C’è una vita dopo Putin

Ben vestiti nel freddo gelido, alle prese con i loro smartphone, i critici di Vladimir Putin, ringalluzziti, sono scesi nelle strade in decine di migliaia fin da dicembre. Innalzano cartelloni scritti a mano con slogan ironici come: “Sappiamo che vuoi farlo per la terza volta, ma abbiamo il mal di testa” e indossano nastri bianchi chiedendo di avere voce politica e la fine del governo di Putin. di Gregory L. White
4 MAR 12
Ultimo aggiornamento: 03:11 | 8 AGO 20
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Ben vestiti nel freddo gelido, alle prese con i loro smartphone, i critici di Vladimir Putin, ringalluzziti, sono scesi nelle strade in decine di migliaia fin da dicembre. Innalzano cartelloni scritti a mano con slogan ironici come: “Sappiamo che vuoi farlo per la terza volta, ma abbiamo il mal di testa” e indossano nastri bianchi chiedendo di avere voce politica e la fine del governo di Putin. Spinti dalle accuse di brogli alle ultime parlamentari (il 4 dicembre scorso), hanno organizzato la più grande protesta anti Cremlino degli ultimi decenni. Domenica scorsa hanno formato una catena umana attorno al centro di Mosca.

Da ultimo, le forze pro Putin si sono riunite in massa, con i colori rossi e blu della bandiera russa. Spesso arrivano dalle campagne e dalle aziende agricole del cuore della Russia, dove la prosperità sa ancora di nuovo. La scorsa settimana, Putin ha tenuto il suo primo comizio elettorale, dicendo a una gran folla riunita nello stadio di Mosca: “La vittoria sarà nostra”, evocando gli storici trionfi della Russia contro gli invasori. Questi sostenitori sono abbastanza per ridare a Putin la presidenza nel voto di domenica. Ma le proteste sono soltanto le crepe visibili di un cambiamento più profondo che sta erodendo la base del suo sostegno. I russi al vertice del potere del sistema che Putin ha costruito hanno iniziato a prepararsi all’impensabile: la vita dopo Putin.

Il 13 febbraio, per esempio, Andrei Kostin, chief executive di una delle più grandi banche a controllo statale, ha scritto un articolo su uno dei maggiori quotidiani economici. In mezzo alle lodi sperticate d’obbligo per Putin e la sua leadership c’era una richiesta sorprendente: dopo aver vinto le presidenziali, suggeriva Kostin, Putin dovrebbe promettere che non si candiderà più.
Può non suonare come una grande sfida al capo del Cremlino, ma rappresenta un grande cambiamento rispetto a quello che avveniva soltanto qualche mese fa. In settembre, quando Putin annunciò di voler tornare alla presidenza (attualmente è primo ministro, ndr), scambiandosi il ruolo con il presidente, Dmitri Medvedev, l’unica questione aperta riguardava il futuro di Medvedev: si sarebbe candidato lui, nel 2024, dopo i due mandati di Putin?

“La maggioranza pro Putin o è già scomparsa o sta per farlo”, dice Mikhail Dmitriev, direttore del Centro per gli studi strategici di Mosca, un think tank creato dal governo: contribuì alla stesura del programma del primo mandato presidenziale di Putin. Avverte che Putin probabilmente non arriverà alla fine dei suoi sei anni di presidenza e anzi dovrebbe trovare un successore credibile che prenda il potere “sooner rather than later”, quanto prima insomma, esattamente come Boris Eltsin fece quando lanciò Putin alla fine del 1999.

Putin e i suoi sostenitori rifiutano quest’ipotesi, la considerano ridicola. “Putin può contare su ogni livello di sostegno. Tutto ciò di cui ha bisogno è fiducia in se stesso e l’appoggio di poche persone-chiave intorno al lui”, dice un esponente senior della sua campagna. Lui e altri vicini al Cremlino sostengono che l’insuccesso elettorale a dicembre è stato determinato da una campagna raffazzonata. Il recente rimbalzo nei tassi di consenso a Putin conferma che l’unica cosa di cui c’era bisogno era una propaganda migliore, dicono. Dopo le elezioni, le riforme promesse toglieranno un po’ di slancio alle proteste. Ma molti insider non sono tanto ottimisti. “Movimenti tettonici sono ormai in corso”, sostiene un importante imprenditore. “Il sistema cadrà lentamente”. Per il momento il Cremlino sembra aver fermato il declino della popolarità di Putin. La tv di stato manda quasi quotidianamente “documentari” che elencano i suoi successi nel restaurare l’ordine, ricostruire l’economia e sconfiggere ogni genere di avversario. Il messaggio è chiaro: non c’è ancora alcuna alternativa.

