Entourage in salsa pechinese
Nell’ultimo romanzo cinese non manca nulla: c’è un politico, Bo Xilai, che sognava di arrivare a Pechino grazie alla sua capacità di coniugare maoismo e modernità, con pugno duro contro la corruzione; c’è sua moglie, Gu Kailai, che di giorno interpretava il ruolo di paladina dell’anticorruzione con il marito e di notte “faceva affari loschi”, dicono i cronisti, forse ammazzava pure spie inglesi, come dicono gli inquirenti che ieri l’hanno arrestata (costringendo il marito a uscire per sempre dalla storia del Politburo);

Nell’ultimo romanzo cinese non manca nulla: c’è un politico, Bo Xilai, che sognava di arrivare a Pechino grazie alla sua capacità di coniugare maoismo e modernità, con pugno duro contro la corruzione; c’è sua moglie, Gu Kailai, che di giorno interpretava il ruolo di paladina dell’anticorruzione con il marito e di notte “faceva affari loschi”, dicono i cronisti, forse ammazzava pure spie inglesi, come dicono gli inquirenti che ieri l’hanno arrestata (costringendo il marito a uscire per sempre dalla storia del Politburo); c’è un rampollo amante delle Ferrari, tremendamente occidentalizzato, che forse è finito in galera pure lui; c’è un miliardario, Xu Ming, che partecipava a quegli affari, non si sa in che modo né in che misura, ma abbastanza per finire arrestato, una settimana fa. Il cerchio si chiude attorno a Bo Xilai e al suo entourage, soprattutto all’uomo forte di Xilai a Pechino, Zhou Yongkang, uno dei membri del comitato che guida il Partito e il paese, e che soprattutto è a capo della Commissione Politica e Legge, l’organo che controlla l’attività della polizia e quella dei tribunali. Yongkang ha vigilato sull’ascesa di Xilai, ha elogiato la creazione della forza di polizia, nel Chongqing di Xilai, che ha combattuto con forza la corruzione (al limite della legge, dove già la legge ha confini piuttosto ambigui), ha organizzato tutto per lasciare il suo posto al suo pupillo.
Qualcosa è andato storto nei programmi di Yongkangk, qualcosa che ha a che fare con quel processo di transizione che culminerà in autunno nel più grande cambiamento ai vertici del Partito comunista degli ultimi decenni. Il superpoliziotto di Pechino e il suo alleato nel Chongqing sono stati accusati di tutto, in particolare di aver cercato di operare un golpe all’interno del Partito. Secondo Asia Times, nulla si è rivelato fondato – si tratta di un’epurazione delle più classiche – ma il Partito ha “armonizzato” tutte le speculazioni attorno alla faccenda, invece che metterle a tacere come tende a fare di solito. Il reato più grande di Xilai e di Yongkangk non c’entra con i soldi, con l’ambiguità della lotta alla corruzione, con quei dossier da romanzo criminale con cadaveri e spie e mogli incontrollabili. E’ il reato di lesa “wen wei”, il mantra del Partito comunista: mantenere la stabilità. I turbamenti non sono tollerati, finiscono in galera, quando va bene.