Tra manovre e guerriglie
Gli psicodrammi paralleli di Pd e Pdl alla prima prova fiducia
La fiducia al governo, i dolori per sé. Il palazzo dei destini incrociati dei due maggiori partiti italiani è quello antico di Montecitorio, dove oggi si approva la manovra poco tecnica del governo dei professori: Pd e Pdl, per motivi diversi, risponderanno con un “sì” combattuto alla prima richiesta di fiducia di Mario Monti nella speranza di essere ancora lì quando si smetterà di turarsi il naso. Scommessa pericolosa, soprattutto per il partitone berlusconiano: la quantità di sangue che lascerà per strada è direttamente proporzionale al tempo che il bocconiano resterà a Palazzo Chigi.

Solo che la linea delle convergenze parallele con la Lega non sembra funzionare, nonostante le rassicurazioni del Cav.: gli sfregi del Senatur (l’ultimo: “Berlusconi? Se lo sento mi metto a ridere”) sono acqua calda rispetto alla guerra interna al Carroccio e alla possibile vittoria di Bobo Maroni, uno convinto che i lumbard debbano correre da soli alle prossime amministrative. Un terremoto la cui linea di faglia è proprio il sostegno a Monti, che non a caso Berlusconi tenta di esorcizzare: “Le Camere possono essere sciolte anche domani”.
I democratici, d’altronde, non sono messi meglio. Un bel pezzo del partito non digerisce il decreto dei professori: troppe tasse e poco progressive, niente liberalizzazioni e niente tagli di spesa se si escludono le pensioni. Ed è proprio su queste ultime che si gioca lo psicodramma. La sinistra interna – o diciamo quella parte del Pd più sensibile ai feticci sindacali, per l’occasione persino unitari – ritiene le penalizzazioni per chi si ritira prima dei 62 anni un attacco ai lavoratori: se non a quelli in carne e ossa, almeno al modello astratto dell’operaio metallurgico che è il suo universo mentale. In due, Stefano Esposito e Antonio Boccuzzi, avevano addirittura annunciato che stamattina si sarebbero astenuti sulla manovra (ma l’area del dissenso contava circa una decina di traballanti), ma ieri Pier Luigi Bersani ci ha messo una toppa: ha riunito i deputati e messa verbale che la battaglia sulle pensioni non è finita, “questo è il mio impegno, quindi un voto contro il governo sarebbe un voto contro di me”.
Allarme rientrato: tutti voteranno “sì”. I travagli democratici, però, sono solo all’inizio: nel menu dei professori ora è previsto il piatto indigesto, la riforma del mercato del lavoro. Bersani, martedì, ha spiegato personalmente al ministro Fornero che non potrà cominciare dall’articolo 18: “Si deve partire dagli ammortizzatori sociali: ora si tratta di dare una risposta a chi rimane senza lavoro a 55 anni e ai giovani con una storia contributiva discontinua”, ha spiegato ai suoi. Difficile che vada proprio così, ma per attenuare il colpo almeno in parte, tutte le anime Pd – anche i montiani doc – chiedono al preside un favore: i prossimi provvedimenti devono essere sulle liberalizzazioni e il riordino dei 30 miliardi di sostegno alle imprese. Alla fine, gli unici che godono sono quelli del Terzo polo. Non sono contrari a niente, non gli serve niente: solo un fiume, un po’ di tempo e il cadavere del nemico.