“Putin fa affidamento sulla maggioranza, e a oggi la maggioranza della gente in Russia dipende dallo stato”, sostiene Natalia Zubarevich, un’importante sociologa. Ma con l’economia in continua crescita, la percentuale di quanti dipendono dallo stato diminuisce e molta gente approda alla classe media che è diventata numericamente più grande del sistema che le ha garantito la prosperità. I russi più poveri stanno iniziando a perdere la fiducia, dicono i sondaggi.

Putin è pieno di carte da giocare. I leader dell’opposizione avvertono i nuovi attivisti che lo scontro può durare anni. “Molte persone sono sotto l’influsso narcotico dell’aria rivoluzionaria”, dice Vladimir Milov, che guida un partito pro democrazia.
Quando Putin arrivò al potere la prima volta, anche molti dei suoi attuali detrattori lo salutarono come l’uomo che aveva salvato la Russia dalla crisi finanziaria e dalla ribellione islamista nel sud: Milov era viceministro dell’Energia nel suo primo governo.
“Avevamo carta bianca per le riforme”, ricorda German Gref, un economista liberale che è stato ministro nel governo di Putin. La nuova compagine taglia le tasse, allenta i regolamenti e cavalca il rimbalzo economico arrivato dopo l’enorme svalutazione del rublo nel 1998. “Ma poi i prezzi del petrolio scesero… e la domanda di riforme crollò”, dice.

Nel regno politico, in verità, i cambiamenti subirono un’accelerazione. Il Cremlino distrusse o cooptò metodicamente i centri di potere rivali – media indipendenti, baronetti regionali, ricchi tycoon. Quelli che rifiutarono di legarsi a Putin si ritrovarono in prigione o andarono in esilio. “Non potevamo sapere che l’arrivo di Putin sarebbe coinciso con lo smantellamento della democrazia imperfetta” dell’era Eltsin, spiega Dmitriev, che è stato vice di Gref al governo fino al 2004.

Anche se Putin ha consolidato il suo controllo, gli eventi hanno fatto emergere le debolezze del suo sistema. Nel 2004, dopo una serie di attacchi terroristici arrivò la rivoluzione arancione nella vicina Ucraina. Settimane dopo, il fallimento della riforma del welfare riportò in strada decine di migliaia di pensionati furenti. La risposta del Cremlino fu netta e dura. Le elezioni dirette per i governatori regionali e i membri del Parlamento furono eliminate.

Convinto che la rivoluzione in Ucraina fosse stata orchestrata dalla Cia, il Cremlino avviò un giro di vite sui partiti d’opposizione e sulle organizzazioni non governative. Nuove leggi hanno reso un reato criticare il governo. La polizia ha contrastato con forza le manifestazioni dell’opposizione, arrestando molti dei partecipanti. Gruppi giovanili filogovernativi hanno ottenuto fondi direttamente dal Cremlino per contrastare la minaccia del contagio “arancione”.

Le nuove leggi hanno consentito ai tribunali di “liquidare” decine di partiti, i cui leader dovevano fare una scelta: fedeltà assoluta o “dura opposizione”, che significava finire nella lista nera dei principali media ufficiali e l’esclusione dal processo politico.

Ma per la grande maggioranza dei russi la politica era qualcosa di poco importante, in quel momento. L’impennata dei prezzi di petrolio, gas, metalli e delle altre grandi esportazioni russe aveva trasformato l’economia del paese. Il pil pro capite era quasi quadruplicato tra il 2003 e il 2008. Pensioni, sistema assistenziale e altri benefici avevano subìto un considerevole impulso. La nuova classe media faceva incetta di beni di consumo nei centri commerciali Ikea sorti nelle cosiddette “millioniki” – una dozzina di grandi città della Russia con almeno un milione di abitanti. La classe media ha invaso le località balneari della Turchia e dell’Egitto.

Dopo essersi fatte notare nel mondo per la loro spavalderia dovuta alle fortune accumulate, a Mosca e San Pietroburgo le ricche élite si sono accodate all’immagine di Putin “il duro”, il “krutoi” – aggettivo russo che è diventato il simbolo di un’epoca, un misto di freddezza e durezza.

La crisi finanziaria globale del 2008 ha sospeso bruscamente la festa. Magnati in difficoltà sono corsi al Cremlino invocando aiuto. Temendo disordini, il governo ha appoggiato le grandi aziende per non licenziare i dipendenti. Aziende che però hanno tagliato i salari. Il valore del rublo è diventato immenso. Il Cremlino ha così dispensato miliardi di rubli in sussidi, che insieme al rapido rialzo del prezzo del greggio ha consentito di limitare i danni della crisi. Il recupero, però, è stato tutt’altro che clamoroso. Gli economisti sostengono che la Russia non vedrà probabilmente mai più l’esplosione di ricchezza che ha contrassegnato il primo mandato di Putin.

