Ora i mercati premiano l’euroconcerto rigorista e il Draghi innovatore

Per la prima volta dall’inizio dell’anno, anche i mercati ieri hanno preso nota degli impegni rigoristi assunti dai governi e della politica monetaria più accomodante da parte della Banca centrale europea: i rendimenti sui titoli sovrani italiani (e non solo) sono scesi in maniera significativa. Un andamento relativamente positivo che è stato confermato, seppure in maniera molto cauta, dal presidente della Bce, Mario Draghi: “Le tensioni sui mercati finanziari continuano a pesare sulle attività economiche dell’Eurozona”.
13 GEN 12
Ultimo aggiornamento: 16:24 | 19 AGO 20
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Per la prima volta dall’inizio dell’anno, anche i mercati ieri hanno preso nota degli impegni rigoristi assunti dai governi e della politica monetaria più accomodante da parte della Banca centrale europea: i rendimenti sui titoli sovrani italiani (e non solo) sono scesi in maniera significativa. Un andamento relativamente positivo che è stato confermato, seppure in maniera molto cauta, dal presidente della Bce, Mario Draghi: “Le tensioni sui mercati finanziari continuano a pesare sulle attività economiche dell’Eurozona – ha detto durante la conferenza stampa a Francoforte subito dopo la riunione del Consiglio direttivo dell’Eurotower – anche se, in base a recenti indicatori, ci sono alcuni segnali di stabilizzazione delle attività a bassi livelli”.
Il segnale più concreto è quello registrato alle aste di titoli del debito pubblico di Italia e Spagna. Roma ha collocato 8,5 miliardi di euro di Bot a un anno, per un rendimento del 2,735 per cento, ovvero la metà rispetto al 5,95 per cento che i mercati avevano richiesto a metà dicembre 2011; per i 3,5 miliardi di Bot con durata 136 giorni, inoltre, il rendimento si è fermato a 1,644. Uguale tendenza positiva per Madrid, che invece si è rifinanziata per quasi 10 miliardi di euro a tre e quattro anni. Le Borse hanno seguito: Piazza Affari ha chiuso a più 2 per cento, Madrid invariata. “I mercati stanno apprezzando quello che è stato fatto in Italia”, ha risposto Draghi a chi gli chiedeva dell’andamento dello spread tra Btp e Bund tedeschi, che ieri per la prima volta da dicembre è tornato sotto i 500 punti (480). Ma se il rischio percepito diminuisce, spiegano gli analisti, parte del merito è da attribuire anche alla stessa Bce, e in particolare alle misure straordinarie con le quali l’Istituto centrale di Francoforte sta rifornendo di liquidità le banche. Dall’economia reale italiana, invece, il dato della produzione industriale fa segnare un piccolo rimbalzo a novembre (più 0,3 per cento rispetto a ottobre) ma scende del 4,1 per cento rispetto al novembre 2010.
Per questo il presidente del Consiglio, Mario Monti, riferendo ieri alla Camera sulla sua missione in Europa, ha insistito sul fronte sviluppista dell’azione governativa: “Il Fiscal compact è quasi più importante averlo alle spalle, non vedo l’ora che sia attuato per rafforzare la credibilità della disciplina di bilancio – ha detto il premier – ma è importante che si passi oltre e si investa più energia politica sul versante della crescita”. Crescita, ha subito precisato l’ex presidente della Bocconi, che “solo dei nostalgici” possono pensare deriverà dall’allargamento della domanda pubblica. Monti – che lunedì vedrà a Roma il presidente del Consiglio Ue, Herman Van Rompuy – ha rivendicato tra l’altro i risultati ottenuti dal proprio esecutivo nella trattativa per modificare l’accordo intergovernativo, sottolineando che la riduzione troppo rapida del debito pubblico in eccesso (rispetto alla soglia del 60 per cento del pil) è stata temperata dal riferimento a una valutazione più complessiva dello stato delle economie nazionali. Il premier ha precisato però che un controllo occhiuto sui conti pubblici è già in vigore grazie alla legislazione comunitaria (“Six pack”).

Agli osservatori, infine, non è sfuggito il riferimento di Monti all’Eurotower: “Non escludo che la stessa Bce, nelle cui decisioni non possiamo entrare, dopo che sarà stato acquisito a livello costituzionale il Patto fiscale, si sentirà più rilassata”. E la speranza che Draghi scelga di intervenire in maniera più massiccia a sostegno degli stati è condivisa da un numero crescente di analisti e capi di governo: solo l’Eurotower – è il ragionamento – ha la potenza di fuoco necessaria per mandare un segnale agli speculatori, agendo come prestatore di ultima istanza degli stati. Draghi, da Francoforte, ha fatto comunque sapere che la Bce non è pronta al grande passo, ma che è pronta a intervenire nuovamente, già da febbraio, sui tassi di riferimento. Il denaro non è mai stato offerto dalla Bce a costi più bassi che all’uno per cento applicato oggi ma, come notava ieri il Wall Street Journal, i cambiamenti in corso ai vertici dell’Istituto potrebbero portare a “un approccio più pragmatico”, ovvero più interventista. In particolare il quotidiano americano segnala l’ingresso nel 2012 di un manipolo di “giovani” – come il tedesco Jörg Asmussen, già ministro delle Finanze, l’economista francese Benoit Coeuré e l’ex ministro delle Finanze danese, Klaas Knot – con maggiore esperienza politica e minore ortodossia ideologica. Forse, per chi spera in una Bce più interventista, questo ricambio fisiologico delle cariche in corso a Francoforte sarà l’alleato migliore nel 2012.