Google incombe sul beauty contest
Le frequenze televisive sono il nuovo motivo d’afflizione della politica italiana. Il dossier, comunque lo si apra, finisce per investire con forza un po’ tutti: dai partiti politici ai grandi editori dei giornali, passando per importanti gruppi tv quotati in Borsa. Ieri a riaccendere la questione ci ha pensato Repubblica, con un articolo non smentito dal governo nel quale si annunciava la scelta del ministro dello Sviluppo, Corrado Passera: “Il beauty contest verrà azzerato”.

Le frequenze televisive sono il nuovo motivo d’afflizione della politica italiana. Il dossier, comunque lo si apra, finisce per investire con forza un po’ tutti: dai partiti politici ai grandi editori dei giornali, passando per importanti gruppi tv quotati in Borsa. Ieri a riaccendere la questione ci ha pensato Repubblica, con un articolo non smentito dal governo nel quale si annunciava la scelta del ministro dello Sviluppo, Corrado Passera: “Il beauty contest verrà azzerato”. Dopo tante indiscrezioni, sarebbe dunque deciso: le frequenze tv saranno vendute agli operatori interessati e non più assegnate gratuitamente, come stabilito dal precedente governo Berlusconi. I 90 giorni di pausa di riflessione annunciati dall’esecutivo tecnico, dopo la sospensione del beauty contest disposta a gennaio, scadono alla fine della prossima settimana, ma Passera – sostiene Rep. – “ha già sciolto il nodo e individuato il percorso per assegnare il multiplex di frequenze d’intesa con l’Europa e l’Autorità delle comunicazioni”. Per disfare quanto stabilito, il governo potrebbe perfino ricorrere al decreto legge. La cessione delle frequenze, secondo stime di Mediobanca giudicate troppo ottimistiche da alcuni operatori, porterà nelle casse dello stato 1-1,2 miliardi di euro. Ieri fonti della Commissione Ue facevano capire che una valutazione del nuovo piano italiano è in corso: la tesi di Bruxelles è che occorre una procedura che consenta a nuovi e più piccoli operatori di entrare nel giro della concorrenza, ampliando la piattaforma del digitale. Le reazioni di Pd e Idv sono state più che positive: quello di Passera è un “bel colpo” secondo il partito di Pier Luigi Bersani, “il minimo che si dovesse fare” secondo Antonio Di Pietro. La situazione precedente, secondo loro, avrebbe avvantaggiato troppo Mediaset e Silvio Berlusconi. La replica del gruppo di Cologno Monzese è nota: cambiare le regole in corsa, per di più quando approvate da Ue e autorità nazionali, rende l’Italia meno affidabile per il business.
In Parlamento si potrebbe dunque assistere a clamorosi attriti tra Pd e Pdl, entrambi sostenitori del governo Monti. A meno di non individuare qualche apertura al dialogo nelle decisioni di Passera. Il ministro sta tornando su una decisione presa dal governo del Cav., ma allo stesso tempo – è quanto si legge tra le righe dell’articolo di Rep. di ieri – starebbe prendendo in considerazione temi cari a Mediaset, a partire dal sostanzioso canone sulle frequenze che ogni anno il gruppo versa allo stato (22 milioni di euro circa).
Nell’annuncio di Passera, infine, sembra esserci un’altra novità che, seppure indirettamente, coinvolge il mondo dell’editoria in senso più ampio, giornali di carta inclusi. L’asta infatti sarebbe fatta di pacchetti di frequenze con durate diverse. Perché? Alcuni multiplex in palio, tra quelli con banda super veloce (700 Mhz), a partire dal 2015 dovranno essere destinati – in base alle indicazioni Ue – alla banda larga mobile. Per questo motivo è probabile che si preveda un’assegnazione “a termine” per alcune frequenze. Dopo il 2015, su quelle frequenze, torneranno a viaggiare con maggiore facilità – specie per gli utenti “mobili” – tutti i contenuti del web. Eppure questa maggiore fruibilità dei bit che si spostano on line potrebbe rinsaldare la posizione di forza che gruppi come Google hanno conquistato nei confronti di protagonisti più tradizionali del mondo dei media. Non a caso proprio il motore di ricerca con sede a Mountain View, secondo la ricostruzione del Foglio, è tornato in queste ore in cima alle preoccupazioni dei grandi editori e delle loro associazioni. Questi ultimi, nelle scorse settimane, avrebbero presentato alle autorità di controllo competenti un corposo cahier de doléance, così riassumibile: quella di Google nei confronti dei produttori di contenuti è una concorrenza sostanzialmente sleale.
Essenzialmente perché il motore di ricerca più utilizzato dagli utenti italiani fa uso di contenuti creati dai giornalisti dei vari gruppi editoriali per comporre un notiziario gratuito (Google News), e poi perché lo stesso motore di ricerca non prevede il riconoscimento di un “equo compenso” agli editori nella forma di una compartecipazione ai ricavi pubblicitari che Google si assicura sempre con i contenuti altrui. Argomenti già al centro di un’istruttoria aperta dall’Antitrust nel 2009 su sollecitazione degli editori e poi chiusa alla fine del 2010 con l’impegno di Google a rispettare paletti precisi. Alcuni aspetti di questo gentlemen’s agreement scadono però in estate e, anche se per ora nessuna procedura ufficiale è stata aperta, il nuovo presidente dell’Antitrust, Giovanni Pitruzzella, avrebbe già messo la testa sul dossier.
Nell’annuncio di Passera, infine, sembra esserci un’altra novità che, seppure indirettamente, coinvolge il mondo dell’editoria in senso più ampio, giornali di carta inclusi. L’asta infatti sarebbe fatta di pacchetti di frequenze con durate diverse. Perché? Alcuni multiplex in palio, tra quelli con banda super veloce (700 Mhz), a partire dal 2015 dovranno essere destinati – in base alle indicazioni Ue – alla banda larga mobile. Per questo motivo è probabile che si preveda un’assegnazione “a termine” per alcune frequenze. Dopo il 2015, su quelle frequenze, torneranno a viaggiare con maggiore facilità – specie per gli utenti “mobili” – tutti i contenuti del web. Eppure questa maggiore fruibilità dei bit che si spostano on line potrebbe rinsaldare la posizione di forza che gruppi come Google hanno conquistato nei confronti di protagonisti più tradizionali del mondo dei media. Non a caso proprio il motore di ricerca con sede a Mountain View, secondo la ricostruzione del Foglio, è tornato in queste ore in cima alle preoccupazioni dei grandi editori e delle loro associazioni. Questi ultimi, nelle scorse settimane, avrebbero presentato alle autorità di controllo competenti un corposo cahier de doléance, così riassumibile: quella di Google nei confronti dei produttori di contenuti è una concorrenza sostanzialmente sleale.
Essenzialmente perché il motore di ricerca più utilizzato dagli utenti italiani fa uso di contenuti creati dai giornalisti dei vari gruppi editoriali per comporre un notiziario gratuito (Google News), e poi perché lo stesso motore di ricerca non prevede il riconoscimento di un “equo compenso” agli editori nella forma di una compartecipazione ai ricavi pubblicitari che Google si assicura sempre con i contenuti altrui. Argomenti già al centro di un’istruttoria aperta dall’Antitrust nel 2009 su sollecitazione degli editori e poi chiusa alla fine del 2010 con l’impegno di Google a rispettare paletti precisi. Alcuni aspetti di questo gentlemen’s agreement scadono però in estate e, anche se per ora nessuna procedura ufficiale è stata aperta, il nuovo presidente dell’Antitrust, Giovanni Pitruzzella, avrebbe già messo la testa sul dossier.