Nel frattempo, Medvedev, che Putin aveva installato come presidente nel 2008 quando egli stesso non poteva presentarsi nuovamente alle elezioni a causa del limite dei due mandati, aveva incoraggiato parte della classe media con la promessa di combattere la corruzione e di allentare la pressione sulle imprese. Ma una volta giunto al Cremlino, Medvedev ha lottato per cancellare l’ombra del suo protettore Putin, rimasto leader supremo del paese.

Putin puntava tutto sulle mosse teatrali che gli erano state utili per molti anni. Quando diversi incendi divamparono a Mosca e in altre grandi città nel 2010, il premier prese i comandi di un aereo antincendio in diretta sulla tv di stato. Sempre in quell’estate, attraversò la Siberia al volante di una Lada giallo canarino (simbolo della casa automobilistica salvata dal Cremlino durante la crisi). Ma la società russa stava cambiando. La Russia ha iniziato a diventare uno dei mercati più in crescita nel campo di Internet in Europa, con circa 45 milioni di utenti regolari. Notizie on line e dibattito politico erano ormai aperti a tutti, in contrasto con i media tradizionali.

Alcuni al Cremlino hanno iniziato a pensare che i vecchi trucchi siano ormai arrugginiti. La noiosa televisione di stato – il principale strumento di propaganda del Cremlino – ha cercato di corteggiare gli spettatori urbani e più cool con trasmissioni comprate dai cable americani come “Californication”. Ma pure gli elettori più anziani e tradizionalisti che sono da sempre il cuore della maggioranza putiniana si sono inaciditi. Sergei Belanovsky, ricercatore al think tank di Dmitriev, dice che è rimasto scioccato quando i focus group nelle zone industriali hanno inziato a mostrare “molti sentimenti di rabbia” rispetto al Cremlino, all’interno di elettori da sempre leali sostenitori.

Eppure i funzionari del Cremlino non hanno compreso i segnali di un ciclo elettorale tanto problematico. Dmitriev e i suoi colleghi del centro studi non sono rimasti così sorpresi. La primavera scorsa avevano scritto un report nel quale sostenevano che la caduta del consenso nei confronti di Putin avrebbe provocato un terremoto politico già dalle parlamentari di dicembre se le autorità non avessero fatto passi decisivi verso un’apertura del sistema. Con il timore che le autorità avrebbero potuto chiudere il think tank, Dmitriev aveva mostrato il documento al capo del board, un ex funzionario ancora fedele alleato di Putin. “Non ci ha creduto – dice Dmitriev – Pensava che stessimo andando molto oltre i nostri compiti”.

Il Cremlino ha cercato di gestire il discontento, sostenendo un piano proposto dal milionario Mikhail Prokhorov per resuscitare un partito pro business che avrebbe permesso di tenere la classe media nei confini del sistema per le elezioni di dicembre. Ma Prokhorov s’è infastidito per le tante restrizioni imposte dalle badanti del Cremlino, che infine gli hanno tolto il partito.

Ciò che ha scatenato la pubblica irritazione che ha da allora scosso il Cremlino è stato quel che chiamano “rokirova”, l’“arrocco”: fa riferimento all’annuncio del settembre del 2001, quello dello scambio tra Putin e Medvedev. I due hanno detto che la decisione era stata presa anni prima, ma il fatto che fosse stata tenuta nascosta ha aumentato l’offesa. Il sostegno poco entusiasta per Putin è stato ancora più deleterio per il partito, Russia Unita, che non ha mai avuto grande appeal presso il pubblico. A dicembre, le accuse di brogli sono comparse su Internet ancora prima che le urne fossero chiuse. All’improvviso non era più così cool pensare che Putin fosse krutoi.

All’inizio la risposta del Cremlino è parsa schizofrenica. Ma con il 2012, la linea dura di Putin ha vinto. Il suo nuovo manager della campagna ha citato la famosa descrizione dell’intellighenzia fatta da Lenin: “Non i cervelli della nazione, ma lo sterco”. Le manifestazioni pro Cremlino hanno dipinto i critici come agenti stranieri che cercavano di portare “la piaga arancione” dall’Ucraina alla Russia.

I consiglieri stanno tentando in tutti i modi di dare al Cremlino strategie per riconquistare i manifestanti. Il governo promette di restaurare alcuni diritti democratici tolti da Putin e altre riforme attese da tempo. “Si aspettano che la classe media torni da loro – dice una persona vicina alla campagna – La gente ha la memoria corta”. Dmitriev è più scettico. Sebbene la classe media rimanga minoranza, è politicamente dominante a Mosca, San Pietroburgo e altre città, dove i sondaggi dicono che Putin può persino perdere la maggioranza. “Il trend è irreversibile”, dice.
di Gregory L. White, Copyright Wall Street Journal per gentile concessione di MF