Il G8 ha aspirazioni globali ma preoccupazioni molto “locali”
Al di fuori della cittadina di Deauville si vuole far sapere che gli 8 Grandi hanno a cuore problemi di respiro globale, a partire dal sostegno – pure economico – ai nuovi governi nati con le rivolte arabe. Anche se a dire il vero, nei pourparler riservati iniziati ieri e che si concluderanno oggi tra i leader di Stati Uniti, Giappone, Regno Unito, Francia, Italia, Canada, Germania e Russia, tengono banco questioni molto “local”, come lo stato della crisi greca e il sostegno al candidato europeo per la guida del Fondo Monetario Internazionale.

Una prova di ciò, secondo l’analista di Foreign Policy, la fornisce la stessa agenda dei lavori della due giorni tra capi di stato e di governo. Un’agenda ampia e variegata al punto che viene da chiedersi se ognuno degli 8 non abbia semplicemente aggiunto il suo specifico cruccio. “Il Giappone è impegnato con tutto se stesso a superare una crisi economica ulteriormente aggravata dal trittico terremoto-maremoto-incidente nucleare”, nota Bremmer. E così al G8 si sta discutendo di nuovi standard per la sicurezza nucleare – c’è anche l’idea di proporre a tutto il mondo il metodo europeo degli stress test alle centrali –, mentre in nome del rilancio della propria economia Tokyo si batte per ottenere da Ue e Stati Uniti maggiori liberalizzazioni per l’import di prodotti made in Japan.
“L’Europa invece, tra un declassamento delle agenzie di rating e l’altro – continua Bremmer – è presa dallo sforzo di tenere assieme l’euro”. Certo, nella bozza di comunicato finale predomina il registro universalistico: si prende atto di una ripresa che “sta acquistando vigore”, nonostante i rischi che vengono dalla volatilità dei prezzi delle materie prime (una preoccupazione soprattutto per le economie energivore degli emergenti). Poi però si ribadisce che gli obiettivi da raggiungere sono la “sostenibilità delle finanze pubbliche” e il “potenziamento della crescita”. Anche se in realtà a Deauville ci si sta interrogando soprattutto sul primo punto. E non solo per la situazione greca. La cancelliera Angela Merkel, infatti, insiste nel sostenere che “tutti i paesi devono fare la loro parte” nella riduzione dei deficit pubblici: un messaggio nemmeno troppo velato agli Stati Uniti, con un rapporto deficit/pil ancora pari all’11 per cento. Di Atene comunque non si può non parlare, come ha ammesso ieri il presidente dell’Ue, Herman Van Rompuy, in una conferenza stampa a margine del G8: “Faremo di tutto per evitare il fallimento della Grecia”. Dove “fare di tutto” vuol dire anche, per le cancellerie europee, sostenere un candidato europeo come la francese Christine Lagarde alla guida del FMI.
“Ma ai paesi emergenti non va più una situazione nella quale, nel migliore dei casi, si consente loro un diritto di tribuna nelle istituzioni internazionali”, nota Bremmer. Per questo però si è passati a decidere in sede di G20, o no? “Anche quella per ora è un’organizzazione che ha soltanto l’aspirazione di esercitare la leadership. I Brics, infatti, non hanno un insieme coerente di valori condivisi, ma al massimo molti interessi comuni, dalla Libia alle materie prime, passando per il FMI – conclude Bremmer – Oggi, tra G8 insufficiente e G20 incompiuto, siamo piuttosto nell’era del G-Zero. E zero leadership globale vuol dire maggiori conflitti potenziali in futuro”.