La guerra di Joe contro i talebani
Per convenzione sarà soltanto Joe. Un ufficiale dell’intelligence dei Marine che ha servito per due turni in Afghanistan ha i suoi ovvi motivi per non essere riconosciuto quando parla senza reticenze del ritiro delle truppe alla fine del 2014, della dottrina Obama, del logoramento di una guerra con il fiato corto, degli attacchi dell’esercito afghano contro i soldati della coalizione, dello scandalo in stile tabloid che ha travolto David Petraeus e ha coinvolto il generale John Allen, il capo delle Forze armate in Afghanistan rientrato a Kabul dopo settimane passate a Washington sul chi va là.

New York. Per convenzione sarà soltanto Joe. Un ufficiale dell’intelligence dei Marine che ha servito per due turni in Afghanistan ha i suoi ovvi motivi per non essere riconosciuto quando parla senza reticenze del ritiro delle truppe alla fine del 2014, della dottrina Obama, del logoramento di una guerra con il fiato corto, degli attacchi dell’esercito afghano contro i soldati della coalizione, dello scandalo in stile tabloid che ha travolto David Petraeus e ha coinvolto il generale John Allen, il capo delle Forze armate in Afghanistan rientrato a Kabul dopo settimane passate a Washington sul chi va là. L’attacco coordinato di domenica alla base militare di Jalalabad è un amaro promemoria della fragilità strutturale della situazione. I talebani hanno fatto esplodere tre autobomba ai margini della base e nello scontro a fuoco delle due ore successive sono morti nove terroristi, quattro militari afghani e almeno quattro civili. I guerriglieri indossavano divise della coalizione, sigillo di una confusione che si riflette nei pensieri dell’Amministrazione: fonti militari dicono che il presidente lascerà 10 mila soldati sul campo oltre la scadenza fissata per il ritiro e l’espansione del programma della Dia, il servizio d’intelligence del Pentagono, è una conferma strategica del fatto che non si esce dall’Afghanistan dicendo “l’ultimo chiuda la porta”. Il racconto dell’ufficiale Joe mette insieme i punti irrisolti di una guerra obliterata nel nome di altre priorità.
Alla fine del 2010 un amico di Joe è stato ucciso a Sangin, il distretto dove la coalizione occidentale ha subìto uno dei peggiori assedi in undici anni di guerra. Da allora la chiamano “Sangingrad”. Quando ha saputo dell’amico caduto, Joe ha chiesto di sostituirlo per i quattro mesi che mancavano alla rotazione. Nella roccaforte talebana dell’Helmand è tornato quest’anno, assegnato all’avamposto di Musa Qala, con due compiti: raccogliere intelligence e fare da supporto agli addestratori delle truppe afghane. Nell’ultimo anno la seconda mansione è diventata particolarmente rischiosa, perché gli attacchi delle truppe locali contro le forze Isaf si sono intensificati: nel 2012, 50 soldati della coalizione sono stati uccisi dai colleghi che stavano addestrando; il 14 per cento delle vittime militari di quest’anno è causato non dai talebani ma da un fuoco che è sempre più difficile chiamare “amico”. Li chiamano attacchi “green on blue”: nel codice Nato i verdi sono i militari afghani, i blu tutti gli altri soldati. Sentire un ufficiale che parla della guerra dal basso fa risaltare per contrasto le enormi dosi di spin che la Casa Bianca mette in circolo, trasformando la guerra lunga fatta di avamposti sabbiosi e capi tribali in uno sforzo pulito e ultratecnologico, una guerra impersonale condotta dall’alto dei cieli con i droni telecomandati dal Nevada. A forza di dire “dismantle, disrupt, defeat”, di compilare kill list, di ricordare in ogni comizio l’uccisione di Bin Laden e di autorizzare operazioni mirate su qualunque obiettivo, il presidente ha convinto il subconscio dell’America che la dolente fase dei “boots on the ground” è una vecchia usanza rimpiazzata da strumenti chirurgici. Quella di Obama è una guerra in laparoscopia, quella dei Marine un’operazione a cuore aperto. Ma il ritiro nel 2014 rischia di scoperchiare i limiti del conflitto: “Questa guerra ha due obiettivi – dice l’ufficiale – uno militare e uno diplomatico. Quello militare consiste nell’addestrare al meglio le truppe afghane per garantire una transizione sicura. L’obiettivo militare è un’estensione di quello diplomatico, che invece consiste nella stabilizzazione anche politica del paese. Se avessimo soltanto un obiettivo militare potremmo andarcene dall’Afghanistan in modo relativamente sicuro, ma se ci concentriamo su quello diplomatico dovremmo stare lì per sempre. Sai qual è il problema? E’ che dopo undici anni siamo stanchi”. Il battaglione di Joe non ha subìto attacchi dai soldati afghani (“siamo stati fortunati”, dice) ma l’ufficiale ricorda le “enormi differenze culturali” che complicano la convivenza: “La cultura dei militari americani è intimamente ostile ai momenti morti, alla procrastinazione dei problemi. Quando sei in un outpost nella provincia più pericolosa dell’Afghanistan, una provincia desolata fatta di villaggi con case di fango dove la popolazione civile non ha idea di quello che è successo l’11 settembre del 2001, dunque non sa nemmeno perché sei lì, la cosa peggiore è rimanere con le mani in mano. I soldati afghani, invece, sono generalmente remissivi, tendono alla passività, pensano soltanto ai problemi immediati senza focalizzarsi su obiettivi a lungo termine”.
