Gli spari a Malala
Malala Yousafzai guardava il suo grembiulino, e si immalinconiva. Guardava la cartella con dentro i libri di scuola, e le veniva da piangere. Il righello, il goniometro: perché non posso andare a scuola?, piangeva. Malala era una delle cinquantamila ragazzine della Swat Valley – terra pachistana dominata dai talebani – che erano state cacciate da scuola. Una ragazzina che studia? Che tempo perso.

Malala Yousafzai guardava il suo grembiulino, e si immalinconiva. Guardava la cartella con dentro i libri di scuola, e le veniva da piangere. Il righello, il goniometro: perché non posso andare a scuola?, piangeva. Malala era una delle cinquantamila ragazzine della Swat Valley – terra pachistana dominata dai talebani – che erano state cacciate da scuola. Una ragazzina che studia? Che tempo perso. Con lo pseudonimo “Gul Makai”, Malala ha iniziato a scrivere un diario per la Bbc in edizione urdu: raccontava la sua tristezza di bambina a casa lontana da scuola, lei che aveva un padre illuminato che dirigeva una scuola privata ed era stato costretto a chiuderla.
Gul Makai aveva undici anni, e in questi anni è diventata famosa per la sua campagna a favore dell’istruzione: ha ricevuto premi, si è fatta intervistare dai media occidentali, ha annunciato di voler fare un partito, un giorno, in difesa del diritto all’istruzione. Ieri Malala è stata colpita alla testa e al collo da una serie di colpi di armi da fuoco, è stata portata in ospedale, non si sa se si salverà, né se ha subito danni permanenti. I talebani che governano ancora in questa terra nonostante gli interventi dell’esercito pachistano hanno rivendicato il tentato omicidio, orgogliosamente. E’ la stessa terra – più o meno, avventurarsi in certi posti qui non è consigliabile – in cui Imran Khan, idolo dei media occidentali, ha fatto una marcia, nei giorni scorsi, per protestare contro i droni americani. Le due facce del Pakistan, sempre le stesse, ma una non ha più gli occhi coraggiosi di Malala.