L’Iran e i fiori della primavera araba
Le ripercussioni del cambio di regime al Cairo si stanno velocemente facendo sentire in tutta la regione. Ci sono stati scontri in Bahrein e in Yemen, in Iran la protesta è stata dispersa con lacrimogeni e spari, i Fratelli musulmani cercano di organizzarsi in Siria, i palestinesi andranno a delicatissime elezioni, i giordani hanno un nuovo governo e in Marocco, Algeria e Libia si preparano “giorni rivoluzionari”. Leggi In Iran i bassiji attaccano la piazza per fermare la protesta antiregime - Leggi gli articoli del Foglio sui disordini in Medio Oriente

Le ripercussioni del cambio di regime al Cairo si stanno velocemente facendo sentire in tutta la regione. Ci sono stati scontri in Bahrein e in Yemen, in Iran la protesta è stata dispersa con lacrimogeni e spari, i Fratelli musulmani cercano di organizzarsi in Siria, i palestinesi andranno a delicatissime elezioni, i giordani hanno un nuovo governo e in Marocco, Algeria e Libia si preparano “giorni rivoluzionari”.
Se è vero che il contagio agisce come detonatore, ogni piazza ha le sue particolarità: in Yemen per esempio gli scontri sono soprattutto al sud, dove i separatisti si vestono di primavera araba per portare avanti la loro campagna. Certamente la piazza iraniana è la più pericolosa: il regime ha voluto schierarsi apertamente con “le rivoluzioni in Egitto e Tunisia” seguendo la sua strategia contro gli alleati dell’occidente, facendo finta di non aver mai avuto un dissenso interno, e di non averlo represso nel sangue. L’Onda verde, ammaccata da mesi di persecuzioni, ha colto l’occasione per tornare in piazza a favore di quella stessa rivolta che piace tanto al regime cui s’oppone. Il paradosso potrebbe far sorridere, se ieri le motociclette nere dei bassiji non avessero fatto subito la loro temibile comparsa per disperdere la protesta.
C’è chi si augura che da questo straordinario effetto domino possa nascere un medio oriente rinnovato, riformato anche. Ma non basta augurarsi che non faccia capolino quella repressione che in Tunisia e in Egitto non c’è stata, ci vuole una strategia complessiva. L’Europa ha già dimostrato di non averla; gli Stati Uniti la stanno cercando. Ma reagire caso per caso non basta più.
Se è vero che il contagio agisce come detonatore, ogni piazza ha le sue particolarità: in Yemen per esempio gli scontri sono soprattutto al sud, dove i separatisti si vestono di primavera araba per portare avanti la loro campagna. Certamente la piazza iraniana è la più pericolosa: il regime ha voluto schierarsi apertamente con “le rivoluzioni in Egitto e Tunisia” seguendo la sua strategia contro gli alleati dell’occidente, facendo finta di non aver mai avuto un dissenso interno, e di non averlo represso nel sangue. L’Onda verde, ammaccata da mesi di persecuzioni, ha colto l’occasione per tornare in piazza a favore di quella stessa rivolta che piace tanto al regime cui s’oppone. Il paradosso potrebbe far sorridere, se ieri le motociclette nere dei bassiji non avessero fatto subito la loro temibile comparsa per disperdere la protesta.
C’è chi si augura che da questo straordinario effetto domino possa nascere un medio oriente rinnovato, riformato anche. Ma non basta augurarsi che non faccia capolino quella repressione che in Tunisia e in Egitto non c’è stata, ci vuole una strategia complessiva. L’Europa ha già dimostrato di non averla; gli Stati Uniti la stanno cercando. Ma reagire caso per caso non basta più.