I riformisti del Pd rispondono al braccio destro di Bersani

Maurizio Ferrera ha efficacemente riassunto (Corriere della sera dell’8 agosto) il dilemma che è dinanzi al nostro paese alla vigilia di una lunga campagna elettorale: dovrà il governo italiano chiedere salvataggi esterni, per scongiurare il default, “la madre di tutti i nostri problemi”, o possiamo farcela da soli, così guadagnandoci il diritto di essere protagonisti del necessario salto di qualità nel processo di integrazione europea? Per farcela da soli occorrono tuttavia due cose: governabilità e impegni di governo. di Enrico Morando e di Umberto Ranieri Leggi Storia, segreti e trame del patto di sindacato tra i grandi del Pd di Claudio Cerasa
14 AGO 12
Ultimo aggiornamento: 23:22 | 13 AGO 20
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Maurizio Ferrera ha efficacemente riassunto (Corriere della sera dell’8 agosto) il dilemma che è dinanzi al nostro paese alla vigilia di una lunga campagna elettorale: dovrà il governo italiano chiedere salvataggi esterni, per scongiurare il default, “la madre di tutti i nostri problemi”, o possiamo farcela da soli, così guadagnandoci il diritto di essere protagonisti del necessario salto di qualità nel processo di integrazione europea?
Per farcela da soli occorrono tuttavia due cose: governabilità e impegni di governo. Se le cose stanno così tocca al Pd, chiamato con il voto della prossima primavera ad assolvere a un ruolo cruciale nella guida del paese, dire parole chiare sulle questioni essenziali. E’ nostra convinzione che vada affermato senza alcuna ambiguità che, assumendo responsabilità di governo nel 2013, il Pd intende proseguire nell’azione di riforma in coerenza con la sostanza dell’operato di Mario Monti. Questa è la speranza diffusa tra gli italiani, preoccupati che la crisi si aggravi, con conseguenze rovinose per le loro famiglie e il futuro dei figli. Vorrà pur dire qualcosa se, malgrado la severità delle misure adottate e nel pieno di una gravissima crisi di rappresentanza del sistema politico, l’apprezzamento verso Monti resta ancora molto alto. La verità è che questi mesi non sono trascorsi invano. Misure specifiche di riforma sono state adottate; passi importanti sono stati compiuti, alcuni più decisi, altri più esitanti ma tutti nella direzione giusta: tutta la stabilità necessaria, in un contesto di politiche comunitarie e delle nazioni in surplus volte ad accrescere la domanda aggregata e di rianimazione della distruzione creatrice del mercato. E’ la direzione in cui occorre continuare.
Naturalmente, coerenza con l’operato del governo Monti non significa adesione acritica a ogni scelta compiuta, ma riconoscersi in un indirizzo strategico e negli obiettivi di fondo: salvare l’euro portando più avanti il processo di integrazione economica e politica dell’Eurozona, realizzare le riforme economiche e istituzionali di cui ha da tempo bisogno il nostro paese. Come ha notato Eugenio Scalfari (la Repubblica del 12 agosto), le stesse evidenti contraddizioni in cui cadono quanti nel Pd sostengono un diverso indirizzo, costituiscono la più convincente conferma che quello percorso da Monti sia il sentiero lungo il quale procedere. Saprà percorrerlo il Pd?
L’interrogativo non è peregrino. La recessione che ha investito l’economia italiana viene da lontano. Le sue cause profonde precedono la fallimentare esperienza dei governi Berlusconi, la cui responsabilità è di averle tutte ignorate, o addirittura aggravate. Più che nella contrazione della domanda aggregata dovuta alle misure di consolidamento della finanza pubblica (misure, come scrive Giacomo Vaciago, necessarie e prevedibili nei prossimi anni non solo in Italia), essa è dovuta alla debolezza mostrata dai governi che si sono succeduti a promuovere il cambiamento di un modello di sviluppo e di intervento pubblico nell’economia da tempo insostenibile e iniquo.
Già prima della grande crisi esplosa nel 2008, l’incremento del Pil era più basso della media europea, e l’Italia continuava a essere fanalino di coda tra i paesi Ocse, quanto a produttività del lavoro e dei fattori, ricerca e innovazione tecnologica, investimenti in capitale umano e infrastrutture. Il paese poteva fare affidamento su un nucleo di medie imprese molto competitive, ma avrebbe dovuto essere chiaro che anche le potenzialità di queste imprese sarebbero state prima o poi ridimensionate se non avessero trovato il supporto in un contesto economico nazionale più robusto e dinamico. E questo reclamava riforme che rendessero meno pesante il carico fiscale su lavoro e impresa, più agile il funzionamento del mercato del lavoro, più efficiente e meno costosa l’amministrazione pubblica, minore l’incidenza della spesa corrente, più consistenti i finanziamenti per ricerca e sviluppo. Una complessa impresa riformatrice che i governi non hanno saputo realizzare.
