La buona manutenzione

La legge di stabilità finanziaria approvata dal governo due notti fa non è “manovra”, minimizzano da Palazzo Chigi. E’ un intervento sulle finanze pubbliche ma “a saldi inalterati”, ripetono, perché l’obiettivo del pareggio di bilancio nel 2013 è garantito fin dal novembre scorso. Eppure questa manutenzione da 11 miliardi di euro e rotti, per sua natura, pare destinata a spiazzare il panorama politico ed economico italiano. Leggi Preside, eppur decide di Giuliano Ferrara
11 OTT 12
Ultimo aggiornamento: 20:08 | 11 AGO 20
Immagine di La buona manutenzione
Roma. La legge di stabilità finanziaria approvata dal governo due notti fa non è “manovra”, minimizzano da Palazzo Chigi. E’ un intervento sulle finanze pubbliche ma “a saldi inalterati”, ripetono, perché l’obiettivo del pareggio di bilancio nel 2013 è garantito fin dal novembre scorso. Eppure questa manutenzione da 11 miliardi di euro e rotti, per sua natura, pare destinata a spiazzare il panorama politico ed economico italiano. E questo vale al di là del suo impatto economico, bene inteso, visto che nessun provvedimento da solo fa primavera, soprattutto in un’Europa che per definizione arranca a causa di “colpe” che vengono da molto lontano: quella europea infatti si chiama “crisi dei debiti sovrani”, mica crisi del turbocapitalismo o di Lehman Brothers.
Dunque la legge di stabilità spiazza, innanzitutto per le sue origini: il provvedimento non nasce per tappare buchi di bilancio, come accaduto ciclicamente fino a pochi mesi fa. Sostiene invece il presidente del Consiglio, Mario Monti, che se oggi ci possiamo permettere “qualche sollievo” è grazie ai “segni di stabilizzazione” conquistati a suon di manovre e riforme, oltre che di sacrifici per gli italiani, dal novembre scorso a oggi. A proposito di “sollievo”, ecco che a scorrere le quasi 11 mila battute di comunicato della presidenza del Consiglio il contribuente di sorprese ne trova almeno altre due. La prima: è già da 11 giorni, stando ai piani del precedente governo Berlusconi (che nel settembre 2011 alzò l’Iva una prima volta dal 20 al 21 per cento), che gli italiani dovrebbero pagare un’imposta più alta sui consumi, con aliquote al 12 per cento (dal 10) e al 23 per cento (dal 21). L’attuale esecutivo aveva però rimandato l’appuntamento con l’inasprimento fiscale al 1° luglio 2013; ora ha deciso che l’imposta sul valore aggiunto da luglio crescerà di un solo punto e non di due. Brutta storia, dice qualcuno, considerati gli annunci delle settimane scorse che facevano presagire una cancellazione totale dell’aumento. Niente male, replica qualcun altro, perché il governo ha calato contemporaneamente un asso inatteso, cioè la limatura delle aliquote Irpef (da 23 a 22 punti e da 27 a 26) per i due scaglioni di reddito più bassi (da 0 a 15 mila euro e da 15 mila a 28 mila euro). L’Imposta sul reddito delle persone fisiche, per intenderci, è la principale fonte di entrate per il nostro stato, introdotta nel 1974, e alla quale oggi sono soggetti più di 41 milioni di contribuenti (tra cui 10 che rientrano nelle soglie di esenzione) su 60 milioni di abitanti. Dunque un’imposta, suo malgrado, decisamente “popolare”, considerato che il 90 per cento del gettito arriva da lavoratori dipendenti e pensionati. La ratio dello scambio – ovvero si riduce l’Iva di un solo punto rispetto agli impegni del governo precedente, ma si alleggerisce anche il prelievo sul reddito personale – ha almeno tre spiegazioni, secondo la ricostruzione del Foglio. L’Iva sarebbe comunque aumentata per mettere in sicurezza i conti pubblici, meglio quindi – specie in tempi di recessione prolungata – spendersi per reperire risorse e affiancare così una dose di “equità” al solito “rigore”. In questa prospettiva la limatura delle aliquote Irpef, che dovrebbe costare quasi 5 miliardi di euro, è parsa più idonea di un abbattimento del cuneo fiscale (tra l’altro complesso anche da congegnare), nel senso che la misura ricadrà su una platea più ampia e maggiormente colpita finora dalle misure d’emergenza. Seconda spiegazione fornita a Via venti Settembre: l’abbinamento di un aumento dell’Iva e di una diminuzione dell’Irpef, favorendo l’export e colpendo di più le importazioni, assomiglia a una svalutazione monetaria e può far rifiatare l’unico settore oggi trainante, quello delle imprese esportatrici.
A Bruxelles, infine, chi conosce il premier Monti fa notare che quella del riequilibrio tra imposte dirette e indirette (in Italia le prime pesano molto più delle seconde) è esattamente la strada scelta da Berlino negli ultimi anni. E non è forse Monti “il più tedesco tra gli economisti italiani” per sua stessa definizione? Il che non gli ha impedito di approvare un’altra misura molto “americana” e molto attesa da imprese e sindacati, la detassazione da 1,6 miliardi di euro sui “contratti di produttività” per il 2013-‘14. Ma soprattutto, come dimostrava plasticamente l’altra sera il ritorno in conferenza stampa del super commissario alla spending review, il riservatissimo Enrico Bondi, per avere “sollievo” oggi il politico e il contribuente italiano non possono più fare affidamento sulle generazioni future (leggi: altro debito). Piuttosto devono accettare lo sfoltimento di un bilancio pubblico mastodontico e ingessato. E anche questa, in Italia, è una sorpresa non da poco.
Leggi Preside, eppur decide di Giuliano Ferrara