Libera domenica in libero stato
Libera domenica in libero stato. Oggi il governo, in Consiglio dei ministri, esamina una piccola, grande riforma: la liberalizzazione degli orari e dei giorni di apertura per gli esercizi commerciali nelle città turistiche e d’arte. La norma punterebbe a sottrarre alla regolamentazione regionale la determinazione di aperture e chiusure dei negozi.

A febbraio proprio sul Foglio avevamo condotto una piccola grande campagna sul tema – lavorare di più, lavorare tutti – che forse qualche risultato ha aiutato a raggiungerlo. Mettere i commercianti nella condizione di offrire ai consumatori ciò che i consumatori vogliono è una battaglia di civiltà e di libertà, allo stato non costa nulla e serve a stimolare la crescita. Una migliore gestione dei “tempi” avrebbe ricadute più che positive sui consumi e sull’occupazione. Dal punto di vista normativo, il provvedimento – seguito innanzitutto dal ministero del Turismo retto da Michela Vittoria Brambilla – integra la “lenzuolata” di Pier Luigi Bersani, come da tempo sollecita l’Antitrust. Le principali mete turistiche saranno svincolate dalle normative regionali che, sovente, sono zeppe di vincoli più o meno irrazionali, oppure demandano ai comuni il compito di inventarli. La speranza è che l’esperimento sia esteso anche a tutti gli altri centri.
Questa liberalizzazione è coerente con lo spirito della “frustata all’economia”, e con quello della riforma tremontiana dell’articolo 41 della Costituzione. Il principio di fondo, infatti, è quello dell’auto-organizzazione e della semplificazione. Lasciamo che sia l’egoismo del birraio, e non l’altruismo dei burocrati, a dire quando la serranda deve stare alzata.