Da industriali a industriali, efficaci consigli (finora inascoltati) per risollevare la produttività

Un’economia competitiva si riconosce non tanto per un tasso di cambio conveniente (deprezzato), quanto per l’elevato livello della produttività; come sottolinea il premio Nobel Edmund Phelps, questo è anche il fondamento di un tenore di vita elevato e di un mercato del lavoro ricco di opportunità e di soddisfazioni per chi vi partecipa. Da questo punto di vista, in Europa la situazione non solo non è rosea, ma tende a peggiorare. Un rapporto del World Economic Forum ci ricorda che l’Unione europea è ormai stata superata, in termini di pil pro capite, dalla Corea del sud, paese di ben più recente industrializzazione. Mingardi L’Italia nega che i “perdenti sociali” esistono e così impedisce l’innovazione - Cingolani L’asse Napolitano-Bankitalia contro l’eterno refrain consociativo di Stefano Micossi
24 APR 13
Ultimo aggiornamento: 13:54 | 18 AGO 20
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Un’economia competitiva si riconosce non tanto per un tasso di cambio conveniente (deprezzato), quanto per l’elevato livello della produttività; come sottolinea il premio Nobel Edmund Phelps, questo è anche il fondamento di un tenore di vita elevato e di un mercato del lavoro ricco di opportunità e di soddisfazioni per chi vi partecipa. Da questo punto di vista, in Europa la situazione non solo non è rosea, ma tende a peggiorare. Un rapporto del World Economic Forum ci ricorda che l’Unione europea è ormai stata superata, in termini di pil pro capite, dalla Corea del sud, paese di ben più recente industrializzazione. Inoltre, diverse economie dei Brics presentano livelli di competitività (misurata dagli indicatori compositi del Wef) simili a quelli dei paesi dell’Europa del sud nella capacità di innovare e nell’efficienza del mercato dei prodotti, addirittura migliori nel mercato finanziario e in quello del lavoro – godendo di salari significativamente più bassi. Non sorprende, in un tale contesto, che i paesi del sud Europa risultino poco attraenti per gli investimenti esteri. In un ambiente esterno sempre più competitivo, l’Europa può sostenere i suoi alti livelli di benessere solo migliorando la produttività del lavoro, del capitale e totale dei fattori; ma negli ultimi cinquant’anni la crescita della produttività è continuamente diminuita, mentre la forbice rispetto agli Stati Uniti ha preso a riaprirsi dalla metà degli anni Novanta. (…)
Perché l’Europa non è riuscita a imitare la ripresa della produttività realizzata dagli Stati Uniti? Secondo Timmer e altri studiosi (2010) il problema non è stato tanto la mancanza di innovazione nel settore Ict (Information and Communications Technology) in Europa, quanto piuttosto l’utilizzo (scarso) di infrastrutture Ict. Gli autori individuano in particolare nella bassa produttività nel settore dei servizi destinabili alla vendita il cuore del divario di produttività tra Europa e Stati Uniti. Non ha aiutato nemmeno la scarsa flessibilità – tranne rare eccezioni – della struttura industriale che ha rallentato la transizione da sistema produttivo ad alta intensità di capitale, ma povero di tecnologie ICT, a un sistema produttivo ICT intensive. Nel periodo successivo alla crisi finanziaria, sia gli Stati Uniti sia l’Europa hanno registrato una significativa caduta dell’output, ma l’andamento della produttività è stato diverso nelle due aree. Negli Stati Uniti si è avuta una caduta dell’occupazione repentina e drammatica, che ha sostenuto la produttività. In Europa, molti paesi hanno privilegiato lo sforzo di mantenere l’occupazione – anche attraverso strumenti di solidarietà tra i lavoratori – inevitabilmente sacrificando la produttività. Se il calo dell’attività verrà recuperato, ci si può attendere un rimbalzo della produttività; se il calo di attività si rivelerà almeno in parte permanente, sono da attendersi ulteriori cali dell’occupazione in Europa anche nella fase di ripresa dell’economia. (…)
