I numeri invocano fantasia sviluppista

Il rapporto Istat presentato ieri mostra una Italia “in brusca frenata” come conseguenza diretta della stretta di politica economica. La recessione, infatti, è cominciata nel secondo trimestre dello scorso anno. La dinamica del pil peggiora di mese in mese e il 2012 sconta un calo di un punto e mezzo. Dal prossimo inverno, secondo l’istituto di statistica (che avendo incorporato anche l’Isae ora fa anche previsioni) dovrebbe apparire qualche segnale positivo dovuto soprattutto alle esportazioni fuori dalla zona euro.
23 MAG 12
Ultimo aggiornamento: 03:31 | 6 AGO 20
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Il rapporto Istat presentato ieri mostra una Italia “in brusca frenata” come conseguenza diretta della stretta di politica economica. La recessione, infatti, è cominciata nel secondo trimestre dello scorso anno. La dinamica del pil peggiora di mese in mese e il 2012 sconta un calo di un punto e mezzo. Dal prossimo inverno, secondo l’istituto di statistica (che avendo incorporato anche l’Isae ora fa anche previsioni) dovrebbe apparire qualche segnale positivo dovuto soprattutto alle esportazioni fuori dalla zona euro. In base a queste proiezioni, la domanda estera sale del 4 per cento nel 2013 compensando il calo della domanda interna e facendo crescere di mezzo punto il pil. E’ realistico? In realtà, i dati che provengono da Cina, India e Brasile non sono affatto incoraggianti. Non c’è all’orizzonte nessuna locomotiva che spinga l’economia italiana fuori dalle secche.

Enrico Giovannini, presidente dell’Istat, chiede alle forze politiche e sociali di “proporre ai cittadini una prospettiva di medio termine”. L’unica certezza per i prossimi anni è che il Fiscal compact ci impone un attivo del bilancio pubblico (al netto degli interessi e degli effetti del ciclo economico) pari a otto punti di pil, “un livello mai raggiunto nella storia italiana”, ricorda Giovannini. In altri termini, la politica fiscale sarà sempre recessiva e ogni governo avrà le mani legate. A meno che non aumentino in modo consistente i salari, i consumi interni resteranno negativi. Si possono fare molte politiche dell’offerta per aumentare la produttività, ma se non aumenta il prodotto, non aumenta nemmeno la produttività. Lo dice l’aritmetica alla quale non basta il mantra su “rigore, crescita, equità”.