Brutto film francese al G8
Com’è nelle regole di un gioco complicato quale è sempre il G8, il presidente della Commissione europea José Manuel Barroso ha ieri attenuato i toni, facendo smentire al suo portavoce, Olivier Bailly, di aver “mai definito reazionarie la Francia o le istituzioni francesi”, così come era apparso in un’intervista all’International Herald Tribune. Ma pur con tutte le cautele di un giorno di inizio vertice, Barroso non ha però negato di aver pronunciato le frasi che il giornale gli attribuisce e che esprimono una critica secca all’“eccezione culturale” intesa come un puro freno alla crescita: “E’ parte di questa agenda anti-globalizzazione che io considero completamente reazionaria”. Carretta G8 liberoscambista (e pure fiscalista) - Peduzzi Al G8 Putin celebra la vittoria in Siria e dà una lezioncina all’occidente - Lo Prete L'eccezione molto costosa - L'editoriale Berlusconi di sfondamento in Europa - Forte Così Letta rischia di diventare la copia sbiadita del Monti riformatore

Com’è nelle regole di un gioco complicato quale è sempre il G8, il presidente della Commissione europea José Manuel Barroso ha ieri attenuato i toni, facendo smentire al suo portavoce, Olivier Bailly, di aver “mai definito reazionarie la Francia o le istituzioni francesi”, così come era apparso in un’intervista all’International Herald Tribune. Ma pur con tutte le cautele di un giorno di inizio vertice, Barroso non ha però negato di aver pronunciato le frasi che il giornale gli attribuisce e che esprimono una critica secca all’“eccezione culturale” intesa come un puro freno alla crescita: “E’ parte di questa agenda anti-globalizzazione che io considero completamente reazionaria”. E anche: “Alcuni di loro dicono di appartenere alla sinistra, ma di fatto dal punto di vista culturale sono estremamente reazionari”. Il G8 di Enniskillen ha poi annunciato di aver appianato le ultime differenze tra Stati Uniti e Europa. “Trenta milioni di posti di lavoro su entrambe le sponde dell’Atlantico”, ha promesso Barack Obama dopo la riunione con il premier britannico David Cameron, Barroso e il presidente del Consiglio europeo Herman van Rompuy, che ha segnato l’inizio ufficiale dei negoziati sulla Trans-Atlantic Trade and Investment Partnership, anche se i colloqui veri e propri partiranno in luglio a Washington.
Si tratta però di un negoziato che – a causa della resistenza francese in nome del principio dell’“eccezione culturale” – non contemplerà il settore degli audiovisivi. Per lo meno dall’inizio. Compromesso prevedibile, dopo che i socialisti francesi avevano in prima battuta alzato la voce chiedendo a Barroso di smentire o dimettersi. Dall’altra parte, i benefici dell’accordo Usa-Ue, stimati in 119 miliardi all’anno per l’Europa e 95 miliardi per gli Stati Uniti, sono tali da non poter essere messi a repentaglio. “Per questo abbiamo resistito alla tentazione di un accordo al ribasso” pur di far decollare la trattativa, ha detto Barack Obama. Barroso ha puntualizzato che il suo non era un commento alla battaglia di François Hollande e del suo ministro del Commercio estero, Nicole Bricq, che al Consiglio di Lussemburgo con i suoi omologhi europei ha resistito sulle sue posizioni per 12 ore, con quella tempra da poilous della Marna e di Verdun che i politici francesi tirano sempre fuori ogni volta che l’exception culturelle viene messa in discussione, fino a quando non l’ha spuntata. Ma Barroso ha poi ribadito che, sì, la diversità culturale resta una “linea rossa”; e se l’Europa vuole mantenere il suo ruolo economico e culturale nel mondo deve rimanere al passo con la globalizzazione e accettare di cambiare: “I difensori dell’eccezione culturale non capiscono i benefici che apporta la globalizzazione, anche dal punto di vista culturale, per ampliare le nostre prospettive e avere il sentimento di appartenere alla stessa umanità”. In realtà, anche negli Stati Uniti ci sono forti resistenze protezioniste all’idea di un trattato transatlantico. Il Commissario Europeo al Commercio, Karel De Gucht, voleva infatti includere nella trattativa anche il settore audiovisivo proprio per non dare a Washington nessun pretesto a eventuali eccezioni contrapposte, ad esempio sul trasporto aereo o sul settore pubblico.
Settemila uomini di cultura e cineasti europei hanno firmato un appello in appoggio alla politica grazie alla quale, ad esempio, tra 2005 e 2011 nel mercato francese i film americani sono stati il 45-55 per cento, contro il 60-90 per cento degli altri mercati europei.
Settemila uomini di cultura e cineasti europei hanno firmato un appello in appoggio alla politica grazie alla quale, ad esempio, tra 2005 e 2011 nel mercato francese i film americani sono stati il 45-55 per cento, contro il 60-90 per cento degli altri mercati europei.
Ma l’eccezione culturale, che affascina anche il ministro dei Beni culturali italiano Massimo Bray, scricchiola anche nel suo paese d’origine. Quando Gérard Depardieu era scappato in Russia in fuga dalle tasse di Hollande, il produttore Vincent Maraval aveva denunciato la situazione reale, e per niente florida, di un cinema basato “su un’economia sempre più sovvenzionata”, e “che vede anche i suoi maggiori successi commerciali perdere soldi”. “Gli attori francesi sono ricchi di denaro pubblico e del sistema che protegge l’eccezione culturale”.
Carretta G8 liberoscambista (e pure fiscalista) - Peduzzi Al G8 Putin celebra la vittoria in Siria e dà una lezioncina all’occidente - Lo Prete L'eccezione molto costosa - L'editoriale Berlusconi di sfondamento in Europa - Forte Così Letta rischia di diventare la copia sbiadita del Monti riformatore