L’evoluzione aggregata della produttività in Europa sottende importanti differenze tra i singoli paesi. I dati possono essere ricondotti a quattro grandi “famiglie” di paesi europei relativamente omogenei, e inoltre all’Italia. Negli ultimi venti anni sono stati i paesi anglosassoni a registrare la performance migliore in termini di aumento della produttività, principalmente grazie alla spinta degli investimenti diretti esteri (particolarmente in Irlanda). Seguono i paesi nordici, che hanno attuato riforme radicali dei sistemi di welfare, prima troppo generosi, e consistenti riduzioni della spesa pubblica; poi i paesi centrali dell’Europa continentale; e infine i paesi mediterranei. Il fanalino di coda è l’Italia. In effetti, fino alla metà degli anni Novanta, in Italia vi fu una crescita del prodotto per ora lavorata non dissimile da quello dei paesi continentali, che rifletteva intensi processi di sostituzione di capitale a lavoro – chiaramente legati al rapido aumento del costo e delle rigidità del lavoro. Le riforme del mercato del lavoro della fine degli anni Novanta e dei primi anni 2000 hanno contribuito ad aumentare l’occupazione, ma a spese della produttività. La convergenza rispetto ai paesi dell’Europa continentale si è del tutto arrestata sul finire degli anni Novanta e poi abbiamo incominciato a scivolare all’indietro, in termini relativi e poi anche assoluti. (…)
Il tasso di crescita della produttività nei paesi nordici riflette la loro specializzazione industriale, con un notevole aumento di produttività tra il 1995-2007 nel settore delle componenti elettroniche e delle poste e telecomunicazioni, raggiungendo, rispettivamente, quasi il 17 e l’8 per cento; inoltre nel settore dei servizi si osserva un significativo aumento anche nel commercio di autoveicoli. I paesi continentali mostrano un miglioramento nella crescita della produttività del lavoro tra il 1995-2007 rispetto al periodo precedente in quasi la metà dei settori considerati, con un andamento migliore per il settore manifatturiero rispetto a quello dei servizi (fatta eccezione del settore delle poste e telecomunicazioni che registra un aumento di circa il 7 per cento). In Italia solo sette settori su venticinque hanno fatto registrare tra il 1995-2007 un aumento nella crescita della produttività rispetto al periodo 1980-1995. Nei servizi, la crescita della produttività non è mai stata brillante, con l’unica eccezione del settore delle poste e telecomunicazioni dove, tra il 1995-2007, l’Italia ha registrato in media un tasso di crescita annuale della produttività del lavoro di oltre l’8 per cento, quasi 3 punti percentuali in più rispetto ai paesi meridionali e leggermente superiore a quello registrato nei paesi continentali. L’analisi settoriale mostra che il commercio all’ingrosso e al dettaglio non hanno avuto un buon andamento nel primo periodo esaminato (1980-1995) e sono addirittura peggiorati nel secondo (1995-2007). Nonostante sia leggermente migliorata rispetto al periodo 1980-1995, la dinamica della produttività in servizi alle imprese, hotel e ristoranti, servizi personali e pubblici rimane in generale molto bassa. Il cattivo andamento della produttività in Italia colpisce non solo se si effettua un confronto con i best-performer ma anche rispetto ai paesi del sud Europa dove, tra il 1995 e il 2007, vi è stato un aumento di produttività comune a molti settori (macchinari, commercio di autoveicoli, componenti di trasporto ed elettroniche, commercio all’ingrosso e al dettaglio, ecc.). In particolare, è stato notevole l’aumento della crescita della produttività nel settore dei servizi finanziari. (…)

Migliorare il mercato del lavoro
Contrariamente a opinioni diffuse, la struttura e le regole del mercato del lavoro sono centrali per l’andamento della produttività. Come già ricordato, tra il 2008 e il 2011 in Europa l’occupazione è diminuita meno che negli Stati Uniti, 1,7 per cento contro 5,8 per cento, comportando un certo accumulo di lavoro in eccesso presso le imprese, che deve essere riassorbito. La caduta dell’occupazione è stata più pronunciata nei paesi dove lo stato del bilancio pubblico ha imposto un consolidamento dei conti più severo. I tassi di disoccupazione stanno aumentando: quello dell’Unione europea è salito al 10,6 per cento, quello dell’area euro all’11,6, il livello più alto dalla nascita dell’euro. I disoccupati di lungo periodo hanno raggiunto un picco nel secondo trimestre del 2012: oltre 11 milioni di persone erano disoccupate da più di 12 mesi, con un aumento di quasi cinque milioni rispetto al 2008; il 20 per cento di questi disoccupati di lungo periodo sono spagnoli. L’aumento dei disoccupati di lungo periodo si è concentrato soprattutto su giovani e lavoratori low skill. Un giovane su cinque è disoccupato, in particolare i giovani che hanno lasciato precocemente gli studi hanno prospettive