Dizionario ragionato per una salutare frustata all’economia /2
Il Foglio sta compilando un dizionarietto di potenziali misure pro crescita. Dopo le voci “privatizzazioni possibili in Italia” e “privatizzazioni in corso all’estero”, continuiamo con “liberalizzazioni” e “ordini”. Liberalizzazioni: cosa resta da fare? Secondo il rapporto annuale sulle liberalizzazioni dell’Istituto Bruno Leoni, l’economia italiana nel suo complesso è liberalizzata al 49 per cento, con alcuni comparti molto avanti (come il mercato elettrico, 71 per cento) e altri ancora arretrati. Leggi Dizionario ragionato per una salutare frustata all’economia /1

Il Foglio sta compilando un dizionarietto di potenziali misure pro crescita. Dopo le voci “privatizzazioni possibili in Italia” e “privatizzazioni in corso all’estero”, continuiamo con “liberalizzazioni” e “ordini”.
Liberalizzazioni: cosa resta da fare?
Secondo il rapporto annuale sulle liberalizzazioni dell’Istituto Bruno Leoni, l’economia italiana nel suo complesso è liberalizzata al 49 per cento, con alcuni comparti molto avanti (come il mercato elettrico, 71 per cento) e altri ancora arretrati. Tra questi ultimi spiccano i servizi idrici (17 per cento) e, in generale, i servizi pubblici locali, oggetto di una delle riforme berlusconiane considerate più coraggiose. Un decreto del 2008 e il successivo decreto Ronchi-Fitto fissano l’obbligatorietà delle gare nei servizi pubblici (come acqua, trasporto pubblico locale, rifiuti, etc), che solo in casi residuali possono essere oggetto di affidamenti diretti; sul decreto Ronchi-Fitto pende la spada di Damocle del referendum. Tuttavia, in uno studio del Cerm, Fabio Pammolli e Nicola Salerno spiegano che “l’Antitrust dovrebbe poter avere maggior peso nelle scelte riguardanti l’affido in house” e che manca un regolatore indipendente. Secondo la Confservizi, sulla spinta delle liberalizzazioni tra il 1996 e il 2001 il fatturato aggregato del settore è cresciuto più velocemente dei costi (mediamente 9 per cento contro 7,7 per cento), ma negli anni successivi questa evoluzione virtuosa si è interrotta. L’economista Alberto Cavaliere, nel volume “Politiche di liberalizzazione e concorrenza in Italia” (il Mulino), attribuisce tale fenomeno alla “incertezza sulle caratteristiche della riforma e le aspettative di minor rigore”. Di “inadeguatezza e incompletezza dei processi di liberalizzazione concretamente realizzati” parlano anche Magda Bianco e Paolo Sestito (“I servizi pubblici locali”, il Mulino). La loro indagine pone l’accento anche su settori quali servizi per l’infanzia e assistenza ospedaliera (dove il primo passo, come ha documentato il giurista Silvio Boccalatte per l’Ibl, sarebbe la trasparenza nei bilanci delle Asl). Emblematico è il caso del commercio: a dispetto della sostanziale liberalizzazione a livello nazionale (seppure tra contraddizioni e retromarce, come con le farmacie e i taxi) le regioni hanno spesso nicchiato. La piena liberalizzazione della distribuzione commerciale (inclusi carburanti, servizi finanziari e assicurativi) produrrebbe, secondo Roberto Ravazzoni (“Liberare la concorrenza”, Egea), “un risparmio complessivo di quasi 23 miliardi di euro all’anno, equivalenti al 2,5 per cento dei consumi delle famiglie nel 2008”. Inoltre, mercati più efficienti migliorerebbero la competitività delle aziende e ridurrebbero il costo di vari fattori di produzione. L’Ocse valuta nel 15 per cento i guadagni di produttività realizzabili. La stessa Banca d’Italia, ipotizzando la riduzione del mark up sul costo dei servizi ai livelli medi dell’Eurozona, ha calcolato un tesoretto nascosto pari all’11 per cento del pil, la metà del quale potrebbe emergere nei primi cinque anni.
Ordini professionali (o corporazioni?)
“La presenza degli ordini nel settore delle consulenze legali incide per oltre il 9 per cento sui costi sostenuti dalle imprese esportatrici”, dice al Foglio l’avvocato Riccardo Cappello, presidente di Agiconsul, l’associazione dei giuristi e consulenti legali aderente a Confindustria, per esemplificare con un numero quanto l’Italia potrebbe guadagnare grazie a una liberalizzazione degli ordini professionali. D’altronde è stata la stessa Commissione europea, nel 2003, a indicare nel protezionismo delle professioni uno degli ostacoli alla competitività del nostro paese, e ad auspicare che si desse seguito agli interventi dell’Antitrust su accesso e tariffe per esempio. Avvocati, architetti, ingegneri, giornalisti, periti agrari, etc., ogni professione è oggi disciplinata da leggi ad hoc e, secondo l’Indice sulle liberalizzazioni compilato dall’Istituto Bruno Leoni, già la sola “unificazione della disciplina” eliminerebbe “discrepanze di trattamento” e incrementerebbe la “trasparenza”. “Non toccare il buono che si è già riformato” è un altro suggerimento dell’Ibl: governo e parlamento non dovrebbero cedere alla situazione pre-2006 (o pre lenzuolate Bersani), “specificamente in relazione alla derogabilità delle tariffe minime”. Una misura, quest’ultima, che ha permesso a numerosi giovani professionisti di entrare nel mercato. Secondo Cappello, autore de “Il cappio. Perché gli ordini professionali soffocano l’economia italiana” (Rubbettino), il superamento dell’attuale sistema, che “tutela solo chi è già inserito nei gangli della professione”, permetterebbe di aggredire il problema della disoccupazione giovanile. “La riforma dell’articolo 41 della Costituzione, eliminando ogni discrezionalità in merito all’attività privata – conclude Cappello – metterebbe fine alla continua concertazione dello stato con le singole categorie, a tutto beneficio dei cittadini”.
