Perché Israele finirà per pagare il conto della primavera araba

Una nuova guerra con Hamas e forse con l’Egitto. La fine della calma sul fronte siriano. Un’egemonia iraniana dilagante. Questa è soltanto una parte di ciò che Israele si aspetta dalle rivolte che stanno cambiando il volto del medio oriente. Gerusalemme osserva con senso d’impotenza e frustrazione gli stravolgimenti politici delle ultime settimane: impotenza perché Israele sa di non poter influenzare l’esito degli scontri interni al mondo arabo. Leggi Per capire la paura di Israele basta contare i missili puntati di Giulio Meotti - Leggi La scelta di Israele di Daniele Raineri - Leggi Le tre regole di Yossi Klein Halevi per sopravvivere alle rivolte
4 APR 11
Ultimo aggiornamento: 11:41 | 5 AGO 20
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Con la caduta di Hosni Mubarak, l’Egitto alleato di Israele e degli Stati Uniti “è diventato, nell’ambito del conflitto con l’Iran, al meglio neutrale e al peggio un nemico”, afferma Barry Rubin direttore del Global Research in International Affairs Center. Nel breve termine, Rubin prevede la fine delle sanzioni del Cairo contro Hamas e la crescita del contrabbando di armi tra il Sinai e la Striscia di Gaza, controllata dall’organizzazione islamista. “Questo porterà molto probabilmente a una nuova guerra tra Israele e Hamas entro i prossimi due anni – dice Rubin – e non si può escludere un intervento egiziano”.
La fine del trattato di pace firmato nel 1979 è la vera grande paura d’Israele, e pensare che in Egitto i militari bastino a tenere a bada i Fatelli musulmani e le altre forze estremiste potrebbe rivelarsi un errore. “Non si può supporre che l’esercito sia moderato e pragmatico: molti ufficiali sono nazionalisti radicali e islamisti, e molti pensano che l’Egitto uscirebbe vittorioso da una guerra con Israele”, dice Rubin. Per questo Gerusalemme dovrà ora rivedere i suoi piani militari, rinforzare le difese, ora quasi inesistenti, sul lungo confine egiziano e rimpolpare i contingenti nel sud.
Ma tutto questo ha un prezzo, ricorda il generale Giora Eiland, consigliere per la sicurezza nazionale all’epoca del premier Ariel Sharon. Grazie al trattato con l’Egitto, Israele ha potuto ridurre il budget della difesa dal 30 per cento del pil nel 1974 all’attuale 7 per cento. “Questa è una delle ragioni del successo dell’economia israeliana negli ultimi anni, ma un aumento delle spese militari avrebbe un impatto immediato”, dice Eiland. L’Egitto non è l’unica grana per Israele. Il governo teme che il leader siriano Bashar el Assad usi la sua influenza sull’Hezbollah libanese per aprire un nuovo fronte come distrazione dalle proteste interne che continuano a essere molto violente. Anche se Assad è il migliore alleato di Teheran, il governo israeliano non sa se augurarsi la fine del regime degli alawiti, minoranza vicina allo sciismo che da decenni governa la Siria. “Quando lavoravo con Sharon, molti premevano perché Israele cercasse di rimuovere Assad – ricorda Eiland – Sharon rispondeva: siete matti? Le uniche alternative sono un regime estremista sunnita legato ad al Qaida o un governo democratico che si avvicinerà agli Stati Uniti per costringerci a restituire il Golan”.
Se la permanenza di Assad al potere sembra dunque essere il minore dei mali per Israele, ancora più importante è salvaguardare i regimi moderati rimasti in piedi e bloccare la penetrazione iraniana nel Golfo persico, che già si prefigura con la rivolta sciita in Bahrein. Su questo punto Gerusalemme non ha molte carte da giocare, ma si aspetta di più da Washington, sia sull’opposizione all’Iran, sia sull’appoggio agli alleati. Eli Shaked, ex ambasciatore d’Israele al Cairo, ritiene che l’abbandono di Mubarak sia stata una mossa “disastrosa” da parte dell’Amministrazione Obama. “Hanno perso un amico e un alleato come Mubarak, ma non si sono certo guadagnati l’amore del popolo egiziano”. Ora tocca agli Stati Uniti “salvare” i regimi di Giordania, Arabia Saudita e del Golfo. “La democrazia si costruisce dal basso e nel tempo tramite una forte classe media, una stampa libera e un’economia di mercato: tutte cose che in questi paesi non esistono – dice Shaked – pensare che delle democrazie possano sostituire questi regimi è soltanto un sogno”.