Uno che si ribella alla tortura

Alla grave denuncia fatta da Boffi sui “Sequestrati di Milano”, mi permetto di fare alcune precisazioni e integrazioni e miei commenti in merito alla carcerazione preventiva e all’istituto del giudizio immediato che moltiplica per due, per tre, per quattro il periodo di custodia cautelare in carcere prima di una condanna definitiva oppure prima dell’Assoluzione. di Antonio Simone Leggi Quel titolo di Paese Sera che spiega bene il senso di una grande battaglia civile di Massimo Bordin
2 AGO 12
Ultimo aggiornamento: 02:21 | 9 AGO 20
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Alla grave denuncia fatta da Boffi sui “Sequestrati di Milano”, mi permetto di fare alcune precisazioni e integrazioni e miei commenti in merito alla carcerazione preventiva e all’istituto del giudizio immediato che moltiplica per due, per tre, per quattro il periodo di custodia cautelare in carcere prima di una condanna definitiva oppure prima dell’Assoluzione. Eppure la Corte europea aveva sentenziato che “il termine tortura designa qualsiasi atto con il quale sono inflitti a una persona dolore e sofferenze acute, fisiche e psichiche, segnatamente al fine di ottenere da questa o da una terza persona informazioni o confessioni, di punirla per un atto che ella o una terza persona ha commesso o è sospettata di aver commesso, di intimidirla o esercitare pressioni su di lei…”. Aggiungo facendo leva su affetti interrotti bruscamente fuori dalle mura carcerarie. E’ quanto succede nel nostro amato paese.
La Corte europea ha precisato, altresì, che “un trattamento può essere considerato degradante se è di tale natura da determinare nella vittima sentimenti di paura, di angoscia, di inferiorità con lo scopo di diminuire la resistenza fisica o morale oppure tali da indurla ad agire contro la propria volontà o coscienza (Corte europea, sentenza luglio 2011). Pensiamo alle “induzioni” per usare un termine eufemistico adottato nella sentenza della Corte europea, fatte dai pm agli indagati soggetti a misura cautelare, a rilasciare dichiarazioni anche non rispondenti alla verità, chiamate in correità etc. e che gli stessi “torturati” fanno allo scopo unico di porre fine alla tortura che subiscono e consentirgli l’uscita da quei luoghi di tortura fisica (vi ricordo: 6 essere umani in una cella da 7 mq. rinchiusi per 22 ore al giorno senza doccia con scarafaggi e in barba ai più elementari principi di igiene) e psichica con trattamenti disumani e degradanti. La carcerazione preventiva è un rimedio primitivo che produce una condizione personale tremenda, talvolta orribile. Laddove non di rado, a fronte di provvedimenti restrittivi in carcere inspiegabili, deve supporsi che i magistrati che li abbiano proposti e avallati siano spinti da due specie di patologie gravi e inaccettabili: l’intento di “indurre” – uso di nuovo lo stesso termine usato nel provvedimento della Corte europea – l’indagato a confessare, magari chiamando in correità altri soggetti, e quello di infliggergli di fatto una pena che probabilmente all’esito del giusto processo non sconterebbe.
Ma dove è andato a finire l’articolo 13 della Carta costituzionale, sempre invocata dai moralisti giustizialisti? Lì viene proclamata l’intangibilità della libertà personale vietando ogni forma di violenza nei confronti dei detenuti figuriamoci nei confronti di un presunto innocente in carcerazione preventiva, rinchiuso nelle fetide, maleodoranti patrie galere, tagliato dal mondo, cancellato dall’anagrafe, in attesa di un “giusto giudizio”, e rinchiuso in alcuni casi non rari, purtroppo, secondo schemi e teoremi accusatori partoriti da menti perverse, teoremi e schemi in alcuni casi fantasiosi, faziosi, colmi di preconcetti, di ideologia, di interpretazioni distorte della realtà ricche di malafede partoriti da una pubblica accusa che interpreta come reali fatti, atti giuridici del tutto ordinari e leciti commessi quotidianamente da centinaia, migliaia di persone normali ogni giorno nel mondo e nel Bel paese.
Svegliamoci Signori! Facciamo un esempio: il figlio, studente universitario in Medicina, a cui il padre intesta un motorino regolarmente acquistato dal concessionario e pagato dal padre che ha fatto un bonifico sul conto del figlio che ha emesso assegni bancari, ha commesso il reato di riciclaggio se il padre si scopre abbia commesso l’effettivo reato di infedele dichiarazione dei redditi per aver omesso di denunciare in dichiarazione una parte dei suoi redditi. Il laureando in Medicina rischia dai 4 ai 12 anni di reclusione anche se poverino nulla sapeva o poteva sapere del reato di infedele dichiarazione del padre e ciò perché secondo l’interpretazione di alcuni magistrati italiani, lo studente universitario non poteva non sapere che il papà non dichiarava tutti i suoi redditi violando una norma di legge… che in ogni caso è punito fino a tre anni di reclusione. Un aborto giuridico, un assurdo giuridico e civile. Attenzione, non sto plaudendo l’evasione fiscale che anzi va combattuta ed è encomiabile lo sforzo di tutti coloro che sono impegnati a combatterla. Ma cosa c’entra il figlio con il riciclaggio dei proventi illeciti del padre evasore?
