Fermo immagine a Damasco
Sono almeno sessanta i morti provocati da due diversi attentati avvenuti ieri in Siria. Fonti dei ribelli hanno confermato l’attacco a Ziyara, villaggio nella provincia di Hama, dove un attentatore suicida – probabilmente legato all’ al Nusra Front, gruppo islamico salafita – si è fatto esplodere uccidendo cinquanta membri delle forze di sicurezza del regime. Successivamente, a Damasco un’automba è esplosa nel quartiere a maggioranza alawita nel distretto di Mezzeh 86, provocando almeno dieci vittime.

Sono almeno sessanta i morti provocati da due diversi attentati avvenuti ieri in Siria. Fonti dei ribelli hanno confermato l’attacco a Ziyara, villaggio nella provincia di Hama, dove un attentatore suicida – probabilmente legato all’ al Nusra Front, gruppo islamico salafita – si è fatto esplodere uccidendo cinquanta membri delle forze di sicurezza del regime. Successivamente, a Damasco un’automba è esplosa nel quartiere a maggioranza alawita nel distretto di Mezzeh 86, provocando almeno dieci vittime. Domenica è stato rapito e ucciso dai ribelli l’attore Mohammed Rafeh, considerato sostenitore di Bashar el Assad e membro degli Shabiha, le milizie civili del regime. Intanto a Doha, in Qatar, si riunivano i gruppi dell’opposizione al regime, tentando per l’ennesima volta di mettere da parte le liti e di trovare un’intesa. Il Consiglio nazionale siriano – che dei ribelli è l’organo principale – si prepara a eleggere il nuovo comitato esecutivo e a cambiare leader dopo Burhan Ghalioun e Abdulbaset Sieda.
Chiunque vinca le elezioni americane, il dossier siriano non potrà non essere al primo posto nell’agenda internazionale della Casa Bianca. Damasco non è Tripoli, l’influenza della vicina Teheran e il veto russo-cinese hanno impedito ogni azione per cacciare il rais. L’attendismo, però, non ha portato alla soluzione pacifica della crisi, ma ha aggravato una situazione già compromessa. Il Libano sta diventando il terreno su cui si sfogano tensioni e vendette tra lealisti e ribelli della vicina Siria, come dimostra l’attentato del 19 ottobre a Beirut in cui è morto il generale Wissam al Hassan, il capo dei servizi d’informazione della polizia locale. La Francia, dopo aver dichiarato che un’escalation negli scontri non sarebbe stata più tollerata (erano le prime settimane della presidenza Hollande, si pensava al modello libico come passe-partout per la regione), è sparita dalla scena. Domenica Hollande è volato a Beirut per rassicurare il presidente Suleiman che Parigi “è impegnata a fornire garanzie sulla sicurezza, la stabilità e l’unità del Libano”. Sul come fare tutto ciò neppure una parola, mentre la crisi siriana è sempre più crisi di tutta la regione e crisi dell’occidente incastrato nei suoi guai e nei suoi calendari, come se non fosse stato chiaro già un anno e mezzo fa quanto sarebbe stato alto il prezzo della non strategia.