Inmovilidad e movida spagnola
La situazione della Spagna mostra ogni giorno nuovi aspetti critici: ora le preoccupazioni vengono dall’insostenibilità dei bilanci delle comunità autonome, che debbono ricorrere a un salvataggio finanziario da parte dello stato. Dopo la comunità di Valencia e la Murcia, ieri è toccato alla Catalogna andare a Canossa. Fino a ieri il governo di Barcellona insisteva nel rivendicare una riforma del finanziamento, aveva promesso di rimborsare i funzionari pubblici dei tagli di retribuzione imposti dal governo centrale.

La situazione della Spagna mostra ogni giorno nuovi aspetti critici: ora le preoccupazioni vengono dall’insostenibilità dei bilanci delle comunità autonome, che debbono ricorrere a un salvataggio finanziario da parte dello stato. Dopo la comunità di Valencia e la Murcia, ieri è toccato alla Catalogna andare a Canossa. Fino a ieri il governo di Barcellona insisteva nel rivendicare una riforma del finanziamento, aveva promesso di rimborsare i funzionari pubblici dei tagli di retribuzione imposti dal governo centrale. Ora ammette di non avere denaro in cassa e di dover chiedere un prestito al governo di Madrid, che in cambio otterrà il rispetto degli obiettivi di riduzione della spesa.
Quel che sorprende è il carattere prevalentemente retrospettivo del dibattito pubblico, che pare più interessato al palleggio di responsabilità per la crisi che all’individuazione di una strada per uscirne. E’ in questo clima che si assiste a grandi ritorni sulla scena di personaggi politici del passato. Il patriarca del nazionalismo catalano, Jordi Pujol, ritiratosi da tempo dalla vita politica attiva, ha rinfocolato la discussione prendendo posizione per la secessione della Catalogna dal regno di Spagna, in base a una tesi, proprio oggi smentita dai fatti nel modo più clamoroso, che la Catalogna non ha bisogno della Spagna che non ha mai inteso il valore della sua autonomia. L’ex premier socialista Felipe González ha preso posizione ricostruendo l’origine della crisi, che secondo lui è effetto della politica edilizia largheggiante del suo successore popolare José María Aznar, che poi il socialista José Luis Rodríguez Zapatero non ha saputo e voluto correggere. Il tema sul quale l’analisi retrospettiva ha assunto un rilievo istituzionale è la crisi bancaria, alla quale il Parlamento sta dedicando molte sedute con audizioni in cui i responsabili del passato rivendicano le loro ragioni e gettano la croce sui loro predecessori o sui loro successori. Ieri è toccato a Miguel Angel Fernández Ordóñez, governatore della Banca di Spagna fino a poche settimane fa, che ha autorizzato e promosso la fusione di varie casse di risparmio in crisi in Bankia, poi diventata la principale fonte di insolvenza del sistema. Ordóñez ha detto che sarebbe entrato nel merito solo se si fosse ascoltato il suo predecessore (facendo intendere che la responsabilità risale alla gestione precedente), e ha concluso con un comizio contro il governo di Mariano Rajoy, con l’argomento specioso che prima della vittoria elettorale del Partido popular la Spagna non era costretta a chiedere l’aiuto e il commissariamento delle autorità europee.
Questa insistenza nella ricerca retrospettiva di responsabilità è lo specchio di uno spirito pubblico dominato dalla paura di un futuro nero che si cerca rabbiosamente di non affrontare. Basta leggere le “cronache” dell’indignazione pubblicate da Concita De Gregorio – già incensatrice del socialismo magico zapateriano – confrontandole con quel che accade concretamente, per rendersi conto di questa sindrome isterica. Le manifestazioni di protesta dei funzionari pubblici, dopo che il governo ha deciso di annullare la tredicesima, sono state descritte con toni apocalittici. Ma quattro giorni dopo gli impiegati pubblici sono regolarmente al lavoro e di rivolta popolare non c’è traccia. Anche la tensione tra stato centrale e autonomie è stata descritta come irrisolvibile e foriera di rotture insanabili. Due giorni fa Repubblica titolava il reportage di De Gregorio “La Catalogna reagirà con forza. Lo stato non ci ha sostenuto ma le autonomie resisteranno”. Due giorni dopo la Catalogna chiede l’aiuto dello stato. L’oscillazione tra protesta e rassegnazione investe tutti i livelli della società spagnola. Quel che si fatica ad affrontare è il tramonto di un modello, basato sulla crescita esponenziale dell’edilizia e del sistema di finanziamento connesso, che ha segnato non solo le scelte politiche, ma lo stile di vita di milioni di cittadini. Quel sistema è crollato su se stesso, lasciando le casse di risparmio con un patrimonio fatto di alloggi invenduti in condizioni fallimentari, i risparmiatori con un pugno di mosche, milioni di acquirenti che rischiano di essere cacciati di casa, quattro milioni di disoccupati in gran parte provenienti dall’edilizia, amministrazioni locali senza più le risorse necessarie per sostenere i servizi pubblici. Individuare qualche responsabile, qualche banchiere che ha lucrato alte retribuzioni ingiustificate, qualche politico che si è arricchito sulle disgrazie altrui, che naturalmente esistono, può dare qualche soddisfazione. Attribuire agli avversari politici o alla malvagità tedesca la colpa di quel che succede, anche. Pensare a come costruire un nuovo modello economico e sociale che regga alle sfide internazionali, invece, è difficile e doloroso.