Salvate Martini dai martinisti
Va bene che Vanity Fair è un giornale alla moda; va bene che don Luigi Garbini è coadiutore nella parrocchia elegante di San Marco a Milano, dove si occupa più che altro di organizzare concerti alla moda per parrocchiani molto alla moda. Ma trovarselo “testimone” su Vanity Fair sotto il titolo “L’ultima lezione di un uomo elegante”, a esprimere il sublime concetto “il cardinale Martini è una persona che è morta elegantemente” (don gagà non riesce a dire nulla di più vagamente attinente alla religione) è il colmo.

Va bene che Vanity Fair è un giornale alla moda; va bene che don Luigi Garbini è coadiutore nella parrocchia elegante di San Marco a Milano, dove si occupa più che altro di organizzare concerti alla moda per parrocchiani molto alla moda. Ma trovarselo “testimone” su Vanity Fair sotto il titolo “L’ultima lezione di un uomo elegante”, a esprimere il sublime concetto “il cardinale Martini è una persona che è morta elegantemente” (don gagà non riesce a dire nulla di più vagamente attinente alla religione) è il colmo. Anche un giornale come questo, che non ha mai rinunciato alla critica serrata, persino in articulo mortis, delle idee del cardinale gesuita e di certe sue umane cedevolezze verso il consenso alla moda non può fare a meno di lanciare un allarme: occorre salvare Carlo Maria Martini, che era un uomo serio, un cristiano tormentato e intelligente, dai suoi pessimi seguaci martinisti. Soprattutto quelli più opportunistici, improvvisati. Eleganti. Come Lella Costa, che l’altra sera all’“Infedele”, issata sui trampoloni e con la stessa voce impostata di quando legge i manifesti di Zagrebelsky, ha declamato in un brutto siparietto la lettera scritta in morte del cardinale zio dalla nipote Giulia Facchini Martini. Bella scrittura peraltro, ma che posta da furbacchioni sotto la scritta “la Bella Addormentata e l’Italia clericale” doveva far pensare a un manifesto para-eutanasico, il che non è.
Si è intonata attorno a Martini una retorica forzosa, sul bordone di Vito Mancuso e della sua denuncia (su Repubblica) di una presunta “operazione-anestesia su Martini” (anestetizzare, sedare, la metafora batte dove il dente duole). Si battono ossessivamente gli stessi tasti: la “buona morte”, “la chiesa indietro di 200 anni”. Ma se ne cava un suono sordo, e un filo ridicolo: Furio Colombo è arrivato a proporre una “legge Martini” sul fine vita “ispirata alle ultime ore del cardinale”. L’effetto di banalizzazione risulta insopportabile anche per chi non ha appeso sul comodino il santino del defunto. Il pensiero dell’uomo di chiesa e del biblista, i suoi dubbi, i suoi inviti all’esercizio sorvegliato della coscienza vanno discussi, appoggiati o confutati, ma non possono essere ridotti a una barzelletta politicamente corretta. E’ una forzatura offensiva, al pari delle damnatio memoriae tradizionaliste che vorrebbero fare di Martini un anticristo in porpora. Ma almeno, quelle vanno meno di moda.