Perché lo stato minimo affascina ancora gli States

Il rigore fiscale è una liberazione per l’individuo o una catastrofe sociale? Dipende da quale sponda dell’Atlantico lo osservi, nota l’economista Alberto Alesina in una conversazione con il Foglio. Ieri infatti è stato sufficiente che la Banca centrale europea (Bce) alzasse il tasso di riferimento per l’area euro – dall’1 per cento cui siamo inchiodati dall’inizio della crisi all’1,25 – per far avvicinare di molto in Europa, secondo alcuni analisti, lo spettro della stagnazione. Il ragionamento ha una sua apparente logica: austerity fiscale e stretta monetaria non promettono abbondanza. Sarà, eppure in Europa tutto ciò che è assimilato al “rigore” – sia esso monetario o fiscale – “è vissuto come una catastrofe”, dice Alesina, professore di Economia all’Università di Harvard. “Negli Stati Uniti invece le ‘politiche di austerità’ sono considerate un ritorno alla filosofia originaria della Costituzione, a uno stato meno invasivo e a una maggiore responsabilità individuale”.
8 APR 11
Ultimo aggiornamento: 11:43 | 5 AGO 20
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Il rigore fiscale è una liberazione per l’individuo o una catastrofe sociale? Dipende da quale sponda dell’Atlantico lo osservi, nota l’economista Alberto Alesina in una conversazione con il Foglio. Ieri infatti è stato sufficiente che la Banca centrale europea (Bce) alzasse il tasso di riferimento per l’area euro – dall’1 per cento cui siamo inchiodati dall’inizio della crisi all’1,25 – per far avvicinare di molto in Europa, secondo alcuni analisti, lo spettro della stagnazione. Il ragionamento ha una sua apparente logica: austerity fiscale e stretta monetaria non promettono abbondanza. “L’incremento dei tassi è per ora modesto – dice invece Alesina – e poi la Bce doveva contrastare l’inflazione crescente, oltre che mettere fine alle sue scelte espansive”. Inoltre “sbagliano quanti attribuiscono alle scelte di politica monetaria un impatto così importante sulla crescita”.
Sarà, eppure in Europa tutto ciò che è assimilato al “rigore” – sia esso monetario o fiscale – “è vissuto come una catastrofe”, dice Alesina, professore di Economia all’Università di Harvard. “Negli Stati Uniti invece le ‘politiche di austerità’ sono considerate un ritorno alla filosofia originaria della Costituzione, a uno stato meno invasivo e a una maggiore responsabilità individuale”. Non a caso ancora ieri il presidente americano, Barack Obama, ha riconvocato i leader democratici e repubblicani del Congresso per trovare un accordo sulla legge di bilancio. In mancanza di un’intesa, dalla mezzanotte di oggi scatterebbe la sospensione delle attività governative. Intanto, a far discutere, è soprattutto la proposta di legge finanziaria venuta da un deputato conservatore, Paul Ryan: 6,2 trilioni di dollari di spesa in meno nei prossimi 10 anni rispetto ai piani di Obama, così da ridurre deficit e debito e portare il livello della spesa federale al 20 per cento del pil entro il 2020 (oggi al 24 per cento). Il Wall Street Journal parla di “un budget alla Ronald Reagan”. Ma è fattibile? “Quella di Ryan è una proposta molto seria e coraggiosa – spiega Alesina – a differenza di Obama, il deputato repubblicano propone di prendere il toro per le corna e per questo si occupa di sicurezza sociale e sanità, due voci di spesa potenzialmente fuori controllo in America”. Contemporaneamente Ryan si muove nella giusta direzione sul piano delle tasse, proponendo di “aumentare la base imponibile – riducendo sgravi e deduzioni fiscali – e di ridurre le aliquote”. E se Obama chiede ai parlamentari di “comportarsi da persone adulte”, Alesina suggerisce che questa volta il vero “statista” è il deputato Ryan: “Snellendo il programma Medicare, di cui beneficiano i cittadini più anziani, si mette contro pure una fetta dell’elettorato repubblicano”.
Come si spiega tanta baldanza americana nel perseguire il ridimensionamento della spesa pubblica, a fronte della trasversale riluttanza europea? A fine mese Alesina proverà a rispondere nel corso di un seminario ad Harvard, assieme agli economisti Gregory Mankiw e Jeremy Stein. Ci sono innanzitutto ragioni di ordine storico-politico: “I sistemi elettorali proporzionali dell’Europa continentale sono associati a livelli di spesa pubblica più alti. Inoltre nel Vecchio continente la presenza di partiti socialisti o comunisti ha contribuito a un’espansione dello stato sociale. La Corte suprema americana, infine, ha fatto da baluardo contro gli eccessi del welfare state, giudicando alcune di queste misure come un attacco alla proprietà privata”. In generale le politiche sociali vengono viste attraverso lenti culturalmente diverse: “Il 71 per cento degli americani – chiosa Alesina – ritiene che i poveri possono diventare ricchi se solo ci provassero veramente, a fronte del 40 per cento degli europei”. Che è come dire che per noi i poveri sono sfortunati, mentre per gli americani sono un po’ pigri (e perciò noi europei siamo più inclini a “redistribuire” la ricchezza). Una diversità che va imputata, secondo Alesina, alla forte “etica protestante” d’oltreoceano, in base alla quale “la ricchezza è un indicatore di meriti personali”.
Conta poi il fatto che gli Stati Uniti siano uno storico paese d’immigrazione: “Chi sceglie di lasciare il proprio paese e venire qui, con più probabilità è convinto che si possa fuggire la povertà assumendosi dei rischi”. Non solo: “I poveri sono percepiti dal gruppo maggioritario, quello dei bianchi caucasici, come ‘diversi’ pure da un punto di vista etnico e anche per questo ogni redistribuzione eccessiva è malvista”.