Lotta dura con molta paura

Il decreto con cui il governo di Enrico Letta ha nominato l’ex commissario alla Revisione della spesa dello stato, Enrico Bondi, come commissario a termine dell’Ilva di Taranto, è stato commentato dalla Confindustria con un tardivo urlo di protesta: il diritto di proprietà è a rischio. Il decreto del governo assegna a Bondi, per il risanamento ambientale dell’azienda, le somme derivanti dal sequestro stabilito dalla magistratura. Ma se il diritto di proprietà è davvero a rischio, dov’era la Confindustria quando il magistrato ha disposto la confisca di oltre 8 miliardi di euro alla famiglia Riva – sequestro preventivo sui beni e le disponibilità economiche e finanziarie datato 24 maggio scorso?
6 GIU 13
Ultimo aggiornamento: 17:31 | 8 AGO 20
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Il decreto con cui il governo di Enrico Letta ha nominato l’ex commissario alla Revisione della spesa dello stato, Enrico Bondi, come commissario a termine dell’Ilva di Taranto, è stato commentato dalla Confindustria con un tardivo urlo di protesta: il diritto di proprietà è a rischio. Il decreto del governo assegna a Bondi, per il risanamento ambientale dell’azienda, le somme derivanti dal sequestro stabilito dalla magistratura. Ma se il diritto di proprietà è davvero a rischio, dov’era la Confindustria quando il magistrato ha disposto la confisca di oltre 8 miliardi di euro alla famiglia Riva – sequestro preventivo sui beni e le disponibilità economiche e finanziarie datato 24 maggio scorso? Dov’era la Confindustria quando il magistrato ha ignorato la destinazione di una tale somma e ha di fatto messo a repentaglio non solo il diritto alla proprietà ma anche l’oggetto di essa, cioè un’azienda privata che, secondo le stime presentate dal governo, vale lo 0,5 per cento del pil italiano annuo, cioè proprio otto miliardi di euro? Quando il decreto giacobino della procura di Taranto è stato emanato, il presidente di Confindustria, Giorgio Squinzi, si è limitato a dire: “Lasciamo lavorare la magistratura”. Non ha protestato a nome dell’associazione degli imprenditori che, con questo provvedimento discrezionale, si ritrovavano con due diritti costituzionali violati. Due diritti essenziali per l’attività di impresa: quello d’intrapresa privata cui veniva tolto l’ossigeno finanziario e quello di proprietà privata. E però ieri era lo stesso Squinzi a fare da megafono ai dati della manifattura italiana in declino, lamentando che, con la crisi, s’è perso il 15 per cento del manifatturiero, il 40 per cento nel settore degli autoveicoli, e si sono registrati cali di almeno un quinto in 14 settori su 22. Ma la sua Confindustria è rimasta inerte quando la magistratura ha riempito le aule dei tribunali del lavoro con i processi ai contratti di Sergio Marchionne, o quando ha sequestrato l’impianto di Taranto.
Adesso, con la nomina a commissario di Bondi, amministratore delegato del gruppo Ilva, il diritto di impresa è tornato, sia pure parzialmente, all’iniziativa privata limitata, ma non ghigliottinata. Con l’assegnazione dei miliardi sequestrati all’azienda per le salvaguardie ambientali, il diritto di proprietà è in parte reintegrato. L’azienda, però, così può solo galleggiare. Per rilanciarla occorrono capitali esterni. Denari che andrebbero reperiti con la logica del mercato, con un prestito convertibile in azioni ove gli attuali proprietari, da soli o con altri soci, non fossero in grado di riscattarlo. E’ auspicabile che il prestito non venga dalla Cassa depositi e prestiti che sta divenendo una nuova Iri, ma dalla finanza internazionale. Ciò però richiede un quadro di certezze legali. E il compito del governo non si risolve di certo con questo decreto.