Giovane ricercatore di Oxford: è un mito quello del business innovatore

Se in Italia l’innovazione langue, è inutile continuare a prendersela soltanto con lo stato. Soprattutto se le statistiche dimostrano che proprio gli imprenditori sono tutt’altro che dei primi della classe quando si tratta di finanziare ricerca e sviluppo. Questo, in estrema sintesi, quello che Emanuele Ferragina, ricercatore italiano classe 1983 dell’Università di Oxford, ha provato a spiegare ai giovani industriali riuniti due settimane fa a Capri.
5 NOV 11
Ultimo aggiornamento: 04:06 | 16 AGO 20
Immagine di Giovane ricercatore di Oxford: è un mito quello del business innovatore
Se in Italia l’innovazione langue, è inutile continuare a prendersela soltanto con lo stato. Soprattutto se le statistiche dimostrano che proprio gli imprenditori sono tutt’altro che dei primi della classe quando si tratta di finanziare ricerca e sviluppo. Questo, in estrema sintesi, quello che Emanuele Ferragina, ricercatore italiano classe 1983 dell’Università di Oxford, ha provato a spiegare ai giovani industriali riuniti due settimane fa a Capri.
Il tema è cruciale, specie in un momento in cui si discute su come rilanciare la crescita del paese; per questo Ferragina e un collettivo di studiosi espatriati ma con la passione dell’Italia (ribattezzato “la Fonderia”) hanno appena presentato una ricerca in materia, curata in particolare da Mauro Caselli (University of New South Wales, Australia) e Paolo Falco (Oxford). “Secondo i dati Eurostat più aggiornati, l’Italia è al 19esimo posto su 27, in Europa, per spesa privata in ricerca e sviluppo – esordisce Ferragina parlando al Foglio – mentre è al 16esimo posto, quindi un poco meglio, per spesa pubblica dedicata allo stesso settore”.
Negli altri paesi funziona esattamente al contrario: in Finlandia, per esempio, il 2,75 per cento del pil in ricerca lo finanziano i privati, lo 0,35 per cento viene da fondi pubblici; nella media Ue la suddivisione è 1,25 per cento dei privati e 0,25 per cento del pubblico, in Italia i privati non arrivano a contribuire nemmeno con lo 0,7 per cento del pil, il pubblico arriva quasi allo 0,2. Perché perfino l’imprenditore portoghese, per non parlare di quello tedesco, investe più del collega italiano? “Innanzitutto è un problema di ‘cultura d’impresa’ – spiega Ferragina – Molta parte del nostro export, dalle scarpe all’abbigliamento per esempio, non è ad altissima tecnologia e quindi non comporta ricerca.
Allo stesso tempo molte imprese italiane sono a conduzione familiare, e i manager di queste imprese sono in media meno qualificati di quanto potrebbero essere, essendo scelti soprattutto per la loro fedeltà più che per la bravura”. Secondo problema: “In genere a fare ricerca sono le grandi imprese, da noi quindi soprattutto gli ex monopoli pubblici. Però anch’essi, si sono fortemente indeboliti: il valore aggiunto delle nostre grandi imprese pesa per circa 187 miliardi di euro, ovvero il 28,7 per cento del valore aggiunto totale dell’industria nazionale”. Contro i 373 miliardi di euro di valore aggiunto delle grandi francesi (44 per cento del totale) e i 564 miliardi delle grandi tedesche (46,2 per cento del totale).
Infine, certo, anche lo stato dovrebbe gestire meglio le proprie risorse, “innanzitutto finanziando la ricerca pura o di base, quella senza immediate ricadute produttive – continua il ricercatore di Oxford – A questo tipo di ricerca si potranno poi associare, contribuendo di volta in volta, anche soggetti privati”. Non è soltanto un problema di quantità di risorse: “In Italia è difficile perfino spiegarlo, ma per esempio difendere i fondi per tutti nelle università, senza fare differenze in base alla qualità del lavoro di ricerca svolto, va a discapito della ricerca – ammette Ferragina – Basti pensare che qui a Oxford, nel mio dipartimento, almeno un terzo dei finanziamenti è assegnato in base a quello che pubblichiamo”.
Pur senza nascondere le responsabilità degli imprenditori, dunque, la politica potrebbe innovare muovendo le leve di alcuni potenti incentivi. Per “favorire le economie di scala”, come sostiene la ricerca dei giovani della “Fonderia”, si dovrebbe “facilitare l’aggregazione di imprese più piccole attraverso reti di impresa”. Poi si dovrebbe mettere mano a “riforme strutturali per migliorare l’accesso al credito”, per esempio incentivando il ricorso al venture capital o capitale di rischio. Ma soprattutto “fare business in Italia è troppo difficile – spiega Ferragina – Secondo la Banca mondiale, siamo all’80esimo posto sul pianeta in quanto a facilità nel condurre un’attività, contro il quinto posto degli Stati Uniti, il 22esimo della Germania”. Ovvero: avviare un business è difficile (68esimo posto), avere accesso al credito è proibitivo (89), pagare le imposte equivale a un salasso (128) e garantire il rispetto dei contratti è praticamente impossibile (159esimo posto al mondo).
“Una politica industriale seria in un’economia globale, nella quale non ha senso provare a difendersi perché la battaglia dei salari con India e Cina l’abbiamo già persa – si legge nelle conclusioni della ricerca di Caselli e Falco – deve rendersi conto che è attraverso la distruzione creativa schumpeteriana e non il protezionismo, più o meno velato, che potremo garantire crescita e impiego al nostro paese”. Per rafforzare la concorrenza bisogna smetterla di “proteggere aziende nazionali inefficienti”; meglio “potenziare l’Agcm (Autorità garante della concorrenza e del mercato)”. Le scarse risorse a disposizione non possono essere una scusa per alcun governo: “Oggi la politica industriale migliore non è quella dell’Iri, che nel 1985 impiegava quasi 500 mila persone, ma una politica che crei le condizioni per lo sviluppo”.