Liberalizzazioni: cosa resta da fare?
Secondo il rapporto annuale sulle liberalizzazioni dell’Istituto Bruno Leoni, l’economia italiana nel suo complesso è liberalizzata al 49 per cento, con alcuni comparti molto avanti (come il mercato elettrico, 71 per cento) e altri ancora arretrati. Tra questi ultimi spiccano i servizi idrici (17 per cento) e, in generale, i servizi pubblici locali, oggetto di una delle riforme berlusconiane considerate più coraggiose. Un decreto del 2008 e il successivo decreto Ronchi-Fitto fissano l’obbligatorietà delle gare nei servizi pubblici (come acqua, trasporto pubblico locale, rifiuti, etc), che solo in casi residuali possono essere oggetto di affidamenti diretti; sul decreto Ronchi-Fitto pende la spada di Damocle del referendum. Tuttavia, in uno studio del Cerm, Fabio Pammolli e Nicola Salerno spiegano che “l’Antitrust dovrebbe poter avere maggior peso nelle scelte riguardanti l’affido in house” e che manca un regolatore indipendente. Secondo la Confservizi, sulla spinta delle liberalizzazioni tra il 1996 e il 2001 il fatturato aggregato del settore è cresciuto più velocemente dei costi (mediamente 9 per cento contro 7,7 per cento), ma negli anni successivi questa evoluzione virtuosa si è interrotta. L’economista Alberto Cavaliere, nel volume “Politiche di liberalizzazione e concorrenza in Italia” (il Mulino), attribuisce tale fenomeno alla “incertezza sulle caratteristiche della riforma e le aspettative di minor rigore”. Di “inadeguatezza e incompletezza dei processi di liberalizzazione concretamente realizzati” parlano anche Magda Bianco e Paolo Sestito (“I servizi pubblici locali”, il Mulino). La loro indagine pone l’accento anche su settori quali servizi per l’infanzia e assistenza ospedaliera (dove il primo passo, come ha documentato il giurista Silvio Boccalatte per l’Ibl, sarebbe la trasparenza nei bilanci delle Asl). Emblematico è il caso del commercio: a dispetto della sostanziale liberalizzazione a livello nazionale (seppure tra contraddizioni e retromarce, come con le farmacie e i taxi) le regioni hanno spesso nicchiato. La piena liberalizzazione della distribuzione commerciale (inclusi carburanti, servizi finanziari e assicurativi) produrrebbe, secondo Roberto Ravazzoni (“Liberare la concorrenza”, Egea), “un risparmio complessivo di quasi 23 miliardi di euro all’anno, equivalenti al 2,5 per cento dei consumi delle famiglie nel 2008”. Inoltre, mercati più efficienti migliorerebbero la competitività delle aziende e ridurrebbero il costo di vari fattori di produzione. L’Ocse valuta nel 15 per cento i guadagni di produttività realizzabili. La stessa Banca d’Italia, ipotizzando la riduzione del mark up sul costo dei servizi ai livelli medi dell’Eurozona, ha calcolato un tesoretto nascosto pari all’11 per cento del pil, la metà del quale potrebbe emergere nei primi cinque anni.
Ordini professionali (o corporazioni?)
“La presenza degli ordini nel settore delle consulenze legali incide per oltre il 9 per cento sui costi sostenuti dalle imprese esportatrici”, dice al Foglio l’avvocato Riccardo Cappello, presidente di Agiconsul, l’associazione dei giuristi e consulenti legali aderente a Confindustria, per esemplificare con un numero quanto l’Italia potrebbe guadagnare grazie a una liberalizzazione degli ordini professionali. D’altronde è stata la stessa Commissione europea, nel 2003, a indicare nel protezionismo delle professioni uno degli ostacoli alla competitività del nostro paese, e ad auspicare che si desse seguito agli interventi dell’Antitrust su accesso e tariffe per esempio. Avvocati, architetti, ingegneri, giornalisti, periti agrari, etc., ogni professione è oggi disciplinata da leggi ad hoc e, secondo l’Indice sulle liberalizzazioni compilato dall’Istituto Bruno Leoni, già la sola “unificazione della disciplina” eliminerebbe “discrepanze di trattamento” e incrementerebbe la “trasparenza”. “Non toccare il buono che si è già riformato” è un altro suggerimento dell’Ibl: governo e parlamento non dovrebbero cedere alla situazione pre-2006 (o pre lenzuolate Bersani), “specificamente in relazione alla derogabilità delle tariffe minime”. Una misura, quest’ultima, che ha permesso a numerosi giovani professionisti di entrare nel mercato. Secondo Cappello, autore de “Il cappio. Perché gli ordini professionali soffocano l’economia italiana” (Rubbettino), il superamento dell’attuale sistema, che “tutela solo chi è già inserito nei gangli della professione”, permetterebbe di aggredire il problema della disoccupazione giovanile. “La riforma dell’articolo 41 della Costituzione, eliminando ogni discrezionalità in merito all’attività privata – conclude Cappello – metterebbe fine alla continua concertazione dello stato con le singole categorie, a tutto beneficio dei cittadini”.