Tra accuse e cordoglio ci si chiede: che resterà della rivoluzione di Chávez?

Nel primo giorno di lutto per la morte, nella notte italiana tra martedì e mercoledì, del presidente venezuelano, il cinquantottenne Hugo Chávez, si è parlato molto di avvelenamenti, speculazioni, verità e smentite. Il vicepresidente Nicolás Maduro, che è anche il delfino designato, pur se esistono dubbi costituzionali sulla sua nomina, ha sempre sostenuto che Chávez si stava prendendo il suo tempo per rimettersi, ma già da martedì mattina fonti ufficiali parlavano di un grave peggioramento – contestualmente all’accusa ai “nemici storici” di aver avvelenato il leader “come Arafat”.
6 MAR 13
Ultimo aggiornamento: 14:42 | 17 AGO 20
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Nel primo giorno di lutto per la morte, nella notte italiana tra martedì e mercoledì, del presidente venezuelano, il cinquantottenne Hugo Chávez, si è parlato molto di avvelenamenti, speculazioni, verità e smentite. Il vicepresidente Nicolás Maduro, che è anche il delfino designato, pur se esistono dubbi costituzionali sulla sua nomina, ha sempre sostenuto che Chávez si stava prendendo il suo tempo per rimettersi, ma già da martedì mattina fonti ufficiali parlavano di un grave peggioramento – contestualmente all’accusa ai “nemici storici” di aver avvelenato il leader “come Arafat”. Due addetti militari americani sono stati espulsi, ma non c’è prova di complotto: c’era soltanto la richiesta di una commissione d’inchiesta internazionale sullo stato di salute di Chávez. L’accusa ha però effetti importanti sulla politica interna, ora che entro 30 giorni si tornerà a votare senza l’uomo che dal 1999 guidava il Venezuela: serve a evitare che l’opposizione possa sostenere che il governo ha mentito e aiuta a compattare il blocco chavista nel nome dell’odio per il nemico “assassino”, ora che non c’è più il carisma del capo a contenere le ambizioni degli eredi e gli interessi delle varie componenti. Ambienti dell’opposizione stavano da tempo paventando la possibilità di un golpe bianco, e con i blindati già per le strade a mantenere l’ordine pubblico, l’arresto di qualche leader oppositore dopo le accuse di veneficio poteva essere un rischio. Ma il momento è passato: grosse retate sembrano improbabili con dieci capi di stato stranieri in arrivo per i funerali di venerdì. Il candidato presidenziale dell’opposizione, Henrique Capriles Radonski, che nelle settimane scorse è stato criticato da alcuni dei suoi perché troppo moderato, ha invitato alla calma e all’unità nazionale, inviando le condoglianze ai famigliari del defunto. Il presidente americano, Barack Obama, ha risposto alle accuse di avvelenamento, definite “assurde” (smentire un’accusa del genere è pure un po’ assurdo), con un’offerta di dialogo per stabilire finalmente una “relazione costruttiva”. Nonostante la retorica anti yankee, il regime di Caracas continua a dipendere dalle forniture di petrolio agli Stati Uniti, cui assicura il 10 per cento del fabbisogno nazionale.

Preoccupazioni argentine e caraibiche
Le immagini dell’enorme processione con la bara di Chávez restituivano ieri il dolore del popolo venezuelano. Ma il paese è spaccato, l’economia non va bene (secondo gli standard europei in realtà è una meraviglia, fatta eccezione per l’inflazione che viaggia attorno al 20 per cento) e la petrodiplomazia che tanto ha contribuito a tenere in piedi il regime di Chávez potrebbe subire uno scossone pericoloso. A parte la solidarietà ideologica di presidenti vicini a Chávez come l’ecuadoriano Rafael Correa o il boliviano Evo Morales, c’è preoccupazione in Argentina: Chávez che non soltanto finanziava le campagne elettorali dei Kirchner, ma comprava i bond incollocabili sul mercato dopo il default e aveva fatto crescere in dieci anni l’interscambio da 100 milioni a 4 miliardi di dollari. C’è apprensione nei paesi caraibici, che beneficiavano di erogazioni di petrolio da 7 miliardi di dollari all’anno (3,6 miliardi a Cuba). E mentre il prezzo del greggio, nell’incertezza, saliva, molti iniziavano a fare i loro conti, dentro e fuori lo sfilacciato blocco chavista. Su Foreign Policy, Alvaro Vargas Llosa ha formulato la domanda più importante: la rivoluzione bolivariana sopravviverà a Chávez?