Monti, Elite in cerca d’autore
“Crisi? Quale crisi? Questa è forse la prima volta, negli ultimi anni, che partecipiamo a un World Economic Forum senza che lì fuori incombano le nubi oscure di una qualche crisi prossima ventura. La crisi europea sembra diventata un tema meno caldo per i mercati, il problema del debito pubblico americano è stato rinviato e Oltreoceano l’economia si riprende con gradualità, mentre dalla Cina arrivano segnali di recupero”. Queste le parole con cui Geoff Cutmore, della rete televisiva Cnbc, ha aperto sabato scorso la sessione finale del vertice di Davos, animata dai sei co-presidenti dell’edizione annuale del vertice. Leggi Al governo in realtà ci sono le élite, ma quelle finanziarie. Parla Di Leo di Marco Valerio Lo Prete

“Crisi? Quale crisi? Questa è forse la prima volta, negli ultimi anni, che partecipiamo a un World Economic Forum senza che lì fuori incombano le nubi oscure di una qualche crisi prossima ventura. La crisi europea sembra diventata un tema meno caldo per i mercati, il problema del debito pubblico americano è stato rinviato e Oltreoceano l’economia si riprende con gradualità, mentre dalla Cina arrivano segnali di recupero”. Queste le parole con cui Geoff Cutmore, della rete televisiva Cnbc, ha aperto sabato scorso la sessione finale del vertice di Davos, animata dai sei co-presidenti dell’edizione annuale del vertice. Il summit svizzero si è concluso nel fine settimana con la partecipazione di centinaia tra i principali imprenditori e banchieri di tutto il mondo, leader politici e delle maggiori organizzazioni internazionali. “Crisi? Quale crisi?”, è stato il pensiero ricorrente – fin troppo ricorrente, ha messo in guardia Axel A. Weber, ex presidente di ferro della Bundesbank e ora a capo del colosso bancario svizzero Ubs – tra i grandi dell’economia mondiale. Effettivamente i mercati internazionali paiono stabilizzati, soprattutto grazie al contributo “non convenzionale” dei banchieri centrali, rappresentati degnamente a Davos dal presidente della Banca centrale europea, Mario Draghi. L’economia reale però arranca, soprattutto in Europa, e questo nessuno l’ha negato. Ecco dunque i dossier più complessi del 2013: la risposta alla crisi dell’euro, ovviamente; le relazioni Cina-Giappone; l’instabilità in Siria; le tensioni nucleari tra Israele, Iran e Stati Uniti; il futuro della regione a cavallo tra Afghanistan e Pakistan. Ergo: adesso tocca ai governi, alla politica. Tuttavia è proprio qui che si assiepano le maggiori preoccupazioni del gotha del business planetario.
Significativo, a questo proposito, il titolo di uno dei pochi rapporti scritti emersi dal summit di Davos: “The vulnerability of Elites”, ovvero “La vulnerabilità delle Elite”, sarebbe questo il principale “rischio geopolitico del 2013”. Le élite più pericolanti, secondo gli analisti e i direttori di think tank coordinati dallo statunitense Ian Bremmer (presidente di Eurasia Group), sono quelle politiche. “Così come evidenziato nel rapporto sul Rischio geopolitico 2012, a cura del Global Agenda Council, l’efficacia delle istituzioni globali e il rafforzarsi del regionalismo sono temi generali che influenzeranno gli eventi globali. Nel 2013 – si legge nel rapporto finale di otto pagine, sintesi di un lavoro iniziato a Dubai nel novembre 2012 – la crisi del coordinamento internazionale ci spingerà verso prospettive sempre più localistiche: in un mondo così, i governi si concentreranno di più sulle loro agende domestiche, il che creerà da sé nuovi e ulteriori rischi”. Soprattutto perché, “questo è il fatto ancora più importante, la crescente vulnerabilità delle élite rende una leadership efficace, sia essa pubblica o privata, molto più difficile da mantenere in piedi”. Non c’entra direttamente l’economia, il problema è dei nostri sistemi politici: “I leader di tutti i tipi stanno diventando più vulnerabili rispetto ai loro elettori, dando vita a una governance più volatile ed orientata al breve termine. Sia che uno guardi ai bassissimi livelli d’approvazione raggiunti dal Congresso statunitense, o che osservi l’impatto che un flusso più aperto di informazioni sta avendo sulla élite al comando in Cina, è evidente che i cittadini sono sempre meno ‘ispirati’ dai rispettivi governi”.
