Consigli per ripartire

Oggi che le nuvole nere delle tensioni internazionali, simboleggiate dallo spread, si vanno diradando, la luce che filtra ci permette di vedere meglio quali sono i problemi reali da risolvere. Per affrontarli, bisogna partire da alcuni punti fermi. In primo luogo, il fatto che siamo in un mondo globalizzato e che l’euro è la nostra ancora di salvezza. Non ha senso rimpiangere gli steccati fra i diversi paesi o pensare con nostalgia alla vecchia “liretta”. L’apertura dei mercati è un potente meccanismo di sviluppo per tutte le economie, anche della nostra, mentre le tentazioni autarchiche e le svalutazioni competitive che ci hanno fatto cullare nell’illusione che si potesse crescere a debito, ci porterebbero oggi in condizioni simili a quelle dell’economia argentina di dieci anni fa. di Giuseppe Vegas Peduzzi Nell’Ue malata, i tedeschi paiono venire da un altro continente
15 MAG 13
Ultimo aggiornamento: 21:17 | 5 AGO 20
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Oggi che le nuvole nere delle tensioni internazionali, simboleggiate dallo spread, si vanno diradando, la luce che filtra ci permette di vedere meglio quali sono i problemi reali da risolvere. Per affrontarli, bisogna partire da alcuni punti fermi. In primo luogo, il fatto che siamo in un mondo globalizzato e che l’euro è la nostra ancora di salvezza. Non ha senso rimpiangere gli steccati fra i diversi paesi o pensare con nostalgia alla vecchia “liretta”. L’apertura dei mercati è un potente meccanismo di sviluppo per tutte le economie, anche della nostra, mentre le tentazioni autarchiche e le svalutazioni competitive che ci hanno fatto cullare nell’illusione che si potesse crescere a debito, ci porterebbero oggi in condizioni simili a quelle dell’economia argentina di dieci anni fa. Interventi risolutivi, come quelli attuati nell’ultimo anno dalla Banca centrale europea per rassicurare i mercati e dare liquidità alle istituzioni, alle banche e alle imprese europee, non sarebbero stati pensabili a livello di singolo paese. Nessun paese europeo da solo, infatti, si sarebbe potuto permettere programmi di finanziamento assistiti da attività collaterali, come quelli attuati dalla Bce. Se tali interventi fossero stati avviati da un solo paese, come l’Italia, sarebbero stati destinati al fallimento. Con la conseguenza che le nostre finanze pubbliche, e di conserva l’economia, si troverebbero oggi in situazioni drammatiche.
Ma se ciò che ha fatto la Bce è insostituibile, essa da sola non può bastare a fare fronte a tutti i problemi. I singoli stati hanno la responsabilità di risolvere, ciascuno per sé, i nodi strutturali delle finanze pubbliche e dell’economia reale. Non a caso, da noi, con la nascita del nuovo governo, si è aperto un dibattito, il cui oggetto è quello di offrire proposte e soluzioni per migliorare le condizioni di vita dei nostri concittadini.
Per dirla con un certo Vladimir Il’ic Ul’janov, detto Lenin, il problema oggi è: che fare? In realtà, c’è molto, moltissimo, da fare. C’è il problema della piena occupazione, quello di trovare per i giovani un lavoro corrispondente alle loro aspirazioni, quello di risolvere le difficoltà economiche delle famiglie, di far ottenere alle imprese il pagamento dei loro crediti e di diminuire la pressione fiscale. Sono tutti obiettivi giusti e desiderabili. Ma c’è il problema delle compatibilità. Innanzitutto occorre reperire un’adeguata quantità di risorse economiche per finanziare obiettivi che, almeno nella fase iniziale, si presentano come spese a carico della collettività. Inoltre, posto che è impossibile perseguirli tutti contemporaneamente, occorre scegliere tra di loro. Ma scegliere l’uno, a danno dell’altro, significa, da un punto di vista economico, ottenere un risultato parziale e complessivamente insoddisfacente e, da un punto di vista sociale, soddisfare gli interessi di alcuni a scapito di quelli di altri, in sostanza non corrispondendo all’interesse generale.
