Rivoluzione fiscale per principianti
In Italia ogni seria riforma in via d’approvazione incontra presto una corporazione che prova a impedire il cambiamento. E’ così oggi per il mercato del lavoro, che registra l’opposizione degli ipergarantiti e degli iperconcertativi (Cgil e Confindustria), è stato così per la riforma delle pensioni, è stato così per le liberalizzazioni (avversate dai piccoli tassisti come dalle grandi Poste) e così via.

In Italia ogni seria riforma in via d’approvazione incontra presto una corporazione che prova a impedire il cambiamento. E’ così oggi per il mercato del lavoro, che registra l’opposizione degli ipergarantiti e degli iperconcertativi (Cgil e Confindustria), è stato così per la riforma delle pensioni, è stato così per le liberalizzazioni (avversate dai piccoli tassisti come dalle grandi Poste) e così via. Solo l’aumento delle tasse, anche all’epoca del governo tecnico, prosegue spedito in Parlamento senza opposizioni vibranti. E’ una particolarità tutta italiana – si pensi infatti alla spettacolare resistenza antifiscalista dei Tea Party negli Stati Uniti, o alla composta reazione referendaria degli svizzeri a ogni tentativo di maggiore oppressione fiscale – che andrebbe sradicata a suon di dibattiti e dibattiti e dibattiti sul fisco che verrà.
Nel positivo progetto di riforma del lavoro del governo, per esempio, spicca anche lì un ennesimo fardello tributario: un contributo dell’1,4 per cento su tutti i contratti di lavoro diversi da quelli a tempo indeterminato che dovrebbe alimentare un Fondo speciale per le nuove indennità di licenziamento denominate Aspi (Assicurazione sociale per l’impiego). Il nuovo tributo è concepito soprattutto come disincentivo per i contratti a tempo determinato, mentre la sua destinazione a un fondo speciale dell’Inps frammenta il bilancio pubblico e migliora quello dell’ente previdenziale, senza però corrispondere a un principio del beneficio. Infatti la massima parte del gettito andrà a vantaggio dei non lavoratori. I tributi, specie nel campo previdenziale, dovrebbero essere invece il prezzo dei servizi erogati, con un rapporto costi-benefici per il contribuente, e non strumenti per manipolare le scelte del mercato. Ma i tributi non dovrebbero esser neppure meri espedienti per tappare buchi di bilancio. Ciò riguarda anche la nuova fiscalità locale, in particolare la mini patrimoniale denominata Imu, destinata per metà allo stato e per metà ai comuni. La parte dello stato ha come giustificazione la riduzione del deficit pubblico, ma non è chiara la relazione con i benefici che i proprietari di immobili ricavano dalle spese che lo stato faccia per loro. Ma a cosa è destinata la parte che va agli enti locali? A nuove spese che niente hanno a che fare con i servizi che servono all’edilizia o puramente a tappare buchi di bilancio?
A maggior ragione in una fase in cui il peso delle tasse in Italia si avvia a superare il 45 per cento del pil, il contribuente ha il diritto di capire se tale livello di oppressione fiscale abbia un qualche rapporto plausibile con la qualità della spesa pubblica, con cui il governo gli dovrebbe restituire – mediante servizi – l’onere che lui subisce.
Nel positivo progetto di riforma del lavoro del governo, per esempio, spicca anche lì un ennesimo fardello tributario: un contributo dell’1,4 per cento su tutti i contratti di lavoro diversi da quelli a tempo indeterminato che dovrebbe alimentare un Fondo speciale per le nuove indennità di licenziamento denominate Aspi (Assicurazione sociale per l’impiego). Il nuovo tributo è concepito soprattutto come disincentivo per i contratti a tempo determinato, mentre la sua destinazione a un fondo speciale dell’Inps frammenta il bilancio pubblico e migliora quello dell’ente previdenziale, senza però corrispondere a un principio del beneficio. Infatti la massima parte del gettito andrà a vantaggio dei non lavoratori. I tributi, specie nel campo previdenziale, dovrebbero essere invece il prezzo dei servizi erogati, con un rapporto costi-benefici per il contribuente, e non strumenti per manipolare le scelte del mercato. Ma i tributi non dovrebbero esser neppure meri espedienti per tappare buchi di bilancio. Ciò riguarda anche la nuova fiscalità locale, in particolare la mini patrimoniale denominata Imu, destinata per metà allo stato e per metà ai comuni. La parte dello stato ha come giustificazione la riduzione del deficit pubblico, ma non è chiara la relazione con i benefici che i proprietari di immobili ricavano dalle spese che lo stato faccia per loro. Ma a cosa è destinata la parte che va agli enti locali? A nuove spese che niente hanno a che fare con i servizi che servono all’edilizia o puramente a tappare buchi di bilancio?
A maggior ragione in una fase in cui il peso delle tasse in Italia si avvia a superare il 45 per cento del pil, il contribuente ha il diritto di capire se tale livello di oppressione fiscale abbia un qualche rapporto plausibile con la qualità della spesa pubblica, con cui il governo gli dovrebbe restituire – mediante servizi – l’onere che lui subisce.