molto basse di trovare lavoro. Il numero di giovani che sono disoccupati e che non studiano e non stanno imparando un mestiere continua ad aumentare in molti paesi europei. Non meno preoccupante è il fatto che in Europa la segmentazione del mercato del lavoro sta crescendo. Dal 2007 al 2011 la quota di occupati che, non per volontà propria, hanno un lavoro con contratto a termine o part-time è aumentata in 21 su 27 stati. Questo dato cela rilevanti differenze: i paesi più duramente colpiti dalla crisi economica sono quelli che registrano un maggiore incremento dei contratti a termine o part-time (Irlanda, Spagna, Grecia, Italia), dove già si partiva da un’accentuata segmentazione del mercato del lavoro, particolarmente nei paesi mediterranei. Invece, in Germania, Austria e Polonia (che però partiva da livelli iniziali piuttosto elevati), la quota dei contratti a termine o part-time si è ridotta. Ad essere occupati con lavori temporanei sono principalmente i giovani. Di questi, in Europa, nel 2011 il 42,5 per cento aveva un lavoro a tempo determinato, contro il 14 per cento della popolazione totale in età lavorativa (15-64 anni). Se in parte è fisiologico che i giovani entrino sul mercato del lavoro con queste tipologie contrattuali, si evidenziano differenze rilevanti nei tassi di trasformazione di questi contratti in contratti permanenti. Se nel Regno Unito la percentuale dei contratti temporanei che vengono trasformati in contratti permanenti supera il 70 per cento e in Germania il 40 per cento, in Italia questa percentuale supera di poco il 20 per cento ed è ancora più bassa in Grecia e Spagna.
Un altro elemento negativo riguarda la discrasia crescente tra posti disponibili e offerta di lavoratori per coprirli. La curva di Beveridge – la relazione tra il tasso di disoccupazione e i posti vacanti – mostra che tra il 2008 e il 2012 in Europa i posti vacanti sono cresciuti mentre la disoccupazione aumentava. Se una parte di questo fenomeno è spiegato dal crollo dell’occupazione in alcuni specifici settori (ad esempio l’edilizia in Spagna) che richiede una sostanziale riqualificazione dei lavoratori, è anche il sintomo di un aumento del mis-matching tra la domanda e l’offerta di lavoro: le qualifiche professionali richieste dalle imprese non sono disponibili tra i lavoratori in cerca di occupazione. A partire dal 2009 sono emersi anche segnali di indebolimento della capacità di protezione dei sistemi di welfare nelle fasi avverse del ciclo, per effetto dei programmi di riequilibrio dei conti pubblici. Non vi è solo, però, una questione di quantità di spesa pubblica: vi sono anche grandi differenze, tra i paesi europei, nella qualità e nell’efficacia della spesa per la protezione sociale. Analisi di clustering svolte dalla Commissione europea sull’efficacia dei sistemi di protezione sociale nel ridurre la povertà mostrano che molti paesi dell’est Europa (Polonia, Romania, Lettonia e Bulgaria) spendono poco per queste politiche e hanno pochi risultati, mentre i paesi mediterranei (Spagna, Portogallo, Grecia e Italia) spendono di più, ma non hanno risultati molto migliori. I paesi nordici, d’atro canto, spendono molto e ottengono risultati significativi in termini di contrasto della povertà. In molti paesi europei, il quadro appena descritto evoca la necessità di azioni più incisive di riforma (…).

Linee d’intervento
Un mercato del lavoro inclusivo. Occorre in primo luogo ridurre il dualismo del mercato del lavoro attraverso la riduzione dell’eccessiva protezione dei lavoratori a tempo indeterminato, la quale scoraggia le assunzioni permanenti, in particolare di giovani e lavoratori scarsamente qualificati. In secondo luogo, è necessario migliorare la flessibilità in uscita e in entrata attraverso forme contrattuali adattabili a diverse esigenze – ad esempio, per accomodare le esigenze di riconciliazione tra tempo di lavoro e altri momenti della vita delle lavoratrici, degli studenti lavoratori o dei lavoratori anziani – e sostenendo il rientro di quelli che hanno perso il lavoro attraverso politiche attive per il lavoro (Almp) che diano loro adeguata riformazione. L’accesso dei lavoratori a queste politiche di riqualificazione è inversamente correlato con la disoccupazione a lungo termine. Infine, è necessario facilitare la transizione dei giovani dal sistema formativo al mondo del lavoro valorizzando e migliorando quanto più possibile i sistemi di apprendistato.
