Passeggiate romane
Quirinale, i giochi pericolosi del Pd
Massimo D’Alema, all’indomani dell’incontro con Pier Luigi Bersani, ha confidato a un senatore amico di aver convinto il segretario ad abbandonare l’idea di un governo di minoranza. E più d’uno, nel momento in cui il leader del Partito democratico ha pensato di andare alla conta sul Quirinale con Anna Finocchiaro, ha pensato che questa questione fosse finalmente risolta una volta per tutte. Difficile infatti che l’ex comunista Finocchiaro dia l’incarico all’ex comunista Bersani. Più facile, a quel punto, acconciarsi a un governo di scopo presieduto da un ex popolare.

Massimo D’Alema, all’indomani dell’incontro con Pier Luigi Bersani, ha confidato a un senatore amico di aver convinto il segretario ad abbandonare l’idea di un governo di minoranza. E più d’uno, nel momento in cui il leader del Partito democratico ha pensato di andare alla conta sul Quirinale con Anna Finocchiaro, ha pensato che questa questione fosse finalmente risolta una volta per tutte. Difficile infatti che l’ex comunista Finocchiaro dia l’incarico all’ex comunista Bersani. Più facile, a quel punto, acconciarsi a un governo di scopo presieduto da un ex popolare. Ma già ieri i dubbi in casa democratica sono tornati. Vuoi vedere che il segretario non ha per niente abbandonato l’idea del governo di minoranza? Il sospetto è venuto anche a D’Alema quando ha letto l’ultimo editoriale di Claudio Sardo dell’Unità, in cui il direttore tratteggiava un identikit del futuro candidato del Pd alla presidenza della Repubblica che si attagliava perfettamente a Franco Marini. E così, a quanto pare, Bersani è tornato rapidamente in gioco, convinto soprattutto dai fedelissimi che fanno un tifo sfegatato per lui e che lo inducono ad andare avanti senza fermarsi. Del resto ne va del loro destino, convinti come sono che, se il segretario cade, loro cadranno con lui.
Tutti sostengono che Massimo D’Alema non ha rinunciato a sognare il Quirinale. Anzi. Sul suo conto girano leggende metropolitane. C’è chi giura che ha stretto un patto con Gianni Letta, un do ut des di questo tipo: Silvio Berlusconi senatore a vita, Massimo D’Alema al Colle. C’è chi invece sostiene che il patto D’Alema l’avrebbe siglato con Renzi e che proprio per questo è andato a trovare il sindaco di Firenze a Palazzo Vecchio la settimana scorsa. E gli ex popolari giurano (e spergiurano) che anche nell’incontro con Bersani, che è seguito a quello con Renzi, l’ex presidente del Copasir ha perorato la propria causa. Ma chi conosce bene D’Alema sa che l’ex premier ha capito perfettamente che l’aria che tira non è favorevole a lui, che se lui salisse al Colle tutti griderebbero all’inciucio e che ci sono frotte di franchi tiratori pronti a impallinarlo. Perciò, a malincuore, D’Alema ha rinunciato ad accarezzare il sogno del Quirinale per spostare la propria ambizione in Europa. Il prossimo anno si presenterà capolista alle europee perché vuole prendere il posto già ricoperto da Schulz. Ossia quello di capogruppo dei socialisti europei. Anche per questo D’Alema avrebbe bisogno di un presidente della Repubblica autorevole e conosciuto all’estero, un presidente che abbia coltivato relazioni internazionali. Uno come Giuliano Amato. O persino Romano Prodi. Ma non certo Franco Marini.
L’invidia è uno dei vizi peggiori e più frequenti della politica. In questi giorni ad attirarne molta, dalle colleghe di partito, è Anna Finocchiaro. Il suo nome gira nelle rose delle candidature al Quirinale che escono quotidianamente sui giornali e le donne del Pd, come si dice a Roma, “rosicano”. Per questo più d’una invece di indignarsi ha sorriso quando dagli schermi del Tg5 Matteo Renzi l’ha attaccata senza pietà, con toni spicciativi e insultanti, provocandone la reazione furibonda.