Al governo in realtà ci sono le élite, ma quelle finanziarie. Parla Di Leo
“Davvero al Forum di Davos si preoccupano della ‘vulnerabilità delle élite politiche’?”. Sì, almeno a giudicare dalla lettura di uno dei principali documenti emersi dall’appuntamento svizzero di businessmen e uomini della finanza (“The vulnerability of Elites”, vedi articolo sopra): il maggiore rischio gepopolitico del 2013 sarebbe costituito infatti da classi dirigenti sempre meno legittimate e reattive rispetto alle sfide poste dalla globalizzazione. “Allora le possibilità sono due – dice al Foglio Rita Di Leo, professore emerito di Relazioni internazionali alla Sapienza di Roma – o quegli esponenti delle élite finanziarie che sostengono ciò sono troppo gentili, oppure sono parecchio ipocriti". Leggi Monti, Elite in cerca d’autore di Marco Valerio Lo Prete - Leggi Monti lancia il suo Tutti per l’Italia (ma punta sui berlusconiani)

“Davvero al Forum di Davos si preoccupano della ‘vulnerabilità delle élite politiche’?”. Sì, almeno a giudicare dalla lettura di uno dei principali documenti emersi dall’appuntamento svizzero di businessmen e uomini della finanza (“The vulnerability of Elites”, vedi articolo sopra): il maggiore rischio gepopolitico del 2013 sarebbe costituito infatti da classi dirigenti sempre meno legittimate e reattive rispetto alle sfide poste dalla globalizzazione. “Allora le possibilità sono due – dice al Foglio Rita Di Leo, professore emerito di Relazioni internazionali alla Sapienza di Roma – o quegli esponenti delle élite finanziarie che sostengono ciò sono troppo gentili, oppure sono parecchio ipocriti. E’ noto, infatti, che in questa fase storica le élite vincenti siano loro, ai danni della politica”. Di Leo ritiene che quello italiano sia un caso paradigmatico: “Mario Monti è il figlio più rappresentativo di questa élite finanziaria dominante, al punto che oggi, sceso in campo, si muove come un politico decisamente ‘amatoriale’. Nella sua proposta di riforna della democrazia, sottostante e ben più importante della sua Agenda programmatica, tra appelli alla ‘depoliticizzazione’, critiche alla ‘concertazione’ o ai rappresentanti del ‘dissenso sociale’, ed esaltazione del contributo degli organismi tecnocratici, si riconosce l’apice di un processo di sottomissione della politica avviato nel 1989”.
Di Leo al fenomeno ha dedicato un libro, “Il ritorno delle élites”, edito da manifesto libri, che inizia così: “Il ritorno delle élites alla luce del sole è dovuto alla sconfitta della politica ancorata a ideologie forti, e ai partiti di massa del Novecento europeo. E questa volta si tratta delle élite economiche. Sebbene esse non fossero mai scomparse come strato sociale ed economico, per quasi tutto il secolo erano rimaste all’ombra del potere politico, che dapprima aveva assunto le forme del nazionalismo militante, e poi quelle dello stato sociale”. A far “uscire dall’ombra” le élite finanziarie è stato “il 1989, data simbolo che ha posto fine all’alternativa sovietica”. Fino a quel momento, in Europa occidentale almeno, la strategia economica era stata quella dominata dallo “stato sociale”, cioè di “un capitalismo orientato alla domanda di consumi domestici e alla piena occupazione”. Paradossalmente “il momento d’oro della politica europea deve molto all’Unione sovietica. La sua mera esistenza ha spinto infatti i rappresentanti del mondo dell’economia, i partiti, i mass media e varie organizzazioni formali e informali a inventarsi complesse strategie difensive, e ad accettare compromessi e sacrifici”. Dall’uscita di scena dell’alternativa sovietica “gli avversari dello stato sociale hanno ricavato una spinta formidabile, che si è tradotta in una loro forte legittimazione culturale e politica”. La riscossa delle élite finanziarie, secondo di Leo, è stata duplice: sul versante “ideologico” si è realizzata con l’attacco alla cultura del primato e dell’autonomia della politica; sul versante “materiale” con l’imposizione di strategie di ridimensionamento dell’intervento dello stato nell’economia e nel sociale. L’esperienza tecnocratica di Monti, che il premier uscente intende legittimare anche elettoralmente con il voto di febbraio, è la prova di questa riscossa in corso. Di Leo cita l’esempio delle critiche mosse ripetutamente dall’ex Commissario dell’Unione europea al metodo della concertazione tra le parti sociali: “Tradizionalmente, negli Stati Uniti, al modello del welfare state venivano e vengono addebitati uno scarso slancio per le esigenze dell’apparato produttivo e, soprattutto, un mercato del lavoro che scoraggia l’iniziativa imprenditoriale – dice la professoressa che dirige l’Osservatorio geopolitico sulle élite contemporanee – Alla concertazione si preferisce l’icona dello ‘scambio a due’, uno scambio nel quale il lavoratore è sempre più solo davanti al datore di lavoro, uno scambio alternativo e antagonista all’azione collettiva del passato, che al conflitto preferisce la sola alternativa tra adesione o meno”. Eppure Monti, così come molti dei guru riuniti a Davos, pone un problema macroscopico: quello della scarsa “efficacia” delle nostre democrazie, dello strapotere degli interessi particolari ai danni di quelli generali. “Le élite finanziarie hanno una loro cultura politica che hanno iniziato a propugnare apertamente con documenti come quelli della Banca mondiale degli anni 90, incentrati su ‘come lo stato di dovrebbe comportare’ – replica Di Leo – Gli uomini del capitale finanziario hanno creato una società segnata dall’assenza di regole, e soprattutto dove è esclusa la politica”. Altro che premure dai grandi riuniti a Davos, il sogno delle nuove élite è quello di liberarsi dell’“ultima grande invenzione offerta dall’Europa al mondo, i politici professionali”.
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