Alternativo a Letta, oppure ciao
Matteo Renzi, man mano che passa il tempo, vede indebolirsi l’effetto attrattivo di alcuni suoi aspetti esteriori, la novità e la bella gioventù, su cui aveva potuto contare nella sua prima apparizione sulla scena politica nazionale. Ora non è più in gara con la gerontocrazia, il suo punto di riferimento dialettico nel Partito democratico, Enrico Letta, è della sua stessa generazione (sebbene abbia l’aria di aver sempre portato i calzoni lunghi) e dispone della visibilità oggettivamente assicurata dalla carica che ricopre. Renzi può farsi prendere dalla fretta – come è parso fare lasciando appoggiare dai suoi la bizzarra tesi della restaurazione preventiva di una legge elettorale di dubbia efficacia – oppure può diventare un azionista di riferimento dell’esecutivo.

Matteo Renzi, man mano che passa il tempo, vede indebolirsi l’effetto attrattivo di alcuni suoi aspetti esteriori, la novità e la bella gioventù, su cui aveva potuto contare nella sua prima apparizione sulla scena politica nazionale. Ora non è più in gara con la gerontocrazia, il suo punto di riferimento dialettico nel Partito democratico, Enrico Letta, è della sua stessa generazione (sebbene abbia l’aria di aver sempre portato i calzoni lunghi) e dispone della visibilità oggettivamente assicurata dalla carica che ricopre. Renzi può farsi prendere dalla fretta – come è parso fare lasciando appoggiare dai suoi la bizzarra tesi della restaurazione preventiva di una legge elettorale di dubbia efficacia – oppure può diventare un azionista di riferimento dell’esecutivo, costruendo in quest’ambito la prospettiva di un bipolarismo dai contorni più accettabili di quello del passato.
Se imboccherà la prima strada finirà nel novero oramai affollato degli sfasciacarrozze che, dopo un exploit fanfaronesco e dannoso, finiscono nel dimenticatoio. Se invece il sindaco di Firenze ha davvero la tempra del leader politico che a tratti riesce a mostrare, può affrontare e attraversare, con la necessaria dose di pazienza e di senso dell’umorismo, una stagione complessa e inedita, nella quale la convergenza degli opposti può produrre esiti insperati o ingolfarsi nell’immobilismo. Il rischio della paralisi, delle “lunghe attese” che vanificano le larghe intese, è reale, ma un capo politico che si rispetti non può limitarsi a denunciarlo cadendo nell’ovvietà, deve avere la forza e la fantasia per contribuire a superare le situazioni di stallo trovando, o almeno proponendo, sintesi innovative. Se Renzi non vuole diventare, paradossalmente, l’edizione giovanile della diffidenza ossessiva che da una vita intrappola Rosy Bindi, deve scommettere seriamente sulle potenzialità riformiste della strana maggioranza di oggi per dare concretezza alla prospettiva di un riformismo democratico competitivo per il bipolarismo di domani.
Enrico Letta non si lascerà incollare l’etichetta del “collaborazionista” che l’estremismo e i settori più effervescenti del Pd vorrebbero appiccicargli. Procede con cautela ma con un certo piglio autorevole a mettere in fila i problemi per affrontarli in modo meno confuso, il che può dispiacere a chi pronostica una svolta epocale alla settimana, ma convince lo strato più ragionevole (e probabilmente più vasto) della platea democratica. E’ con questo stesso metodo che Renzi deve collaborare mettendo a fuoco la prospettiva più ampia che compete a chi intende proporsi come il leader del futuro, che non è sempre, anzi quasi mai, il sicario di quello presente.