L’aggravante omofobica non convince garantisti e femministe
Introdurre un’aggravante per i reati commessi “in ragione della omosessualità o transessualità della persona offesa” crea discriminazione verso altre categorie di persone vittime di un reato analogo? E’ la domanda sottesa al dibattito sulla legge contro l’omofobia, doppiamente bocciata dal Pdl in commissione Giustizia a Montecitorio. Ieri, intanto, si è dimessa da relatrice del testo la deputata del Pd Paola Concia.

Oltre la querelle parlamentare, la questione dell’“aggravante” resta aperta. All’avvocato e radicale storico Mauro Mellini non piace “questo continuo ricorso a norme speciali per andazzi particolari. Lo dissi a proposito delle quote rosa di Zapatero: questo è l’apartheid sessuale. Lo dissi quando si parlava di diffusione dell’idea di superiorità razziale: per quanto deprecabile sia l’idea, la sua espressione non dev’essere mai reato. Oggi dico: nel nostro codice c’è già l’aggravante per motivi turpi, applichiamo quella”. Neppure all’avvocato Gian Domenico Caiazza, presidente delle Camere penali di Roma, sembra condivisibile “questa deriva trentennale del legislatore italiano: ogni volta che si pone un problema sociale si immagina che il reato speciale sia la bacchetta magica. Detto questo, ricordo che nel nostro ordinamento è stata già introdotta l’aggravante legata a motivazioni di odio razziale, etnico o religioso con la legge Mancino del ’93. Sarebbe allora sufficiente aggiungere a quell’elenco ‘in ragione dell’orientamento sessuale’, come si legge, peraltro, nell’articolo 10 del Trattato di Lisbona: una dicitura meno discriminatoria di quella che specifica ‘persone omosessuali e transessuali’”.
Sul fronte femminista, la giornalista Letizia Paolozzi, animatrice del sito “donnealtri.it”, si chiede “se una legge sia lo strumento adatto a governare un problema così profondo come il rifiuto dell’altro. Meglio lavorare sulle coscienze. Far diventare reati dei pur orribili moti della coscienza serve a educare? Non credo”. Franca Fossati, giornalista e femminista storica, ricorda quello che accadde “a parti rovesciate” sul tema della legge contro le mutilazioni genitali femminili, quando a chi diceva: “Perché fare una legge, visto che ne abbiamo già una che punisce il reato di violenza privata?”, si rispondeva: “Dite così per relativismo culturale”. “Ma in alcuni contesti storici, per esempio in quello attuale”, dice Fossati, “la legge può avere funzione pedagogica”.
Marianna Rizzini è nata e cresciuta a Roma, tra il liceo Visconti e l'Università La Sapienza, assorbendo forse i tic di entrambi gli ambienti, ma più del Visconti che della Sapienza. Per fortuna l'hanno spedita per tempo a Milano, anche se poi è tornata indietro. Lavora al Foglio dai primi anni del Millennio e scrive per lo più ritratti di personaggi politici o articoli su sinistre sinistrate, Cinque Stelle e populisti del web, ma può capitare la paginata che non ti aspetti (strani individui, perfetti sconosciuti, storie improbabili, robot, film, cartoni animati). E' nata in una famiglia pazza, ma con il senno di poi neanche tanto. Vive a Trastevere, è mamma di Tea, esce volentieri, non è un asso dei fornelli.
