Alla fine il grande verbalizzatore Monti fa una riforma tosta e di sostanza
L’ultimo miglio prima dell’accordo sarà forse più tortuoso di quanto avevano previsto a Palazzo Chigi, ma sul mercato del lavoro il governo ha tenuto il punto e la riforma è delineata. Tutto ieri è apparentemente finito con la promessa di una “verbalizzazione” dell’intesa, ovvero l’esito minimal di una serie di incontri a intermittenza iniziati poco dopo le 8 di mattina e terminati alle 20 e 30, ma la sostanza resta ed è quella descritta in una conferenza stampa serale dal premier, Mario Monti, e dal ministro del Lavoro, Elsa Fornero.

L’ultimo miglio prima dell’accordo sarà forse più tortuoso di quanto avevano previsto a Palazzo Chigi, ma sul mercato del lavoro il governo ha tenuto il punto e la riforma è delineata. Tutto ieri è apparentemente finito con la promessa di una “verbalizzazione” dell’intesa, ovvero l’esito minimal di una serie di incontri a intermittenza iniziati poco dopo le 8 di mattina e terminati alle 20 e 30, ma la sostanza resta ed è quella descritta in una conferenza stampa serale dal premier, Mario Monti, e dal ministro del Lavoro, Elsa Fornero. Domani si terrà “l’incontro conclusivo”, però già ieri pomeriggio Fornero, esponendo alle parti sociali le nuove regole su assunzioni, licenziamenti e welfare, ha aperto con nettezza alla possibilità di licenziamenti individuali per motivi economici, dietro corresponsione di un adeguato indennizzo. Per i licenziamenti dettati da ragioni disciplinari sarà invece il giudice a decidere, scegliendo tra reintegro e indennizzo a seconda della fattispecie. Non si tratta di un mero avanzamento burocratico, come dimostra il romanzo più che decennale (e a tratti criminale) delle norme italiane sul mercato del lavoro, ma piuttosto della rottura di quello che la stessa Fornero, nella sua prima intervista del dicembre scorso, definì “un tabù” da superare: l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori del 1970. Monti in serata, prima di dare la parola al ministro del Lavoro in conferenza stampa, ci ha tenuto a specificare che “tutte le parti sociali” concordano sulla nuova formulazione dell’articolo 18, ad eccezione della Cgil: “La questione è chiusa”, ha aggiunto poi, quindi in Parlamento arriverà la proposta del governo sulla flessibilità in uscita.
D’altronde l’ex Commissario Ue, che ancora ieri ha ribadito di aver archiviato la concertazione vecchio stile con le parti sociali, nelle ultime ore ha dovuto far ricorso a tutte le sue capacità di mediatore. Sin dalla mattina quando, un po’ a sorpresa, il premier ha scelto di affiancare Fornero nel vertice informale con le parti sociali che si è tenuto nella Sala degli Arazzi di Palazzo Chigi. Sarebbe dovuta essere l’ultima occasione per limare i dettagli delle norme sui licenziamenti, ma la Cgil è partita all’attacco: “E’ più che fondato il timore che, in realtà, l’obiettivo del governo non sia un accordo positivo per il lavoro ma i licenziamenti facili”, è il messaggio che lasciavano trapelare dal sindacato di Corso Italia, la cui segreteria si è riunita rapidamente dopo l’incontro. Da parte dell’esecutivo già a ora di pranzo si riconosceva che era proprio dal sindacato di Susanna Camusso che erano venute in mattinata le resistenze maggiori, mentre la Confindustria si era mostrata d’un tratto meno rigida sulle sue richieste. Gli ottimisti, invece, puntavano il dito su due elementi. Primo, l’ennesimo intervento piuttosto esplicito da parte del presidente della Repubblica: “Bisogna proseguire sulla strada dell’austerity e del rigore: non c’è possibilità di uscire da questo sentiero più virtuoso e responsabile che abbiamo intrapreso”, ha detto Giorgio Napolitano, sottolineando che le politiche anticrisi del governo sono “misure ineludibili”. Inoltre, si faceva notare in ambienti del governo, “si continua dopo pranzo, vuol dire che nessuno ha ancora rotto”. Vero, infatti nel primo pomeriggio si è tenuto anche il secondo incontro previsto, ancora una volta a Palazzo Chigi. In un piccolo fuori programma, però, potrebbe celarsi il momento della svolta dei pourparler di ieri. Monti infatti, tra le 16 e le 17 e 30, ha riunito direttamente nel suo ufficio i leader dei tre sindacati (Cgil, Cisl e Uil) e degli imprenditori (Confindustria e Rete Imprese Italia). E’ probabile che proprio in quest’ora e mezzo di dialogo serrato sia maturata un’altra importante novità della giornata: cioè la decisione di non concludere l’incontro con un testo da trasformare in decreto legge (così com’era stato per Salva Italia, Cresci Italia e Semplifica Italia), ma con un accordo da “verbalizzare” e poi da presentare in Parlamento probabilmente con lo strumento del disegno di legge delega.
