Il taglio del rating preoccupa gli Stati Uniti più del default
Nel mare delle trattative per trovare un accordo sull’innalzamento del debito americano – la soglia formale del default è martedì, quella sostanziale un paio di settimane più tardi – si distinguono due grandi correnti. Una è fatta di negoziati esclusivamente politici, di guerre per bande, di compromessi apparentemente irraggiungibili non soltanto fra gli uomini di Barack Obama e i repubblicani alla Camera, ma anche all’interno degli stessi schieramenti.

I due piani contrapposti – quello democratico del senatore Harry Reid e quello dello speaker repubblicano della Camera, John Boehner – sono ancora lontani, ma ieri la Casa Bianca ha provato una leggera manovra per accogliere “qualche modifica gradita a destra”, e il terreno comune dei due progetti di tagli e innalzamento del debito si sta lentamente (forse troppo lentamente) allargando. Boehner però era impegnato a serrare i ranghi del proprio partito, in rivolta per via delle sforbiciate alla spesa troppo poco radicali, e a organizzare un voto alla Camera puramente simbolico (l’idea è usare l’Aula per fare pressione) ma che per via delle fronde di tiratori franchi – quelle che il senatore John McCain ha paragonato a impaurite schiere di hobbit che s’illudono di sconfiggere il regno di Mordor – ha rischiato di diventare un autogol. Sono giorni che il portavoce della Casa Bianca, Jay Carney, lavora di aggettivi: “Disastroso”, “catastrofico”, “apocalittico”, “devastante” sono solo alcune delle caratteristiche che attribuisce a un eventuale situazione di default. In realtà l’apocalisse è più lontana di quanto il mantra della Casa Bianca – “non riusciremo a pagare le bollette” – o quello popolare – “svenderemo l’America ai cinesi” – lascino intendere. Innanzitutto, lo spauracchio della proprietà cinese: Pechino possiede soltanto l’8 per cento del debito americano (una fetta del 26 per cento se si isola la parte controllata da player stranieri) e il 63 per cento dei 14.300 miliardi è in mani americane, oppure è detenuto da governi alleati. Nessuno dei grandi attori che controllano il debito risentirà in modo particolare di un eventuale default, il quale comporterà di fatto un’insolvenza relativa di Washington, a fronte di un’economia strutturalmente stabile, e le Borse – già provate dalle trattative – non minacciano crolli verticali.
Diverso invece è il problema del downgrade del debito da parte delle agenzie di rating, eventualità che peraltro prescinde dall’eventuale accordo: Standard & Poor’s e Moody’s potrebbero comunque togliere la tripla A nel caso giudicassero qualsiasi piano proposto un rimedio troppo fragile. Il giudizio delle agenzie ha a che fare con la struttura dell’economia di Washington, spaventa i mercati, diffonde l’instabilità e modifica i connotati della presenza economica americana nel mondo; il default, invece, è un’eventualità seria che tende però a rimanere nella “comfort zone” di Washington. Per questo nella competizione politica ora gli osservatori si chiedono quale dei piani sia più resistente alle analisi delle agenzie.