Oggi si discute dei limiti che fin dall’origine ha avuto la costruzione dell’unione monetaria in assenza della unione politica dell’Europa. Tuttavia, nel regime dell’euro la competitività del sistema economico italiano dipendeva sempre di più dalla capacità di elevare l’efficienza di quelli che Mario Monti chiamò “i fattori di competitività strutturale dei sistemi paese”: funzionalità dei servizi, infrastrutture, sistemi creditizi e finanziari più moderni, mercato del lavoro, qualificate risorse umane. Sarebbero state necessarie riforme dei caratteri stessi di un capitalismo che veniva chiamato alla sfida competitiva sul terreno della qualità delle merci, dei servizi e della efficacia del modo di produrre. Il punto politico che intendiamo sollevare è che dinanzi a questa prova emerse la debolezza dell’alleanza politico elettorale con l’estrema sinistra. La crisi del primo governo Prodi, provocata da Rifondazione comunista, sembrò introdurre un fattore di non ritorno nella dialettica politica italiana, rendendola finalmente più simile a quella europea: la politica della sinistra estrema non era conciliabile con le finalità della politica riformista. Sembrava superato un limite della cultura politica del Pci che condizionò le scelte di quel partito in fasi decisive della sua storia: unità della sinistra come stella polare e nessun nemico a sinistra come bussola nel cammino quotidiano. Ma neppure quella esperienza traumatica fu sufficiente: la coalizione che affrontò il centrodestra nel 2006 nacque da una riedizione dell’alleanza tra riformisti e un arcipelago di sigle riconducibili a posizioni massimaliste, uniti solo dall’antiberlusconismo. Quando fu evidente che nel volgere di appena un anno si erano erose le basi di consenso del centrosinistra e lo stesso progetto del Partito democratico rischiava di essere travolto, si giunse alla presa d’atto della fine delle coalizioni artificiose. La conseguenza non poteva che essere quella di presentarsi agli elettori con un Pd affrancato da vincoli di alleanze paralizzanti e libero nel dispiegare la propria “vocazione maggioritaria”. Si trattava di una impostazione innovativa contraddetta tuttavia immediatamente dalla alleanza con Antonio Di Pietro. Un gravissimo errore.
Dopo la sconfitta, la strategia della vocazione maggioritaria avrebbe dovuto essere sviluppata e arricchita culturalmente e programmaticamente, ma niente di tutto questo si fece. Siamo convinti che avesse ragione Roberto D’Alimonte, quando scrisse sul Sole 24 Ore che il Pd era invischiato in una strana e surreale discussione sulla sconfitta elettorale. Una discussione a uso interno. D’Alimonte aggiungeva che il risultato elettorale, oltre il 33 per cento alla Camera, poteva essere considerato una buona base, su cui si poteva costruire. Ma lo si poteva fare solo con pazienza, coerenza, umiltà. Rimboccandosi le maniche. Virtù che tutte mancarono.
Liquidata la strategia della vocazione maggioritaria, il Pd ha lavorato negli ultimi anni a una coalizione con Sel e Idv. Che fosse una strada che non avrebbe portato lontano è apparso chiaro quando le insufficienze della costruzione dell’Eurosistema e la combinazione di forte debito pubblico, crescita lenta e fragilità politica hanno fatto precipitare la fiducia dei mercati verso l’Italia e hanno innescato una crisi che avrebbe potuto portarla al fallimento. Quella coalizione, la foto di Vasto, non era in grado di offrire una alternativa convincente nel momento in cui il paese era investito da una drammatica crisi economico finanziaria, che implicava, per essere affrontata, autorevolezza sul piano internazionale e coerenza del disegno riformatore all’interno del paese. Non siamo affatto certi che oggi la riduzione del Pd a polo aggregante della lista dei “progressisti”, in vista della alleanza post elettorale con forze di “centro” (una soluzione pericolosamente simile a quella adottata nel 1994), costituisca una risposta adeguata agli interrogativi di molti, in Italia e in Europa: dopo Monti, la politica italiana mostrerà volontà necessaria, capacità sufficiente per portare avanti il risanamento fiscale e il processo di riforma dell’economia? Quale è la figura, oltre Monti, oggi in grado di confrontarsi e negoziare in Europa misure utili per garantire un equilibrio tra risanamento dei bilanci e sostegno alla crescita e per accelerare l’adozione di provvedimenti per ridurre lo spread? Siamo invece quasi certi che non risulterebbe affatto rassicurante – sul versante della stabilità politica – l’adozione di un sistema elettorale pericolosamente simile, se non indentico, a quello della Grecia (proporzionale con premio al primo partito). E attenzione agli ideologismi: la nostra crescita non è compromessa dalla “austerità distruttiva”; e la tutela del lavoro, come scriveva Padoa-Schioppa, si ottiene favorendo lo spostamento dei lavoratori verso nuove produzioni cui provvedono imprese libere di innovare e crescere. In Italia, oggi, né la spesa finanziata con il debito, né il solo sostegno keynesiano alla domanda garantiscono la crescita. Questa ha bisogno di riforme: riforme strutturali quali l’irrobustimento della ricerca, minore pressione fiscale, la formazione del capitale umano, la legalità, una strategia di rientro dal debito del tipo di quella delineata nel Programma 2008 del Pd e oggi ripresa da Amato e Bassanini. Se la Germania oggi regge meglio alla crisi e vede crescere esportazioni, prodotto e occupazione è anche perché, sfidando l’impopolarità, l’ultimo cancelliere socialdemocratico fece i conti con la sinistra interna al suo stesso partito e realizzò vere riforme strutturali.
di Enrico Morando e di Umberto Ranieri