Lavoro sporco

Dopo aver concordato con gli altri segretari di partito della maggioranza e con Mario Monti un appello alle parti sociali perché approvino la riforma del mercato del lavoro proposta dal governo, Pier Luigi Bersani ha fatto marcia indietro, sostenendo che è invece il governo a dover accettare le condizioni poste dagli interlocutori, cioè in buona sostanza dalla Cgil. In realtà il punto più critico non riguarda la flessibilità in uscita, cioè l’articolo 18, ma quella in entrata, che rischia di essere ostacolata anziché agevolata dall’inseverimento dei costi economici e burocratici soprattutto nei confronti delle imprese minori.
17 MAR 12
Ultimo aggiornamento: 08:31 | 17 AGO 20
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Dopo aver concordato con gli altri segretari di partito della maggioranza e con Mario Monti un appello alle parti sociali perché approvino la riforma del mercato del lavoro proposta dal governo, Pier Luigi Bersani ha fatto marcia indietro, sostenendo che è invece il governo a dover accettare le condizioni poste dagli interlocutori, cioè in buona sostanza dalla Cgil. In realtà il punto più critico non riguarda la flessibilità in uscita, cioè l’articolo 18, ma quella in entrata, che rischia di essere ostacolata anziché agevolata dall’inseverimento dei costi economici e burocratici soprattutto nei confronti delle imprese minori. Però dal punto di vista politico e simbolico il confronto sull’articolo 18 mantiene una evidente centralità. Susanna Camusso non se la sente di rompere con la Fiom, che è arrivata a sostenere che la Cgil, chissà perché, non sarebbe in nessun caso abilitata a firmare un accordo. A sostegno del fronte del rifiuto è sceso anche Sergio Cofferati, con la tesi un po’ stravagante secondo cui, siccome è complesso distinguere i licenziamenti per ragioni economiche da quelli discriminatori, tutti debbono essere considerati illegittimi e sottoposti alla revoca giudiziale prevista appunto dall’articolo 18.

Questo è un momento cruciale soprattutto per la sinistra di governo, che si trova di fronte a un problema già affrontato da tutte le sinistre di governo nel corso degli ultimi decenni: quello di adottare scelte autonome e in qualche caso contrastanti con quelle del sindacato di riferimento. E’ comprensibile che Bersani cerchi di allontanare da sé questo calice, puntando su un accordo generale, ma dovrebbe sapere che anche per spingere la Cgil a far prevalere le scelte responsabili sarebbe utile una presa di posizione netta del partito, mentre la riproposizione di un sostanziale diritto di veto sindacale finisce per rafforzare le tesi barricadiere dell’ala antagonista.

L’illusione di tenere insieme tutto, di lasciare ad altri il cerino acceso, è l’espressione di una furbizia senza grandi prospettive. Il governo cercherà l’intesa, che secondo il leader della Cisl richiede ormai solo qualche “limatura”, poi porterà il testo in Parlamento, con o senza il sì della Cgil. A quel punto Bersani dovrà approvarlo ma si sarà esposto a una sequela di recriminazioni che eviterebbe solo prendendo una posizione autonoma e coraggiosa già ora.