Italiani più poveri? Eppure i numeri Istat dicono il contrario

“So che ci sono dei poveri ma considero discutibile la rappresentazione” secondo cui un italiano su quattro sarebbe povero. Così ieri si è espresso il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, commentando il rapporto Istat 2010 sulla situazione dell’Italia. Dall’analisi di oltre 400 pagine, stampa e televisioni hanno estrapolato in particolare i dati sulla povertà, considerata crescente secondo l’interpretazione pressoché unanime. Eppure, leggendo il testo e le tabelle con i raffronti storici e i confronti tra stati, l’allarme della relazione dell’Istituto nazionale di statistica presieduto da Enrico Giovannini si stempera.
25 MAG 11
Ultimo aggiornamento: 00:48 | 22 AGO 20
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Non c’è dubbio che, come si legge nella relazione dell’Istat, “in termini percentuali in Italia, nel 2009, considerando i redditi disponibili per le famiglie a seguito dei trasferimenti sociali (che, nel nostro paese, consistono quasi totalmente nei trasferimenti pensionistici), quasi un quinto della popolazione residente (il 18,4 per cento) risulta a rischio di povertà”. “Il valore osservato – aggiungono i ricercatori dell’Istat – è più elevato della media europea, sia essa calcolata sui paesi dell’area euro (15,9 per cento), sia essa calcolata sull’Unione a 27 (16,3 per cento)”. Ma livelli simili a quello italiano caratterizzano Grecia (19,7 per cento), Spagna (19,5 per cento), Portogallo (17,9 per cento) e Polonia (17,1 per cento). Inoltre “questi quattro paesi – spiega il rapporto – mostrano valori di reddito medio e mediano inferiori a quelli registrati in Italia, la quale è caratterizzata da un valore superiore a quello medio dell’Unione a 27”. Inoltre, come rimarcano i ricercatori Istat in una nota a piè di pagina, “se si considerano le variazioni su più anni, tra il 2007 e il 2009 si osserva una diminuzione significativa del rischio di povertà”.
La progressiva povertà assume una connotazione differente se si guarda una tabella dello stesso rapporto Istat: quella che confronta la situazione degli stati dal 2005 al 2009. Ebbene la “percentuale di popolazione di famiglie a rischio povertà dopo i trasferimenti sociali” negli ultimi anni in Italia è calata e non aumentata: era del 18,9 per cento nel 2005 ed è diventata del 18,4 per cento nel 2009. Invece in Francia è rimasta pressoché stabile al 13 per cento e in Germania è addirittura cresciuta, passando da 12,2 al 15,5 per cento. Stessa tendenza si riscontra per l’indicatore complessivo (“popolazione in famiglie a rischio di povertà o esclusione”) della povertà. Il dato italiano (24,7 per cento) ha destato scalpore, eppure è di poco superiore alla media dei 27 paesi dell’Unione (23,1 per cento) ed è in leggero calo rispetto al 2005, quando fece segnare quota 25 per cento. In Germania, invece, il dato è cresciuto dal 18,4 per cento del 2005 al 20 per cento del 2009 ed è rimasto stabile in Spagna (23,4 per cento). Una curiosità che induce a far riflettere quando si maneggiano le statistiche: in Grecia negli ultimi anni la “povertà” è calata: i poveri erano il 29,4 per cento nel 2005 e nel 2009 sono diminuiti a 27,6. Nel frattempo Atene è prossima al default.
A cercare di contestualizzare i dati italiani enfatizzati è stato ieri il presidente dell’Istat: “Sono rimasto sorpreso da quanto riportato dai giornali – ha detto Enrico Giovannini – hanno confuso i dati sulla povertà col rischio di povertà e il rischio di esclusione sociale”. “L’indicatore della povertà è stabile al 13 per cento – ha aggiunto il presidente dell’Istat – mentre al 25 per cento è l’indicatore, scelto dai governi a livello europeo, che comprende i rischi di povertà e i rischi di esclusione sociale. Un indicatore, come evidenziato nel Rapporto sulla situazione dell’Italia, che anche in questo caso è abbastanza stabile”.