Quest’analisi impietosa della democrazia contemporanea e delle sue classi dirigenti (politiche) suona familiare? Effettivamente non è distante dall’Agenda Monti “profonda”, cioè quell’agenda sottostante alle 25 pagine di “Cambiare l’Italia, riformare l’Europa”, che abbiamo approfondito in queste settimane sul Foglio, a partire innanzitutto dalla lettura dell’ultimo libro scritto dal presidente del Consiglio italiano assieme all’eurodeputata francese, Sylvie Goulard: “La democrazia in Europa” (Rizzoli e Flammarion). Nelle intenzioni del tecnico-candidato, a quanto emerge dal volume scritto durante la permanenza di un anno a Palazzo Chigi, c’è il tentativo di innovare alla radice, seppure con l’umiltà del professore gradualista e mai rivoluzionario, il regime democratico italiano. Iniziando con la sua “depoliticizzazione”, esaltando meritocrazia e competenza al governo anche a scapito della mera rappresentatività, perché soltanto così si possono superare quei veti che finora hanno impedito la modernizzazione economica e sociale del paese. “Vedo il bisogno di una nuova forma di politica”, ha ribadito lo stesso Monti a Davos, invitato – non a caso – ad aprire i lavori di quest’anno, parlando subito dopo il fondatore di questo appuntamento ultraelitario, Klaus Schwab. Una “nuova forma di politica” che sia, nel caso dell’Italia, “al di fuori delle coalizioni” e “per sostenere un’agenda”, ha auspicato Monti. E soprattutto contro il “corporativismo” e gli “interessi costituiti” che danneggiano l’interesse generale e le future generazioni, interessi costituiti che a un’apertura del mercato “preferiscono pagare tasse più alte”. Anche perché, ha aggiunto l’ex presidente della Bocconi davanti a una sala plaudente, la vera “leadership” è l’opposto della “veduta corta” che condiziona tutta l’Europa. D’altronde, nel loro libro-manifesto, Monti e Goulard avevano già sostenuto ampiamente che quella attuale è “una crisi multiforme: una crisi della democrazia in Europa, che rivela una debolezza congiunta degli stati e dell’Unione, una crisi che intacca la legittimità delle decisioni e, al tempo stesso, l’autorità di coloro che le prendono e, per finire, una crisi legata all’evoluzione della società – all’introduzione delle nuove tecnologie così come alla globalizzazione – di cui i nostri regimi politici si sono dimostrati incapaci di comprendere la portata”. Questo lo hanno scritto Monti e Goulard, ma pare di leggere il documento finale di Davos sulla “vulnerabilità delle élite” politiche: “Le performance mediocri erodono la legittimità delle élite, rendendo molto più difficile per loro la possibilità di ‘guidare’ gli altri con efficacia – dicono studiosi e uomini d’affari coordinati da Bremmer – Gli stati catturati dalla corruzione o da interessi particolari oppure quelli che dimostrano una mancanza di trasparenza o nei quali cresce la disuguaglianza di reddito o in cui prevale un’indifferenza percepita rispetto alle vite dei cittadini cadranno vittime di questo ‘deficit di legittimità’”. Dietro la crisi economica – Monti e l’intellighenzia di Davos sono concordi – c’è una crisi di legittimità della democrazia. Perfino su un esempio specifico, quello del ruolo dei media, i guru riuniti in Svizzera ricalcano le parole del premier uscente: “I cicli d’informazione troppo rapidi e i social media possono consentire ai movimenti di opposizione di crescere e rafforzarsi senza offrire nessun avvertimento, creando nuove sfide per quelli al comando”. E poi: “Corruzione, interessi costituiti o mancanza di trasparenza – ha aggiunto Bremmer raccontando sull’Huffington Post il dibattito che si è svolto a porte chiuse – vogliono dire ‘guai’ per i leader. Lo stesso dicasi per la distanza crescente tra ricchi e poveri”. New Republic, settimanale liberal americano, si è appigliato a questo virgolettato un po’ più colloquiale per ironizzare sul World Economic Forum: “Davos si affligge sul futuro delle élite”, si intitola una breve corrispondenza di Timothy Noah, che poi si premura di ricordare ai lettori che Bremmer e gli estensori del documento “non sono dei comici”.
