Muammar le Mokò

Il rais libico è sparito, forse ferito, forse morto, forse soltanto impegnato a preparare il suo prossimo colpo di teatro, con i capelli lunghi e il ghigno indomito. Ma in questa campagna militare surreale il topo è diventato lui, il colonnello Muammar Gheddafi: la Nato bombarda i compound di famiglia, poi dice che sono obiettivi come tanti altri volti a distruggere l’apparato bellico del regime, lascia cadere lì la frase “non sappiamo se il colonnello è vivo o morto, non abbiamo persone sul terreno, non ci interessa”. Leggi Truffa cinese a Tripoli di Daniele Raineri - Leggi La differenza tra Kabul e Bengasi - Leggi Perché l’Italia oggi bombarda la Libia
10 MAG 11
Ultimo aggiornamento: 23:45 | 13 AGO 20
Immagine di Muammar le Mokò
Il rais libico è sparito, forse ferito, forse morto, forse soltanto impegnato a preparare il suo prossimo colpo di teatro, con i capelli lunghi e il ghigno indomito. Ma in questa campagna militare surreale il topo è diventato lui, il colonnello Muammar Gheddafi: la Nato bombarda i compound di famiglia, poi dice che sono obiettivi come tanti altri volti a distruggere l’apparato bellico del regime, lascia cadere lì la frase “non sappiamo se il colonnello è vivo o morto, non abbiamo persone sul terreno, non ci interessa”, come se la cosa non fosse importante – fingendo e mentendo: le persone sul terreno ci sono eccome, chiedere al Foreign Office per i dettagli.

Gli alleati giocano a battaglia navale in Libia, cambiano obiettivo finale di continuo, tanto c’è il mandato dell’Onu e lo si può stiracchiare alla bisogna, tanto non ci sono pacifisti in piazza, non ci sono spaccature transatlantiche, questa è la guerra condivisa da tutti, si può fare un po’ come ci pare. Al cinquantaquattresimo giorno di guerra si è visto di tutto: dai civili di Bengasi che si sparano sui piedi e dicono alla Nato di bombardare a qualche chilometro da una pompa di benzina nel deserto, metro più metro meno cosa vuoi che sia; all’ambasciata straniera (saranno i cinesi?) che spiffera al regime la tempistica dei raid della Nato, sottraendo all’iniziativa occidentale quel poco di credibilità – pochissimo – che le era rimasto; all’Onu che autorizza la missione e poi implora un cessate il fuoco che resta inascoltato, perché conta poco pure per i multilateralisti, quando sono in guerra. Il mistero attorno alle sorti di Gheddafi ricorda “Totò le Mokò”, l’atmosfera da casbah, gli equivoci tra coperture che saltano e delinquenti che sparano, manca soltanto la pomata della forza e della fiducia per massaggiare gli ego dei leader della Nato quando si scoraggiano, e il remake sarebbe perfetto.

Poi però c’è la guerra. Nei raid della Nato non muore mai nessuno (è il consenso mondiale a rendere le bombe così intelligenti?), ma a Misurata, a Brega, ad Ajdabiya, sulle montagne e sul confine con la Tunisia si combatte, si uccide, si fa scempio dei cadaveri. Il New York Times ieri parlava degli squadroni della morte che i ribelli hanno messo in piedi a Bengasi, capitale della rivolta al terribile dittatore di Tripoli, per giustiziare gli uomini vicini al regime che non sono riusciti a scappare, o che forse si sono illusi che l’immagine cosmopolita dei ribelli fosse vera. Era, è sempre stata, è ancora una guerra civile, quella libica. L’intervento stolto della Nato ha ingarbugliato le vicende, ha mostrato ancora una volta l’incapacità dell’occidente di essere efficace, di avere un obiettivo e di ottenerlo, di farlo insieme, senza che tutto si trasformi in un tremendissimo e ridicolissimo dramma.

Poco più un là, un altro regime manda i carriarmati a bombardare il suo popolo e il mondo è costretto a muoversi con lentezza struggente, perché si può giocare alla guerra con quella macchietta di Gheddafi ma non con gli Assad, perché nessuno vuole fare le cose in fretta, tra imbarazzo e ipocrisia forse nessuno vuole fare niente. Perché in Libia si può correre il rischio di far ridere, in Siria no.
La tv di stato libica ha diffuso stanotte delle immagini del Colonnello impegnato in una riunione con alcuni capi tribali in un hotel di Tripoli. Le immagini sarebbero state girate intorno alle 19.30 di ieri, ma non vi è alcuna conferma indipendente in proposito. Ecco il video del raìs.