Berlino fa prove tecniche di secessione dall’Ue, ma le Borse non apprezzano

La Banca centrale europea ha perso un pezzo e le Borse di tutto il mondo vi sono inciampate sopra. L’ufficializzazione delle dimissioni del tedesco Jürgen Stark, uno dei sei membri del comitato esecutivo della Bce, è arrivata ieri a mercati chiusi, ma le voci erano trapelate già nel primo pomeriggio. Risultato: Francoforte ha perso oltre il 4 per cento, Parigi il 3,6, Piazza Affari il 4,9, mentre l’euro è scivolato sotto quota 1,37 dollari per la prima volta dal 23 febbraio scorso.
8 SET 11
Ultimo aggiornamento: 22:24 | 14 AGO 20
Immagine di Berlino fa prove tecniche di secessione dall’Ue, ma le Borse non apprezzano
La Banca centrale europea ha perso un pezzo e le Borse di tutto il mondo vi sono inciampate sopra. L’ufficializzazione delle dimissioni del tedesco Jürgen Stark, uno dei sei membri del comitato esecutivo della Bce, è arrivata ieri a mercati chiusi, ma le voci erano trapelate già nel primo pomeriggio. Risultato: Francoforte ha perso oltre il 4 per cento, Parigi il 3,6, Piazza Affari il 4,9, mentre l’euro è scivolato sotto quota 1,37 dollari per la prima volta dal 23 febbraio scorso. Stark, secondo il comunicato ufficiale di Francoforte, lascia l’incarico “per ragioni personali”; eppure adesso tutti gli analisti sottolineano il suo dissenso rispetto alle ultime decisioni della Bce, in particolare quella di acquistare titoli del debito pubblico dei paesi in difficoltà. Monetizzando il debito sotto le pressioni degli stati membri – questa la tesi dei rigoristi alla Stark – la Bce rischia di rimanere invischiata in una crisi causata dagli stati nazionali, perdendo di vista il suo obiettivo principale, ovvero il mantenimento della stabilità monetaria.
Il confronto in Europa si è fatto più serrato da inizio agosto, quando il presidente Jean-Claude Trichet ha iniziato ad acquistare anche titoli italiani e spagnoli per ridurre lo spread con i Bund tedeschi, considerati meno rischiosi, e rassicurare i mercati. Ieri, subito dopo le dimissioni, il differenziale tra Btp italiani e Bund ha toccato i 371 punti, prima di assestarsi a 358, segnalando un forte innalzamento del rischio percepito dagli investitori. “Il dissenso di Stark, se dovesse essere confermato, resta il frutto di una riflessione personale e non una posizione politica – dice però al Foglio Angelo De Mattia, esperto di cose bancarie – Il fatto è comunque importante, considerata l’autorevolezza del protagonista, ma l’Istituto rimane saldo nella sua guida, attuale e futura, e anche nel suo vertice collegiale”. Da Berlino sono arrivati segnali di distensione: prima l’assicurazione che presto la Germania proporrà un suo nuovo candidato per il board della Bce (tra i papabili c’è Jörg Asmussen, attuale sottosegretario federale alle Finanze), poi le parole del ministro delle Finanze, Wolfgang Schäuble: “Il presidente della Bundesbank, Jens Weidmann, è impegnato a sostenere la stabilità dell’euro”. Weidmann però – notano i più maliziosi – non potrebbe comunque dimettersi, essendo membro di diritto del consiglio direttivo della Bce, a meno di non lasciare allo stesso tempo il vertice della Bundesbank. D’altronde l’insofferenza tedesca rispetto all’attuale gestione della crisi europea è innegabile. “Aus persönlichen Gründen”, ovvero sempre “per ragioni personali”, a febbraio anche il tedesco Axel Weber si era dimesso dalla guida della Bundesbank (decadendo quindi dal consiglio della Bce) e aveva rinunciato alla futura presidenza di Francoforte. Anche allora in polemica con l’interventismo troppo marcato della Bce. Ancora: ieri il commissario Ue per l’Energia, il tedesco – anche lui – Günther Oettinger, in un’intervista alla Bild ha suggerito provocatoriamente che i paesi indebitati siano costretti, per punizione, ad ammainare le rispettive bandiere davanti alla sede brussellese della Commissione.
“La Germania sta forse provando ad abbandonare l’euro dall’alto?”, si chiede – parlando con il Foglio – Emmanuel Martin, economista francese ed editorialista per Wall Street Journal e Les Echos. Infatti che l’opinione pubblica tedesca fosse stanca di soccorrere i paesi più spendaccioni (vedi Grecia e non solo) era noto; fino a oggi però la cancelliera, Angela Merkel, era riuscita a contenere gli smottamenti a livello di classe dirigente. Ora non più.

O l’Europa seguirà la Germania, o la Germania
non seguirà l’Europa. Il messaggio ha scombinato anche l’agenda del G7 dei banchieri centrali e dei ministri finanziari iniziato ieri a Marsiglia, in Francia. I lavori si erano aperti con l’invito dell’Amministrazione Obama a fare di tutto “per alimentare la crescita”, e in particolare con la richiesta insistente ai paesi che possono permetterselo (vedi Germania e Cina) a sollevare il piede dal freno dell’austerity, pigiando invece sull’acceleratore dei consumi. Anche perché perfino il Fondo monetario internazionale, secondo un documento riservato discusso ieri a Washington e che il Foglio ha visto, pensa di non avere risorse straordinarie (fondi Nab) per fare fronte a una ricaduta dell’economia. Le dimissioni di Stark, però, assieme alla volontà manifesta di paesi come Regno Unito e Canada di non deflettere dalla strada del rigore fiscale, fanno pensare che la crescita la si continuerà a cercare ancora in ordine sparso.