L’“inadeguatezza” dei nostri sistemi politici non è però tema da liquidare con una battuta, ha spiegato al Foglio la parlamentare francese Goulard, liberale, coautrice di Monti e già consigliera di Romano Prodi alla presidenza della Commissione Ue: “L’estrema complessità dell’economia globale costringe a decisioni tempestive. Poi le nuove tecnologie applicate all’informazione hanno portato al dominio del ‘tempo reale’. Così, pochi minuti dopo ogni vertice europeo, i leader s’affrettano a rivendicare la vittoria personale sui singoli dossier. Anni fa – ha ricordato Goulard anche nella sua ultima apparizione pubblica in Italia, il 10 gennaio scorso, a fianco di Monti – era un po’ più facile prendere decisioni difficili”. Un esempio: “Robert Schuman, cinque anni dopo la fine della Seconda guerra mondiale, propose di riconciliarsi con i tedeschi. Era un’idea folle, molte famiglie francesi avevano perso almeno un parente stretto nel conflitto. Un’idea folle ma lungimirante, che spezzò il circolo vizioso della vendetta e avviò un cinquantennio di pace e benessere”. Oggi invece, come si legge nel documento di Davos, “i governi, le società e anche le grandi organizzazioni mediatiche sono male equipaggiate per gestire ‘la tirannia del tempo reale’. (…) Nelle democrazie evolute, gli scandali che coinvolgono i leader possono distrarre intere nazioni per settimane, mentre questioni importanti non vengono trattate. Una maggiore trasparenza reca benefici importanti, ma può anche inquinare le decisioni nel breve termine”. Le élite “più vulnerabili, però, sono soprattutto quelle politiche – è stato precisato nel dibattito – I leader economici non sono ancora così vulnerabili, ma lo diverranno se sottostimeranno certi problemi”. Nel documento pubblico, addirittura, si legge che “con l’Europa in profonda crisi, l’idea che esista un modello ‘occidentale’ da seguire non può più essere venduta così facilmente. Molte persone in Asia, Africa e altrove non pensano più che la democrazia sia la panacea. Attendere sempre fino alle prossime elezioni per prendere una decisione non appare né attraente né efficace”.
“Efficacia” della democrazia e della classe politica, ecco l’espressione più ricorrente nei ragionamenti svolti ai piedi della Montagna incantata. Un tema che, attraverso le riflessioni del giornalista-politologo americano Nathan Gardels, è molto presente nei ragionamenti di Monti. Gardels al Foglio ha ricordato di aver incontrato il premier all’inizio del 2012 e di aver osservato infatti due cose in quel suo breve viaggio nel nostro paese: primo, anche la democrazia italiana è a tutti gli effetti diventata una “vetocrazia”; secondo, Monti ha offerto una soluzione innovativa a questa impasse. Perché in occidente appaia sempre più difficile superare certi veti particolaristici e tutelare gli interessi delle generazioni future, per Gardels, è presto detto. Innanzitutto perché, in un “ambiente globale così competitivo”, il modello di welfare europeo diventa sempre più insostenibile se la produzione di ricchezza arranca. “L’altro problema è che viviamo in una cultura della ‘Diet Coke’. Le persone esigono dolci senza calorie e allo stesso modo vogliono consumare senza risparmiare, oppure chiedono infrastrutture e istruzione senza dover pagare le tasse”. Il nostro enorme debito pubblico, anche nella visione di Monti, è uno dei risultati più evidenti di questo modo di ragionare, sempre avallato dalle classi dirigenti. Gardels per questo cita spesso il caso limite della sua California, dove la democrazia diretta in mancanza di regole è diventata un giocattolo nelle mani del “rancore partigiano”. Poi, nel suo libro “Intelligent Governance for the 21st Century”, fa anche l’esempio opposto: “Quello della Cina, dove il regime autocratico riesce a costruire consenso e unità per applicare scelte di lungo termine. E dove resiste il principio della meritocrazia nella selezione della classe politica. Ma tutto ciò diventa ingiusto e inefficiente perché perseguito a scapito della libertà d’espressione e della contendibilità del potere”. La “via di mezzo” auspicabile, secondo il pensatore americano, è quella battuta in Italia da Monti. E non a caso Monti è stato il “politico” più applaudito dalle élite finanziarie (e preoccupate) di Davos.
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