Novità, ora la Cina preoccupa il mondo perché pensa troppo a se stessa
Tremate, la Cina è vicina. Anzi no: adesso i mercati occidentali tremano se la Cina si mostra più debole del previsto e si allontana da loro, riducendo così le possibilità per i paesi industrializzati di agganciarsi alla locomotiva asiatica per uscire dalla crisi. La dimostrazione plastica della nuova tendenza è arrivata ieri: il governo di Pechino ha annunciato di volersi concentrare meno sulla crescita a tutti i costi, preferendo impegnarsi su una maggiore “qualità” della stessa, e le Borse di tutto il mondo ne hanno risentito

Tremate, la Cina è vicina. Anzi no: adesso i mercati occidentali tremano se la Cina si mostra più debole del previsto e si allontana da loro, riducendo così le possibilità per i paesi industrializzati di agganciarsi alla locomotiva asiatica per uscire dalla crisi. La dimostrazione plastica della nuova tendenza è arrivata ieri: il governo di Pechino ha annunciato di volersi concentrare meno sulla crescita a tutti i costi, preferendo impegnarsi su una maggiore “qualità” della stessa, e le Borse di tutto il mondo ne hanno risentito. I vertici del Partito comunista cinese hanno fatto sapere che, per la prima volta dal 2004, il prodotto interno lordo del paese crescerà nel 2012 a un ritmo inferiore all’8 per cento (7,5 per cento per la precisione), e tanto è bastato per far chiudere le Borse asiatiche prima, e quelle europee poi, in rosso. Chi ancora credeva di poter uscire dalla recessione al traino di Pechino si è dovuto ricredere, e per questo le Borse hanno accolto male il rallentamento dell’ex impero celeste (che negli ultimi trent’anni è cresciuto a una media del 10 per cento ogni anno).
Curioso, però, che ci si stupisca troppo della frenata della seconda economia del pianeta. Non soltanto perché gli analisti discettano da mesi su un “atterraggio” più o meno “duro” del paese, ma anche perché è da tempo che la comunità internazionale chiede a Pechino di ripensare il proprio modello di sviluppo. E le tesi espresse ieri durante la prima sessione del Congresso del popolo cinese, almeno in parte, accolgono quei suggerimenti. Il premier Wen Jiabao, rivolgendosi ai 3.000 delegati in arrivo da tutto il paese, ha detto di voler correggere un modello “sbilanciato, scoordinato e insostenibile”. Come? Essenzialmente “promuovendo uno sviluppo economico continuo e robusto, mantenendo i prezzi stabili e rimanendo in guardia contro i rischi finanziari” attraverso una politica monetaria non troppo espansiva. Un obiettivo di crescita meno ambizioso è certo figlio della crisi in corso in tante destinazioni dell’export cinese, Europa inclusa, ma – questa la tesi espressa ieri – la frenata aiuterà a non far crescere l’inflazione, uno dei problemi più sentiti dalla popolazione. L’effetto calmiere sui prezzi è dunque benvenuto, specie in un anno che sarà già marcato da cambiamenti ai vertici politici del paese.
Soprattutto, il premier Wen ha spiegato che la priorità della politica economica per il 2012 sarà quella di “espandere la domanda interna”, a scapito di un livello di export e di investimenti giudicato troppo frenetico. Consentire ai cittadini cinesi di consumare di più è la ricetta che gli Stati Uniti suggeriscono da tempo al Dragone: sarebbe un modo, sostengono a Washington, per sanare uno degli squilibri globali che è alla base della Grande recessione. L’esistenza di un dislivello tra risparmi troppo bassi negli Stati Uniti e troppo elevati in Cina, infatti, ha consentito agli americani di vivere al di sopra dei propri mezzi grazie a merci e capitali abbondanti in arrivo proprio dalla Cina. Come garantire dunque maggiore potere d’acquisto a un miliardo e trecento milioni di cittadini cinesi?
Secondo un recente rapporto del Fondo monetario internazionale, Pechino dovrebbe avviare riforme strutturali per smantellare il “capitalismo di stato” che oggi caratterizza il paese, attraverso parziali privatizzazioni delle imprese pubbliche e una maggiore apertura degli organismi politici alle istanze dei privati cittadini. Secondo gli Stati Uniti, si tratta di ampliare la rete di welfare a sostegno della popolazione. La leadership cinese, a parole, sembra d’accordo. Ma ormai i mercati s’allarmano quando Pechino pensa solo a se stessa.