedi Eurogruppo ed Ecofin conclusi ieri) sia quando si discute l’incredibile ricorso anti Banca centrale europea sponsorizzato dalla Bundesbank. Entrambe queste tesi, però, sono troppo semplicistiche. Si mettano infatti l’animo in pace i fan a ogni costo della lezione moralizzatriche di Angela Merkel: è indubbio che da anni l’imponente macchina esportatrice di Berlino si sta avvantaggiando grazie a un euro sottovalutato (rispetto al marco, se ci fosse ancora), come è perfino cifrabile il risparmio sugli interessi del debito pubblico dovuto alla fuga di capitali dall’Europa periferica (80 miliardi in meno di interessi ogni anno) o il vantaggio che l’economia reale riceve in termini di accesso al credito. Vantaggi meritati solo in parte, frutto più che altro di alcune storture dell’architettura dell’euro.
Invece hanno ragione i “merkeliani” quando affermano che il nostro modo di produzione avrebbe parecchio da guadagnare da una cura a base di quelle “riforme strutturali” che Berlino ha già portato a termine. Né è nell’interesse di Berlino – come sostengono i più complottisti – veder affondare i paesi limitrofi, non foss’altro perché destinatari di tanta parte dell’export made in Deutschland. Il problema, piuttosto, è che la leadership tedesca si dimostrerà all’altezza, e davvero “europea”, soltanto se sarà in grado di limitare le “prese di beneficio” un po’ nazionalistiche di oggi per arrivare ai vantaggi comuni di domani. Non è scontato che le élite di Berlino siano del tutto immuni dalla “veduta corta” che annebbia le nostre classi dirigenti. Oltre a sperare, si deve farle ragionare.