D’altra parte, misure di carattere parziale possono fornire un sostegno solo artificiale – alla domanda o all’offerta – che, come tale, se non viene perpetuato nel tempo – il che è insostenibile per motivi di costo – rischia di esaurire in tempi brevi gli effetti sperati. Effetti duraturi possono essere garantiti solamente se si riesce a cogliere quel fil rouge che compendia l’insieme dei problemi.
Ne deriva che il tema, così posto, non è tanto quello di creare una sorta di “graduatoria dei problemi”, disponendone il tentativo di soluzione in base a una scala gerarchica dettata da considerazioni di carattere politico, ma di definire quella tra le policies che consenta di affrontarli tutti contemporaneamente. Ciò si potrà fare solo creando un meccanismo di sinergia tra le decisioni pubbliche e quelle degli operatori privati, con l’imperativo di far ripartire l’economia.
Se l’economia riparte, ci saranno più occasioni di lavoro, crescerà il reddito disponibile e sarà così più facile ridurre la pressione fiscale. Con l’incremento del reddito sarà anche più semplice fare accettare le inevitabili riduzioni e razionalizzazioni della spesa pubblica, indispensabili per assicurare un’equa ripartizione, intergenerazionale e non, delle risorse disponibili.
Ma come si fa a far ripartire l’economia? Le ricette sono semplici, ma solo una realizzabile. Si potrebbe intervenire dal lato della domanda, stimolando consumi e investimenti. Ma ciò potrebbe avvenire solo grazie a iniezioni di liquidità – come avviene oggi in Giappone – o con finanziamenti a carico del settore pubblico. In entrambi i casi si tratta di opzioni irrealizzabili da noi.
Rimane una sola strada. Quella di far crescere la produzione. Si può innanzitutto intervenire “a costo zero” liberalizzando il sistema economico. Inoltre, senza oneri per il settore pubblico, occorre aprire nuovi canali di finanziamento dai privati alle imprese. Imprese che crescono producono redditi e posti di lavoro. Imprese senza risorse sono destinate a chiudere. Una volta chiuse non riapriranno e la ricchezza che trasferivano al sistema sarà bruciata per sempre.
Prima della crisi attuale, le imprese si alimentavano con i finanziamenti pubblici e con quelli bancari. Oggi, i primi sono finiti, probabilmente per sempre, mentre i secondi si sono drasticamente ridotti, soprattutto per alcune categorie di imprese, come ci ha ricordato Mario Draghi nel suo intervento alla Luiss del 6 maggio scorso. La conseguenza è che non ci si può limitare a gridare alla luna chiedendo che si riaprano rubinetti ormai inariditi, ma bisogna affrontare il problema secondo un approccio, in Italia, non convenzionale. Se, in altri paesi, esiste un canale aperto di finanziamento diretto tra i risparmiatori e il sistema delle imprese – e soprattutto quelle di piccole e medie dimensioni che, è bene ricordare, rappresentano per noi la spina dorsale del sistema produttivo – ci si deve domandare perché non si possa rapidamente adottare anche in Italia un meccanismo analogo. La Borsa di Varsavia ha visto negli ultimi anni oltre 50 nuove quotazioni l’anno. Quella di Milano si è fermata alla triste media di un’impresa e mezza. Gli effetti sono che la Polonia è un paese il cui pil cresce, mentre l’Italia è ferma. Se vogliamo riportare il paese su un sentiero di crescita, occorre darsi da fare per portare il risparmio, che ancora c’è, direttamente alle imprese di piccole e medie dimensioni, anche attraverso fondi dedicati al loro finanziamento. Riaprire il canale di finanziamento delle obbligazioni societarie è un’ulteriore strada per far affluire direttamente il risparmio verso il settore produttivo.
Infine, un sistema di Borsa ritagliato su misura per questo tipo di imprese è lo strumento – forse unico – che può dare buoni frutti. Ecco come la finanza potrebbe restituirsi alla sua antica missione: essere leva per lo sviluppo in un sistema di libero mercato e non mezzo per arricchire solo chi opera al suo interno.
di Giuseppe Vegas (presidente della Consob)