“Ridurre la disoccupazione” e “ridurre il precariato” sono i due obiettivi di fondo della riforma. Per questo c’è innanzitutto un contratto che deve diventare “dominante” e si tratta di quello a tempo indeterminato che però, ha precisato Fornero, “comincia con l’apprendistato”. “Non si cancelleranno le altre tipologie contrattuali” a tempo determinato, se si esclude l’associazione in partecipazione, ma le imprese “pagheranno” di più la flessibilità, anche per finanziare la nuova indennità di disoccupazione (l’Aspi, Assicurazione sociale per l’impiego). Sulla flessibilità in uscita, invece, il governo ha confermato di voler ritoccare l’articolo 18 che oggi regola i licenziamenti nelle imprese con più di 15 dipendenti, e Fornero ha poi aggiunto che le nuove norme si applicheranno “a tutti i lavoratori”. Il licenziamento discriminatorio sarà nullo in tutte le imprese (anche in quelle sotto i 15 dipendenti), mentre in caso di licenziamento per ragioni economiche è previsto un indennizzo (tra le 15 e le 27 mensilità dell’ultima retribuzione).
Alla fine dunque il governo sostenuto da una maggioranza tripartita e “a sovranità internazionale”, cui ieri anche la Banca mondiale ha ribadito un sostegno indiretto parlando della necessità di maggiore flessibilità nel mercato del lavoro, pare deciso. Ora toccherà anche al Parlamento, mentre Monti ha ribadito di poter partire per la sua missione in Asia, spiegando “che anche questa carta di presunta o reale minore competitività dell’Italia è venuta meno”.
D’altronde l’ex Commissario Ue, che ancora ieri ha ribadito di aver archiviato la concertazione vecchio stile con le parti sociali, nelle ultime ore ha dovuto far ricorso a tutte le sue capacità di mediatore. Sin dalla mattina quando, un po’ a sorpresa, il premier ha scelto di affiancare Fornero nel vertice informale con le parti sociali che si è tenuto nella Sala degli Arazzi di Palazzo Chigi. Sarebbe dovuta essere l’ultima occasione per limare i dettagli delle norme sui licenziamenti, ma la Cgil è partita all’attacco: “E’ più che fondato il timore che, in realtà, l’obiettivo del governo non sia un accordo positivo per il lavoro ma i licenziamenti facili”, è il messaggio che lasciavano trapelare dal sindacato di Corso Italia, la cui segreteria si è riunita rapidamente dopo l’incontro. Da parte dell’esecutivo già a ora di pranzo si riconosceva che era proprio dal sindacato di Susanna Camusso che erano venute in mattinata le resistenze maggiori, mentre la Confindustria si era mostrata d’un tratto meno rigida sulle sue richieste. Gli ottimisti, invece, puntavano il dito su due elementi. Primo, l’ennesimo intervento piuttosto esplicito da parte del presidente della Repubblica: “Bisogna proseguire sulla strada dell’austerity e del rigore: non c’è possibilità di uscire da questo sentiero più virtuoso e responsabile che abbiamo intrapreso”, ha detto Giorgio Napolitano, sottolineando che le politiche anticrisi del governo sono “misure ineludibili”. Inoltre, si faceva notare in ambienti del governo, “si continua dopo pranzo, vuol dire che nessuno ha ancora rotto”. Vero, infatti nel primo pomeriggio si è tenuto anche il secondo incontro previsto, ancora una volta a Palazzo Chigi. In un piccolo fuori programma, però, potrebbe celarsi il momento della svolta dei pourparler di ieri. Monti infatti, tra le 16 e le 17 e 30, ha riunito direttamente nel suo ufficio i leader dei tre sindacati (Cgil, Cisl e Uil) e degli imprenditori (Confindustria e Rete Imprese Italia). E’ probabile che proprio in quest’ora e mezzo di dialogo serrato sia maturata un’altra importante novità della giornata: cioè la decisione di non concludere l’incontro con un testo da trasformare in decreto legge (così com’era stato per Salva Italia, Cresci Italia e Semplifica Italia), ma con un accordo da “verbalizzare” e poi da presentare in Parlamento probabilmente con lo strumento del disegno di legge delega.
“Ridurre la disoccupazione” e “ridurre il precariato” sono i due obiettivi di fondo della riforma. Per questo c’è innanzitutto un contratto che deve diventare “dominante” e si tratta di quello a tempo indeterminato che però, ha precisato Fornero, “comincia con l’apprendistato”. “Non si cancelleranno le altre tipologie contrattuali” a tempo determinato, se si esclude l’associazione in partecipazione, ma le imprese “pagheranno” di più la flessibilità, anche per finanziare la nuova indennità di disoccupazione (l’Aspi, Assicurazione sociale per l’impiego). Sulla flessibilità in uscita, invece, il governo ha confermato di voler ritoccare l’articolo 18 che oggi regola i licenziamenti nelle imprese con più di 15 dipendenti, e Fornero ha poi aggiunto che le nuove norme si applicheranno “a tutti i lavoratori”. Il licenziamento discriminatorio sarà nullo in tutte le imprese (anche in quelle sotto i 15 dipendenti), mentre in caso di licenziamento per ragioni economiche è previsto un indennizzo (tra le 15 e le 27 mensilità dell’ultima retribuzione).
Alla fine dunque il governo sostenuto da una maggioranza tripartita e “a sovranità internazionale”, cui ieri anche la Banca mondiale ha ribadito un sostegno indiretto parlando della necessità di maggiore flessibilità nel mercato del lavoro, pare deciso. Ora toccherà anche al Parlamento, mentre Monti ha ribadito di poter partire per la sua missione in Asia, spiegando “che anche questa carta di presunta o reale minore competitività dell’Italia è venuta meno”.