Perché Ingroia chiede il processo per Mori, Mancino e Dell'Utri

La Procura di Palermo ha concluso la fase preliminare delle indagini sulla presunta trattativa tra stato e mafia. I pubblici ministeri Di Matteo, Del Bene e Sava guidati dal pm Antonio Ingroia che ha avviato le indagini, riunendosi oggi presso la Procura di Palermo hanno firmato la richiesta di rinvio a giudizio per i 12 indagati che saranno parte del processo dinnanzi al giudice di prima udienza. di Michela Maisti Leggi La rubrica di Massimo Bordin in anteprima
24 LUG 12
Ultimo aggiornamento: 16:36 | 10 AGO 20
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La Procura di Palermo ha concluso la fase preliminare delle indagini sulla presunta trattativa tra stato e mafia. I pubblici ministeri Di Matteo, Del Bene e Sava guidati dal pm Antonio Ingroia che ha avviato le indagini, riunendosi oggi presso la Procura di Palermo hanno firmato la richiesta di rinvio a giudizio per i 12 indagati che saranno parte del processo dinnanzi al giudice di prima udienza.

Della lista degli indagati fanno parte, tra gli altri, l’ex vicepresidente del Csm, Nicola Mancino (accusato di falsa testimonianza), il senatore del Pdl Marcello Dell’Utri e il deputato del gruppo misto Calogero Mannino. Con la formalizzazione della richiesta di rinvio a giudizio attraverso il deposito dell’atto nella cancelleria del Gip, assumeranno a pieno titolo la veste di imputati. Assieme a loro anche gli ex ufficiali dei Carabinieri Mario Mori, Giuseppe De Donno, Antonio Subranni e il figlio dell'ex sindaco di Palermo Massimo Ciancimino, accusato di calunnia nei confronti dell’ex prefetto Gianni De Gennaro e di concorso esterno in associazione mafiosa. Sul fronte non istituzionale, i rinviati a giudizio sono i mafiosi Bernardo Provenzano, Totò Riina, Leoluca Bagarella, Antonio Cinà e Giovanni Brusca.

L’unico ad essersi astenuto dall'apporre la propria firma sulla richiesta di rinvio a giudizio per i 12 indagati è il procuratore capo di Palermo, Francesco Messineo. Messineo si sarebbe limitato a prendere visione dell’atto firmato dai magistrati che hanno inoltrato la richiesta di rinvio a giudizio, senza dunque aderire formalmente all’iniziativa. La richiesta si trova ora depositata presso la cancelleria del Giudice per le indagini preliminari, in attesa che il fascicolo dell’inchiesta venga assegnato al Gup che dovrà procedere alla fissazione della prima udienza.
L'impianto accusatorio dei pm palermitani si basa sul ruolo decisivo che sarebbe stato giocato a partire dal 1992 dall'ex ministro, ora imputato, Calogero Mannino. Sarebbe stato lui l'artefice dell'avvio della trattativa tra le istituzioni e Cosa nostra, poiché temeva per la propria vita.
Per i magistrati sarebbe stato poi l'ex sindaco del capoluogo siciliano Vito Ciancimino a fare da ponte tra i carabinieri del Ros per conto dello stato e la mafia nella prosecuzione della trattativa. Il ruolo di mediatore tra lo stato e la mafia sarebbe poi passato per la figura di Marcello Dell'Utri, a partire dal 1993. La presunta trattativa si sarebbe protratta fino al 1994, tra l'allora presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e i capimafia Leoluca Bagarella e Giovanni Brusca per il tramite dello stesso Dell'Utri e di Vittorio Mangano.
Il Foglio.it ha chiesto un commento sulla vicenda a Massimo Bordin, collaboratore del Foglio e storico osservatore e commentatore di politica e giustizia.
"L'atto compiuto nella giornata di oggi dai procuratori di Palermo rappresenta un gesto dovuto. Più rilevante è, semmai, la scelta del procuratore capo Francesco Messineo di non firmare la richiesta di rinvio a giudizio da inoltrare al Gip (al quale in ogni caso spetta l'ultima parola), gesto che tuttavia corre il rischio di essere oggetto di discussioni poco fruttuose e rilevanti". Spiega Bordin: "L'inchiesta di cui parliamo oggi è iniziata in realtà due anni fa. Essa è figlia di indagini pregresse, avviate dallo stesso Ingroia". L'indagine è quella che il celebre procuratore di Palermo avviò nei confronti del tenente colonnello Mori "reo di avere omesso il compimento di un atto dovuto che all'epoca dei fatti sarebbe consistito nella perquisizione del covo di Totò Riina". Omissione che coincise con l'ipotesi di favoreggiamento formulata da Ingroia e che vide Mori assolto.
Il procuratore Ingroia però, non contento del risultato delle indagini su Mori e deciso a proseguire sulla linea della trattativa tra lo stato e la mafia, coinvolse il colonnello nell'ennesima indagine, questa volta chiamando in causa anche un altro colonnello, Mauro Obinu. I due, secondo le accuse del procuratore "avrebbero avuto un ruolo decisivo nella mancata cattura del superboss di Cosa Nostra Bernardo Provenzano" e furono pertanto accusati di favoreggiamento aggravato. Nel fascicolo del processo "vennero riversati anche gli atti depositati che riguardavano le dichiarazioni scottanti rese da Massimo Ciancimino".
"In buona sostanza" prosegue nel suo racconto Massimo Bordin "la grande trattativa stato-mafia che si vuol far passare per i canali mediatici, si poggia su un effetto-valanga innescato dalla vicenda Mori in primis e dalle audizioni raccolte nella Commissione parlamentare antimafia quando si discusse della questione delle revoche del regime carcerario del 41-bis".
"Fu proprio in quest'ultimo frangente – sostiene Bordin – che le posizioni dei pentiti raccolte nei vari processi, assommate alle audizioni della Commissione parlamentare e alle dichiarazioni di Massimo Ciancimino, travolsero anche Conso e Mancino. Che della commissione parlamentare facevano parte."
di Michela Maisti
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