La contrattazione salariale. Un buon sistema di contrattazione salariale deve mantenere gli aumenti salariali in linea con la produttività. Questo risultato in molti casi non è stato garantito e si sono accumulati, all’interno dell’area euro, enormi divari di costo. In Italia, in particolare, c’è stata una significativa disconnessione tra la dinamica della produttività e quella dei salari che ha portato a un costo del lavoro per unità di prodotto in forte aumento dal 2000 in poi. Ciò è legato, tra l’altro, al sistema di contrattazione salariale che è ancora molto centralizzato rispetto a molti altri paesi europei. Ulteriori miglioramenti nei meccanismi di remunerazione, soprattutto attraverso un ruolo maggiore della contrattazione aziendale, possono rafforzare l’allineamento tra le retribuzioni e la produttività, soprattutto se gli aumenti salariali vengono legati direttamente a miglioramenti dell’organizzazione produttiva a livello aziendale. L’evidenza empirica conferma l’importanza, tra i fattori che favoriscono miglioramenti sostenibili della competitività internazionale, della contrattazione salariale di secondo livello.
La partecipazione al mercato del lavoro. I punti d’attacco per migliorare i tassi di partecipazione sono molteplici. E’ importante che i sistemi pensionistici non incoraggino pensionamenti troppo precoci. Nei paesi del Mediterraneo, in particolare l’Italia, il basso tasso di partecipazione è connesso in maniera importante alla bassa partecipazione femminile. A spiegare questa debolezza non bastano i fattori culturali; spesso sono gravemente carenti i sostegni sociali necessari per consentire alle donne la combinazione degli impegni familiari, in particolare per la cura dei figli, con quelli di lavoro. In effetti, si rileva che la spesa pubblica destinata al sostegno delle famiglie è significativamente più bassa, in questi paesi, rispetto a quelli dell’Europa continentale e del nord, i quali registrano non a caso tassi di partecipazione femminile ben più elevati.
Job matching e mobilità del lavoro. In molti paesi è necessario migliorare la corrispondenza tra profili formativi (scuola e università) e domanda di lavoro delle imprese. Le università, in particolare, devono orientare l’offerta formativa verso i settori che promettono maggiori opportunità occupazionali nel medio termine. Si tratta, secondo la Commissione europea, dei settori della green economy, dell’Ict e delle applicazioni sanitarie ad elevato contenuto tecnologico. (…) I lavoratori europei fronteggiano ancora troppe barriere legali, amministrative e pratiche che ostacolano i movimenti tra i paesi membri: molto può esser fatto rafforzando le istituzioni comunitarie che coordinano l’attività delle agenzie per l’occupazione dei diversi paesi. Il ruolo più importante, però, spetta agli stati membri (…).
I sistemi di protezione sociale. L’esperienza dei paesi del nord Europa indica gli effetti benefici dei sistemi di protezione sociale basati sulla protezione del reddito del lavoratore, invece che del posto di lavoro. Questa impostazione richiede una contemporanea riforma del mercato del lavoro e dei sistemi di protezione sociale nella direzione dei modelli di flexicurity. (…) La flexicurity è costosa – l’1-2 per cento del pil in più di spesa rispetto ai sistemi vigenti – e può condurre ad abusi del sistema; tuttavia, i benefici in termini di miglioramento dell’efficienza del mercato del lavoro e, soprattutto, di attenuazione della disoccupazione valgono generalmente la candela; non mancano, inoltre, proposte tese ad attenuarne i costi e migliorarne l’efficienza.
di Stefano Micossi
*Direttore generale di Assonime, economista del Collegio d’Europa di Bruges e del Centre for European Policy Studies (Ceps). Questi pubblicati sono stralci del capitolo “Le politiche per rilanciare la competitività europea”, dal volume in via di pubblicazione “L’Europa e l’Italia nel secolo asiatico”, a cura del Centro studi Confindustria (Luiss University Press)