“Una delle cose più difficili nella fase di addestramento – racconta l’ufficiale – è resistere alla passività o alle scorciatoie per rimandare i problemi. Faccio un esempio: nel mio avamposto avevamo costruito un inceneritore per i rifiuti, ma i soldati afghani continuavano a buttare il pattume nel fiume lì accanto. Buttarli nel fiume è la soluzione più immediata, ma non risolve il problema. Ecco, questo è l’atteggiamento di fondo. Il fatto che noi siamo lì è fondamentale per l’addestramento, ma d’altra parte offre ai soldati afghani una giustificazione per non assumersi le responsabilità: ‘Tanto fanno tutto loro’, dicono. Abbiamo avuto molti scontri a fuoco con i talebani. Durante uno scontro fra i più gestibili, uno dei capi militari afghani mi fa: ‘Lancia una bomba’. Gli ho detto che non avrei tirato nessuna bomba, perché usare l’artiglieria pesante in quel contesto avrebbe potuto causare morti fra la popolazione, e il tipo di conflitto in quel momento doveva essere affrontato diversamente. Potevamo tranquillamente rispondere all’attacco, ma lui avrebbe preferito radere al suolo tutto per evitare di assumersi la responsabilità di un’azione più complessa. L’abbiamo affrontata insieme secondo il protocollo militare e abbiamo avuto ragione dei terroristi, e il comandante ha capito”.
Accanto al problema dell’atteggiamento strategico c’è la cultura dell’onore, pilastro del sentire afghano che nelle zone a larga maggioranza pashtun come l’Helmand può diventare un ostacolo insormontabile nella convivenza. Il capo delle forze Isaf in Afghanistan, quel John Allen che è passato dalle pagine di Stars & Stripes a quelle del New York Post, parlando degli attacchi green on blue ha detto più volte che “la vendetta è una dimensione importante nella loro cultura”. L’ufficiale Joe lo ha sperimentato durante una partita di pallavolo, lo sport più gettonato fra le truppe afghane: “Ogni venerdì nella base si gioca a pallavolo, un modo per rilassarsi e cementare la convivenza. Una volta teneva i punti un giovane pashtun particolarmente serio e orgoglioso, uno di quelli che intavolava sempre conversazioni molto intense sull’occupazione del suo paese e sulle ragioni degli americani. Durante la partita mi è scappato un ‘motherfucker’, parola che nel contesto di una partita fra amici non ha nulla di offensivo. Con le sue conoscenze basilari dell’inglese ha fatto una traduzione sommaria e ne ha ricavato tutto un altro significato, si è fatto scuro in volto e se n’è andato dicendo: ‘Vado a prendere il mio Ak-47 e torno per ucciderti’. Un misunderstanding si è trasformato in un potenziale incidente. Da fuori non si capisce che gli attacchi delle truppe afghane ai nostri soldati nascono anche per banali fraintendimenti come questo, non c’è bisogno di tirare fuori chissà quali teorie”. Non sembra che l’idea di ritirarsi da un paese la cui sicurezza è appesa a dinamiche del genere sia particolarmente saggia. Il processo di “riconciliazione” con i talebani, che una volta era il fulcro della diplomazia obamiana, è sepolto sotto strati di fallimenti così spessi che il presidente non si azzarda nemmeno più a citarlo in pubblico; e il governo afghano è parte del problema, non della soluzione: “Stiamo parlando di un paese con un’età media molto bassa in cui nessuno ha una vaga idea di cosa sia uno stato funzionante. Chi ha visto soltanto occupazioni e guerre civili è naturalmente scettico verso ogni ipotesi di ordine civile e politico. Sono pochissimi quelli che si impegnano veramente per costruire un tessuto di convivenza che possa durare anche dopo la nostra dipartita. Sai chi sono gli afghani davvero impegnati nella costruzione di qualcosa? I talebani. Il problema è che è un progetto di morte. In ogni famiglia del sud c’è almeno un componente che lavora con i talebani, e non significa che prendano parte alla guerriglia. Molti forniscono supporto logistico o raccolgono informazioni, e in cambio ottengono elettricità, denaro, cibo. Una volta si diceva che il punto era prosciugare l’attrattiva che i talebani esercitavano sui civili non radicalizzati. Ora bisognerebbe dire che per l’afghano medio l’alleanza con i talebani continua a essere la soluzione più semplice”. Conquistare cuori e menti degli afghani richiede tempo e un senso ampio della strategia, caratteristiche previste dalla “counterinsurgency” dell’oggi disgraziato David Petraeus poi sacrificata sull’altare del “controterrorismo”, un modo come un altro per chiamare la massiccia campagna con i droni. Da quando Obama è arrivato alla Casa Bianca, la Cia ha mutilato le file di al Qaida con trecento operazioni con gli aerei senza pilota in Afghanistan, Pakistan, Yemen e Somalia. Fra obiettivi militari e danni collaterali, la campagna del presidente ha causato circa 2.500 morti.