E poi in un paese in cui da decenni si evade, in cui solamente lo 0,07 per cento dichiara più di 200 mila euro annui, in cui la pressione fiscale giunge al 60 per cento, in cui per dati ufficiali oltre 250 miliardi annui sono sottratti a tassazione, l’evasione si combatte con il cambiamento culturale, con l’educazione alla contribuzione alla cosa pubblica “ben gestita da prudenti amministratori” soprattutto in un momento di crisi come quello che stiamo attraversando non dissimile alla crisi del 1929. Non si combatte oggi con le manette. Si potrà combattere un domani con le manette a mutate regole del gioco e a educazione fatta e metabolizzata da un lato al pagamento delle imposte eque e dall’altro nell’uso corretto efficiente ed efficace delle stesse da parte dei pubblici amministratori e dipendenti pubblici a tutti i livelli centrale e locale. Altrimenti il rischio è la migrazione in massa degli imprenditori, di chi vuole intraprendere, fenomeno a cui stiamo già largamente assistendo per buona pace dell’occupazione e della crescita del pil e della riduzione del debito pubblico italiano. E invece si continua a fare demagogia; si pubblicano articoli sui quotidiani in cui si “criminalizzano”, male interpretando, le ricerche di McKinsey sul valore di 22 triliardi (pil statunitense sommato al pil giapponese) detenuti nei paradisi fiscali, facendo finta di non sapere che la maggior parte delle società quotate negli Stati Uniti e in tutte le piazze finanziarie più importanti ovvero la totalità delle banche d’affari statunitensi e fondi di private equità nel mondo hanno sede nel Delaware e simili centri offshore (si veda la Google, si veda l’Apple si veda Goldman Sachs dove lavorava come dirigente il nostro Mario Draghi prima di diventare direttore generale di Banca d’Italia e nel cui consiglio di amministrazione europeo sedeva il nostro attuale presidente del Consiglio dei ministri Mario Monti e tutti i grandi fondi globali). Ma facciamo i seri una buona volta! Perché criminalizzare?
Ma non volevo parlare di evasione fiscale. Voglio ritornare a parlarvi di carcerazione preventiva perché un’altra grande distorsione del nostro sistema è l’istituto del giudizio immediato previsto all’articolo 453 c. p. p. legato alla carcerazione preventiva, che legittima la follia inquisitoria di alcuni magistrati che con una banale e meramente strumentale richiesta raddoppiano i termini della custodia cautelare e della tortura. L’istituto in discussione, nato originariamente per essere applicato e richiesto dal pm entro e non oltre 90 giorni dall’iscrizione nel registro degli indagati della persona sottoposta a indagini quando esistevano gravi indizi anzi prove certe di colpevolezza, oggi, a far data dal 2008 per effetto di un emendamento stupido e atroce del Pdl e della Lega, si applica anche quando un individuo sotto indagine da mesi e mesi (18-24 non è raro) viene arrestato e qualche giorno prima rispetto alla scadenza dei termini di custodia cautelare viene richiesto dal pubblico ministero e avallato ovviamente dal gip (lo stesso che ha emesso l’ordine custodiale) il giudizio immediato, e così si raddoppiano i termini della custodia cautelare e della tortura.
Si agisce così a consolidare il potere ricattatorio sugli indagati che non solo scontano una pena preventiva abnorme ma subiscono il raddoppio dei termini custoditali che normalmente comportano l’assurda situazione detentiva in carcere nella fase processuale e dibattimentale contro ogni norma, buon senso, spirito, dignità, ragionevolezza sull’assunto che al processo si va liberi salvo i casi di pericolosità sociale.
Detenuti assolutamente privi di tale pericolosità, sia soggettiva sia desumibile dai capi di imputazione, vengono condotti in stato di detenzione ammanettati al processo e rinchiusi nelle gabbie delle aule di tribunale. Questo determina una gravissima limitazione al diritto di difesa dell’imputato, privato della possibilità di produrre, predisporre tutto ciò che gli consente di fare proclamare la sua eventuale innocenza. Il tutto nei confronti di procedimenti penali di tipo indiziario cioè che non hanno a che fare con la flagranza di reato. Immaginiamo la lesione del diritto alla difesa nei casi di presunti reati finanziari dove necessita per l’indagato la consultazione, la ricerca di scritture contabili, atti giuridici, contabili, contratti di impossibile consultazione nelle tetre celle di 7 mq. condivise da 6 persone che devono “brandizzarsi” per poter coabitare ventiquattro ore al giorno contemporaneamente in tali angusti spazi più angusti rispetto anche ai rapporti aereoilluminati minimi previsti per legge e per i maiali.
Solamente l’insipienza politica circa i contenuti di una giustizia scandalosa e la malafede di taluni organi della magistratura, generano mostri giudiziari e giuridici degni delle peggiori dittature altro che Stalin e Cina popolare degli anni di Mao!
Cari amici e quando tutto ciò avviene con il danno collaterale della lontananza dei figli, degli affetti distrutti, di situazioni particolari si può apertamente parlare di ricatto e tortura volendo adottare il contenuto e significato attribuito a tale termine dalla Corte europea. E qui invece continuiamo a parlare giustamente di scudo anti spread, di euro, di Europa unita, di Banca centrale europea che deve stampare danaro come la Federal Reserve americana o la Banca d’Inghilterra… però giustamente dimentichiamo di rendere coerenti le legislazioni nazionali ai dettami della Corte europea in materia di diritti minimi dell’uomo!
Ma come facilmente e quotidianamente si può appurare tale problematica è inesistente sugli ordini del giorno del Parlamento italiano e del governo ed è inesistente sugli organi di stampa, dove invece abbondano pagine e pagine sulla situazione dei nostri amati cani.
di Antonio Simone
(*Antonio Simone e i Tanti “Sequestrati di Milano”)