Siamo davvero più poveri?

La recessione è finita nel 2010. Ora l’economia mondiale è in ripresa. Più veloce nei paesi in via di sviluppo (7,3 per cento), meno in quelli occidentali (3 per cento). In ogni caso, la crisi è durata due anni (non dieci come dopo il crack del 1929) e nell’insieme sono stati recuperati gli stessi livelli precedenti il collasso. L’Istat, nel rapporto annuale sulla situazione del paese presentato ieri, smentisce ogni catastrofismo sul mondo e sull’Italia, in risalita anche se con un ritardo temporale. Leggi la rubrica Innamorato Fisso di Maurizio Milani
24 MAG 11
Ultimo aggiornamento: 00:47 | 22 AGO 20
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La recessione è finita nel 2010. Ora l’economia mondiale è in ripresa. Più veloce nei paesi in via di sviluppo (7,3 per cento), meno in quelli occidentali (3 per cento). In ogni caso, la crisi è durata due anni (non dieci come dopo il crack del 1929) e nell’insieme sono stati recuperati gli stessi livelli precedenti il collasso. L’Istat, nel rapporto annuale sulla situazione del paese presentato ieri, smentisce ogni catastrofismo sul mondo e sull’Italia, in risalita anche se con un ritardo temporale. Tuttavia, così come non regge la lettura ventinovista, le 400 pagine del rapporto ridimensionano ampiamente la narrazione offerta in larga parte dal governo, secondo il quale ce la siamo cavata meglio degli altri paesi. Meglio della Spagna, senza dubbio, però “l’Italia ha subito la maggiore caduta del prodotto insieme alla Germania, mostrando un recupero molto modesto.
Nel decennio 2001-2010, ha realizzato la performance peggiore tra tutti i paesi dell’Unione europea, con un tasso medio di sviluppo dello 0,2 per cento, contro l’1,3”. Dunque, “la crisi ha portato indietro le lancette della crescita di ben 35 trimestri e l’attuale moderata ripresa ne ha fatti recuperare 13”. In altre parole, c’è un vuoto di ben due anni.
Il ritardo nella ripresa ha alimentato il pessimismo di Standard & Poor’s che, nel confermare il rating per il debito sovrano (A+), ha segnalato un outlook negativo. La Borsa ieri ha reagito male (perdendo il 3 per cento), ma da Bruxelles sono venute le rassicurazioni del commissario Olli Rehn.
L’Italia lumaca, dunque, s’è chiusa nel guscio. E’ diventata anche più povera? Un quarto della popolazione ha sperimentato una qualche forma di impoverimento. Le statistiche sono a macchia di leopardo all’interno del paese e nel confronto internazionale. L’Italia sta meglio di Spagna e paesi dell’est, peggio di Germania, Francia e Gran Bretagna, che hanno usato a man bassa la spesa pubblica a sostegno dei redditi. L’Italia non aveva margini per farlo. Il rigore nei conti è una priorità obbligata dal debito pubblico sul pil più alto dopo la Grecia. “Abbiamo tenuto e ci sono le basi per continuare a tenere”, ha detto Giulio Tremonti che ha aggiunto: il lavoro di questi anni “non è stato solo un esercizio contabile” ma “la tenuta del risparmio delle famiglie, della coesione sociale e dei finanziamenti a imprese e famiglie, e questo continuerà a essere il lavoro dei prossimi anni”. L’Italia invece ha speso per sostenere l’industria, grazie a un ricorso record alla cassa integrazione che ha riguardato poco meno di 290 mila lavoratori a tempo pieno. In due anni, sono stati bruciati 890 mila posti fissi, soprattutto nella manifattura.
Mercato del lavoro più debole, bassa produttività che schiaccia i salari, reddito disponibile reale in stasi (300 euro pro capite in meno rispetto al 2000): gli italiani hanno intaccato i loro risparmi (la propensione è scesa al 9,1 per cento, la più bassa dal 1990), facendo venire meno un tradizionale punto di forza. Di qui l’esigenza di concentrare tutti gli sforzi, sottolinea Enrico Giovannini, presidente dell’Istat, nel rilancio dello sviluppo. Il programma presentato ha obiettivi “realistici”, ma “partiamo da livelli molto bassi e la velocità non è sufficiente, perché l’Italia oggi è più fragile rispetto a qualche anno fa”. Diagnosi e prognosi coincidono con quelle della Banca d’Italia e in buona sostanza anche con quelle della Confindustria.
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