Anche Piazza Affari spara in aria

Il dopo Gheddafi in Libia non impressiona l’Italia, che dati alla mano è il paese colpito più concretamente nei suoi interessi immediati dalla cosiddetta primavera araba. La Farnesina, i servizi segreti, il sistema pubblico e privato si sono mossi parecchio nei mesi di guerra civile. di Pietro Romano
23 AGO 11
Ultimo aggiornamento: 16:24 | 13 AGO 20
Immagine di Anche Piazza Affari spara in aria
Il dopo Gheddafi in Libia non impressiona l’Italia, che dati alla mano è il paese colpito più concretamente nei suoi interessi immediati dalla cosiddetta primavera araba. La Farnesina, i servizi segreti, il sistema pubblico e privato si sono mossi parecchio nei mesi di guerra civile. Se n’è accorto anche il mercato, come dimostra l’andamento positivo della Borsa di Milano, dove in particolare ha brillato il titolo Eni, il principale operatore internazionale nell’estrazione di petrolio e gas in Libia, che aveva avviato da tempo contatti con i ribelli e che ieri ha guadagnato il 6,3 per cento. Del resto che a Tripoli nutrano fiducia nell’Italia, nonostante i passati buoni (forse eccessivamente) rapporti con Muammar Gheddafi, lo dimostra l’arrivo a Roma, alla vigilia del crollo di Tripoli, di Abdessalam Jallud, a lungo numero due del regime, impegnato nella capitale in una serie di colloqui riservati con l’establishment politico ed economico e anche con emissari stranieri.
All’Eni per ora non rilasciano dichiarazioni sulle vicende libiche, ma fanno sapere che non hanno in agenda la riapertura degli impianti. Dal nuovo governo di Tripoli, quando si insedierà e soprattutto sarà in grado di prendere decisioni, il gruppo di cui è ad Paolo Scaroni potrebbe essere chiamato a ridiscutere i contratti per l’estrazione del greggio (che valgono un quarto dell’import italiano) e del gas (per un altro 15 per cento) destinati a scadere rispettivamente nel 2042 e nel 2047. Secondo quanto risulta al Foglio, però, esponenti del Cnt, il governo provvisorio degli insorti, avrebbero informalmente confermato le intese. Oltre all’Eni, per cui gli affari in Libia valevano il 13 per cento del fatturato, respirano anche i raffinatori, da Erg a Saras: i conti del primo semestre dell’anno per le società controllate dalle famiglie Garrone e Moratti si erano chiusi in perdita soprattutto per il mancato arrivo in Italia del greggio libico.
I rapporti economici tra il nostro paese e l’ex colonia non si limitavano alle materie prime energetiche. Nel 2010, l’interscambio complessivo è stato intorno ai 12 miliardi di euro. L’Italia era il quinto cliente della Libia, la Libia il primo dell’Italia. E in Libia avevano stabilmente sede un centinaio di imprese, da Saipem a Enel Power, da Iveco a Finmeccanica, da Impregilo a Techint oltre a numerose piccole e medie aziende. Iveco (gruppo Fiat) ha impiantato una società mista per assemblare veicoli industriali. Finmeccanica, il cui titolo ha guadagnato il 3,7 per cento, ha costituito fin dal 2009 una joint venture paritetica con Laip (controllata dal fondo sovrano Lia) per cooperare strategicamente nell’aerospazio, i trasporti e l’energia; si è aggiudicata due contratti per la modernizzazione ferroviaria attraverso la controllata Ansaldo Sts e per il controllo dei confini meridionali con Selex Sistemi Integrati; ha messo in piedi un sistema di assemblaggio e manutenzione industriale per elicotteri con AgustaWestland.
Impregilo attraverso una società mista, di cui controlla il 60 per cento, si era garantita importanti contratti per infrastrutture, università, opere di urbanizzazione. In questo campo sarà necessario vedere se il nuovo governo è ancora interessato alla cosiddetta Autostrada dell’amicizia (tre miliardi di dollari per 1.700 km) pretesa da Gheddafi come ulteriore risarcimento per presunti danni subiti in epoca coloniale: per progettare l’opera un raggruppamento di società italiane, con Anas capofila, si era già assicurato un contratto da 125 milioni di dollari.
A Tripoli si attendono, inoltre, lo sblocco delle partecipazioni che la famiglia Gheddafi, la Central Bank of Libya e il fondo sovrano Lia possedevano, a vario titolo o attraverso controllate diverse, nel mondo. In Italia, quando a fine marzo è scattato il provvedimento dell’Onu, valevano tra i sei e i sette miliardi di euro. Il portafoglio contiene, tra l’altro, il 7,5 per cento di Unicredit; poco meno della metà di Ubae, la banca libica attiva nel nostro paese; il 7,5 per cento della Juventus; poco più del due per cento di Finmeccanica; una piccola partecipazione in Eni, ma con la possibilità di accrescere la quota; quasi il 14,8 per cento dell’operatore di Tlc Retelit.
di Pietro Romano