Alla sola parola “droni”, l’ufficiale Joe, impegnato a tempo pieno nel business di “tentare di uccidere i talebani”, ha un sussulto: “I droni sono mezzi fantastici, questo non sfugge a nessuno. Sono precisi, efficaci, economici e a basso rischio. Ma chiunque abbia lavorato con i droni sa che hanno limiti enormi. Sono strumenti utili per la guerra, ma se ci illudiamo di poter fare qualsiasi cosa con i droni siamo pazzi. Questo lo sa chiunque abbia un minimo di confidenza con le operazioni militari. Al dipartimento di stato li adorano ed è chiaro che parlare al pubblico di azioni mirate e ‘pulite’ è più semplice che spiegare le ragioni di un’occupazione lunga e costosa. Ma i droni non raccolgono informazioni, non creano rapporti di fiducia con le forze locali, non costruiscono basi per la cooperazione, niente di tutto questo. Non possiamo permetterci il lusso di credere alla favola che i droni sono la soluzione di questa guerra”.
Alla sola parola “droni”, l’ufficiale Joe, impegnato a tempo pieno nel business di “tentare di uccidere i talebani”, ha un sussulto: “I droni sono mezzi fantastici, questo non sfugge a nessuno. Sono precisi, efficaci, economici e a basso rischio. Ma chiunque abbia lavorato con i droni sa che hanno limiti enormi. Sono strumenti utili per la guerra, ma se ci illudiamo di poter fare qualsiasi cosa con i droni siamo pazzi. Questo lo sa chiunque abbia un minimo di confidenza con le operazioni militari. Al dipartimento di stato li adorano ed è chiaro che parlare al pubblico di azioni mirate e ‘pulite’ è più semplice che spiegare le ragioni di un’occupazione lunga e costosa. Ma i droni non raccolgono informazioni, non creano rapporti di fiducia con le forze locali, non costruiscono basi per la cooperazione, niente di tutto questo. Non possiamo permetterci il lusso di credere alla favola che i droni sono la soluzione di questa guerra”.
Si sente l’eco di alcuni concetti evocati recentemente dall’esperto di terrorismo Gregory Johnsen sul New York Times. Lo studioso di Princeton che ha da poco pubblicato il libro “The Last Refuge: Yemen, Al Qaeda, and America’s War in Arabia”, sostiene che la virata della Cia verso la tecnologia degli aerei senza pilota ha prosciugato il flusso delle informazioni, il core business dell’agenzia. Questi, scrive Johnsen, sono i frutti di una strategia debole che ha distolto l’America da un approccio comprensivo alla guerra al terrore e contemporaneamente ha alimentato i sentimenti antiamericani nelle popolazioni colpite dagli attacchi. L’ufficiale Joe non fa che sottolineare che la guerra dal basso non è un dettaglio trascurabile e i droni sono ancelle dell’operazione militare. L’ultima parte della conversazione è dedicata a Petraeus, il generale che ha plasmato quella mentalità che trasuda dalle parole dell’ufficiale Joe e dopo le basi sabbiose dell’Iraq e dell’Afghanistan si è ritrovato in cravatta a Langley, a comandare le operazioni che dovevano essere il complemento della sua dottrina, non la sostanza. Petraeus è stato beccato in un’affaire viscoso con la biografa Paula Broadwell e nel giro di qualche giorno il mondo ha dannato la memoria dei suoi successi ottenuti sul campo, quelli che gli hanno concesso la stima di due presidenti che non potrebbero essere più distanti, ma sulla sicurezza nazionale i loro percorsi hanno diversi punti d’intersezione. Se molti si sono lasciati convincere dalla panna montata del gossip, i marine non retrocedono di un passo: “So cosa significa raccogliere informazioni, intercettare telefonate, scandagliare e-mail e so che a volte ti devi fidare di una sensazione che ti porta a scavare più in profondità, quindi non giudico chi ha condotto le indagini. Quello che non mi va, però, è il modo in cui hanno cercato di separare la figura di Petraeus dall’istituzione della Cia, in modo da far sembrare lui la mela marcia in un giardino altrimenti senza peccato. Non nascondo che quando la storia è uscita c’è stato un momento di delusione, ma non vedo elementi per rivedere il giudizio sul suo operato. Stanno cercando di smontare la sua legacy, ma per noi è impossibile cambiare opinione su Petraeus per via di un affare privato. Finché qualcuno non prova che ha commesso errori nell’esercizio delle sue funzioni, lui rimane un modello per tutti”.