Così Draghi apre al Fmi per temperare il rigorismo tedesco
I capi di governo riuniti ieri al Consiglio europeo di Bruxelles erano in 27, consapevoli però che le decisioni devono ormai prenderle almeno in 28, assieme cioè al Fondo monetario internazionale (Fmi). A dire il vero è dall’ottobre 2008, cioè dal suo intervento in Ungheria, che il Fmi è tornato a operare in Europa, dopo oltre trent’anni di assenza. Nel 2010 c’è stata poi una svolta nel livello di coinvolgimento dell’organizzazione internazionale.

Roma. I capi di governo riuniti ieri al Consiglio europeo di Bruxelles erano in 27, consapevoli però che le decisioni devono ormai prenderle almeno in 28, assieme cioè al Fondo monetario internazionale (Fmi). A dire il vero è dall’ottobre 2008, cioè dal suo intervento in Ungheria, che il Fmi è tornato a operare in Europa, dopo oltre trent’anni di assenza. Nel 2010 c’è stata poi una svolta nel livello di coinvolgimento dell’organizzazione internazionale. Fino ad allora la Banca centrale europea guidata da Jean-Claude Trichet e la Germania di Angela Merkel si erano opposte a un intervento esterno per aiutare la Grecia in crisi: chiamare il Fmi sarebbe stato un segnale di debolezza e avrebbe diluito il controllo franco-tedesco. A fine marzo, per rendere più digeribile dal Bundestag l’aiuto necessario alla Grecia, Berlino aprì però all’ipotesi di un sostegno esterno. Così nel maggio 2010, su 110 miliardi di euro di prestiti per Atene, 30 miliardi vennero dal Fmi. Da allora l’influenza dell’organizzazione è cresciuta, tra alti e bassi, fino a quando il nuovo presidente della Bce, Mario Draghi, annunciando il piano Outright Monetary Transactions (Omt), ha rafforzato la legittimazione del Fondo in Europa. Un po’ a sorpresa, il 6 settembre scorso, il presidente della Bce, Mario Draghi, ha definito “più che benvenuto” il sostegno di Washington per monitorare i paesi che vorranno lo scudo anti spread. Dopo nemmeno due ore è arrivata la risposta di Christine Lagarde, direttore esecutivo del Fmi: siamo felici di poter aiutare.
Perché Draghi apre le porte alla Lagarde? Innanzitutto perché, sostengono fonti di Washington, il Fmi potrà aiutare il banchiere centrale a tutelare la sua indipendenza in caso di un intervento a sostegno di uno stato, Spagna o Italia che sia, frapponendosi tra Bce e pressioni politiche nel momento delle decisioni più difficili (per esempio se dovesse interrompere gli acquisti di bond perché un paese non rispetta i piani di riforme previsti). Inoltre ora il Fmi è sempre meno allineato con la Germania sulle opzioni di politica economica. Se nel suo nuovo corso la Bce ha affiancato l’enfasi su crescita e integrazione europea al solito richiamo all’austerity di Trichet e Merkel, ora Washington sostiene addirittura che di troppo rigore fiscale certe economie possono anche morire. Perciò consiglia alla Germania e agli altri paesi del nord di alimentare la domanda, aiutando la ripresa dei periferici. Non solo: da mesi Lagarde chiede che la Bce possa agire come la Fed americana acquistando titoli di stato dei paesi in difficoltà ma solvibili. Il paradigma dominante in Germania su politica fiscale e monetaria è dunque contestato radicalmente. Senza contare che il Fmi chiede di affrettare la costituzione di un’unione bancaria sotto supervisione della Bce, scelta che Merkel ha osteggiato fino a ieri.
Sul dossier Grecia, infine, “il Fmi ritiene correttamente che il debito di Atene sia insostenibile e per questo ne chiede una seconda ristrutturazione – dice al Foglio Domenico Lombardi, Senior fellow della Brookings Institution – Infliggere perdite agli stati è politicamente difficilissimo. Da Atene si chiede che sia la Bce a rinunciare al suo profitto sui titoli greci. Poniamo che la Bce abbia comprato titoli svalutati, a 60-70 centesimi per ogni euro di valore nominale. Se la Bce rinunciasse a quei 40-30 centesimi, non subirebbe perdite contabili ma migliorerebbe la sostenibilità del debito greco. Il tutto senza violare tecnicamente il proprio statuto sul divieto di finanziare gli stati”.
In definitiva, se per i tedeschi l’economia è ancora una branca della filosofia morale, per usare le parole del presidente del Consiglio Mario Monti, è indubbio che un Fmi più ancorato al pragmatismo anglosassone non potrà che temperare certi eccessi di Berlino. Draghi lo sa, ha voluto che così fosse, e con lui molti altri leader europei.