Più dati per tutti

Invece che scervellarsi, perfino un po’ morbosamente, sugli stipendi dei parlamentari, c’è un nuovo termine con cui occorrerebbe prendere confidenza per capire meglio quello che sarà nei prossimi mesi della trasparenza e dell’efficacia delle nostre democrazie, ancora alle prese con la crisi economica: “Open data”. L’espressione è ormai ricorrente anche in atti ufficiali (come il decreto semplificazioni varato dal governo Monti) e in dichiarazioni istituzionali. di Ernesto Belisario
21 MAR 12
Ultimo aggiornamento: 01:32 | 12 AGO 20
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Invece che scervellarsi, perfino un po’ morbosamente, sugli stipendi dei parlamentari, c’è un nuovo termine con cui occorrerebbe prendere confidenza per capire meglio quello che sarà nei prossimi mesi della trasparenza e dell’efficacia delle nostre democrazie, ancora alle prese con la crisi economica: “Open data”. L’espressione è ormai ricorrente anche in atti ufficiali (come il decreto semplificazioni varato dal governo Monti) e in dichiarazioni istituzionali (ne ha parlato con preoccupazione il garante della Privacy, Francesco Pizzetti, perché a suo avviso potrebbe condurre a “fenomeni di controllo sociale di dimensioni spaventose”). Il termine, a dire il vero per nulla nuovo tra gli addetti ai lavori, indica la dottrina – diventata in seguito prassi amministrativa, soprattutto nei paesi anglosassoni – che consiste nel rendere i dati delle agenzie pubbliche accessibili a tutti sul Web, in formato aperto, senza restrizioni che ne limitino la riproduzione e il riutilizzo. Alla base della dottrina dell’Open data c’è la considerazione per cui i dati prodotti dalle pubbliche amministrazioni, in quanto finanziati da denaro pubblico, devono ritornare ai contribuenti, e alla comunità in generale, sotto forma di dati aperti e universalmente disponibili. Il principio, enunciato nel 2009 da Sir Tim Berners Lee, informatico e inventore del World Wide Web, è stato applicato per la prima volta dall’Amministrazione Obama; mentre in Italia se ne discute ancora, nel resto del mondo sono diversi i paesi che hanno deciso di rendere aperti i propri dati.

La “liberazione” dei dati pubblici risponde a molteplici finalità. Si tratta innanzitutto di rendere l’amministrazione trasparente, attraverso la diffusione delle informazioni relative al suo funzionamento, in particolare quelle relative alla spesa pubblica. Il ricorso agli Open data influisce poi sulla qualità della vita dei cittadini che possono liberamente riutilizzare le informazioni (si pensi alla diffusione delle informazioni relative alla criminalità). Senza dimenticare infine il potenziale impulso all’economia dell’immateriale, poiché i dati prodotti e detenuti dalle pubbliche amministrazioni (basti pensare ai dati cartografici) sono una preziosa e finora sottovalutata risorsa per la crescita economica e la creazione di posti di lavoro. Per tornare al monito lanciato da Pizzetti, bisogna chiarire che la disponibilità dei dati pubblici non significa automatica condivisione di tutte le informazioni o accesso indiscriminato alle stesse. I limiti alla conoscibilità dei dati dei cittadini rimangono quelli previsti dalle leggi: l’Open data non significa pubblicazione dei dati dei conti correnti dei cittadini o dei loro fascicoli sanitari. Nessuna minaccia per le libertà individuali ma, al contrario, un’enorme opportunità per il nostro paese.

L’attuazione di strategie di Open data non è importante solo sotto il profilo etico di un’amministrazione più trasparente (di cui, comunque, si avverte il bisogno), ma è in condizione di assicurare ai governi e alle loro collettività benefici tangibili e concreti. In primo luogo, è dimostrato che la trasparenza accresca la fiducia dell’opinione pubblica (e dei mercati) nei confronti delle politiche governative. In secondo luogo, Open data serve anche a coinvolgere i cittadini nel processo decisionale, chiedendo il loro contributo nella definizione di scelte efficienti; un esempio per tutti: l’iniziativa avviata dallo stato della California che ha allestito un sito per stimolare idee dei cittadini per risolvere la crisi economica e ridurre gli sprechi (costata appena 21.000 dollari) avrebbe fatto risparmiare circa 20 milioni di dollari. Ma non è tutto: in Canada, grazie alle iniziative in materia di Open data di Toronto, è stata scoperta una frode fiscale per circa 3,2 miliardi di dollari, mentre in Europa si stima che la liberazione dei dati pubblici potrebbe stimolare un indotto per oltre 70 miliardi di euro. Gli Open data sono davvero una minaccia, dunque? Forse soltanto per chi non vuole uno stato meno invasivo rispetto agli eccessi attuali e un paese che funzioni in definitiva meglio.

di Ernesto Belisario

In un video di 4 minuti, esempi di possibili e concrete applicazioni degli Open data